“The Day After” continua a essere attuale anche a distanza di quarant’anni
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“The Day After” continua a essere attuale anche a distanza di quarant’anni

Torna la psicosi del nucleare narrata nel film del 1983. Lo tsunami di immagini delle guerre in Ucraina e in Isaraele-Palestina può confondere ma gli arsenali nucleari sempre più riforniti preoccupano

“The Day After” continua a essere attuale anche a distanza di quarant’anni
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Marcello Cecconi Modifica articolo

22 Novembre 2023 - 15.46 Culture


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In questi giorni mi sono turbinate nella mente le immagini del vecchio film The Day After, il “giorno dopo” lo scoppio di una bomba nucleare. Era il 1983, lo ricordate? Sta di fatto che questo emotivo flashback del film mi ha portato dritto alla percezione più acuta della guerra calda in Ucraina e ancor di più di quella bollente di Gaza.

Forse è colpevole il groviglio mediatico, da cui non riesco a districarmi, prodotto dalle guerre in corso vicino a noi e con alcune delle parti in gioco inserite nel “club atomico” o, forse, a incidire su questa percezione è stata l’occasione del quarantennale dell’uscita del film.

Il film, che poi era una fiction per la tv, uscì il 20 novembre 1983 sul circuito televisivo americano Abc e fu visto da più di 100 milioni di statunitensi. Per me, allora, fu anche esteticamente criticabile perché la produzione nasceva dalla moda hollywoodiana degli anni Settanta/Ottanta che stava a cavallo tra il catastrofico e il post-apocalittico e che, sinceramente, non apprezzavo troppo.

Non fu difficile, per il film, far presa perché rappresentava quella che allora era una psicosi collettiva giustificata dalla continua crescita degli arsenali atomici delle due superpotenze nemiche, gli Usa e l’Urss. In questa psicosi faceva la sua parte anche il ricordo non lontanissimo di Hiroshima, la tragedia sfiorata con la crisi di Cuba nel 1962 e l’invasione dell’Afghanistan in corso.

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Eppure, appena un decennio dopo, si pensava che la psicosi del fungo atomico si sarebbe sciolta nel bicchiere “mezzo pieno” dell’ottimismo narcisistico del mondo occidentale che si pavoneggiava da unica guida illuminante del mondo. Un processo, questo, che sembrava garantito dalla caduta del muro di Berlino con il disfacimento dell’impero comunista e dalle strette maglie delle frontiere che si aprivano sempre più al dio del libero mercato che globalizzava uomini e cose. Invece no. C’è stato l’11 settembre e tutto è tornato come prima. Anzi peggio di prima.

Torniamo a The Day After. Nel film si racconta che, come spesso è accaduto nelle guerre di quel secolo, le scintille nascevano dalla troppo vecchia Europa, allora in pieno clima di Guerra Fredda. Tutto, infatti, prendeva avvio dalle schermaglie tra Nato e Armata Rossa alla frontiera fra le due Germanie ancora divise. L’inaspettata soluzione fu il ricorso al lancio della bomba atomica.

Così nella cittadina di Lawrence, vicino Kansas City e a cinquemila miglia di distanza dalla scintilla, nessuno degli inermi abitanti immaginava di diventare bersaglio dell’attacco nucleare della potenza lontana, l’Urss. Nel ripassare le scene del fungo atomico che si innalza con le conseguenti immagini di devastazione urbana, è venuto facile il collegamento a quelle di Mariupol e di Kharkiv, oppure a quelle di Gaza, che ogni giorno assiedano la mia mente.

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Ecco perché il personale ricordo delle scene di The Day After è tornato a farmi pensare. Quei corpi straziati, contaminati e trascinati fra cadaveri ammassati e con mezzi improbabili condotti nell’unico ospedale di Lawrence, ancora funzionante, mi fanno rabbrividire.

È, dunque, comprensibile come l’automatismo mentale mi porti ad Al-Shifa, l’ospedale di Gaza, ai medici restati da soli a sopportare turni massacranti, senza energia elettrica, con cadaveri da seppellire e vite umane alle quali, per salvarsi, non bastano le mani coraggiose ma spoglie di quei medici.

Mi si accavallano nella mente le scene virtuali del film e quelle dell’attualità che però elaboro come se fossero anch’esse virtuali. Dipende da me, forse, ma anche dai media che rompono gli argini del torrente dell’informazione omnicanale alluvionando di immagini, testi e suoni. Davanti a tutto ciò ho, oggi, la stessa sensazione di impotenza che avevo ieri davanti alle scene di The Day After  

Faccio uno sforzo maggiore e mi impongo di porli, il film di ieri e le guerre di oggi, su piani diversi. Cerco di selezionare dall’inondazione mediatica la “giusta” rappresentazione delle realtà di quelle guerre che mi aiuti a capire. Il dovere di farmi carico di comprendere è sempre più impellente perché là, dove c’è la guerra, c’è una “realtà” di sangue, di dolore e di morte.

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Ma non è facile. E allora denuncio la mia difficoltà a illuminarmi sufficientemente su quello che accade e, soprattutto, perché accade. Una debolezza che però non tento di nascondere dietro il semplificato alibi del grido “cessate il fuoco”, utile certo, ma improbabile.

Resto, ancora, nel limbo della confusione e lotto per non cadere nelle salvifiche convinzioni precostituite che dividono in curve da stadi contrapposte e che hanno spesso come manifesto il rifiuto di ogni evidenza che invece dovrebbe cambiare, o almeno modificare, quelle convinzioni.

Russia o Ucraina? Israele o Palestina? Non può bastare dire che sto dalla parte di chi soffre. Devo far di più, lo devo a me stesso e al rispetto per chi, pur partendo da un punto di vista contrapposto in queste guerre, sta soffrendo o ha dato e darà la vita per qualcosa che io non afferro del tutto, o non capisco fino in fondo, ma che invece è irrinunciabile per lui.

La spinta a muovermi, in parte, mi viene anche dal film che quarant’anni fa mi fece pensare e oggi torna a farmi riflettere. “Dottore –dice un giovane medico rivolgendosi al disperato direttore dell’ospedale di Lawrence- sapete cosa disse Einstein a proposito della Terza Guerra Mondiale? Che non sapeva come sarebbe stata combattuta, ma sapeva come sarebbe stata combattuta la Quarta…con le pietre e le clave!”

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