Enzo Jannacci, tanto surreale da essere attuale
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Enzo Jannacci, tanto surreale da essere attuale

A dieci anni dalla scomparsa del grande cantautore, Milano lo ricorda. Un felice incontro sui libri, un modo di approcciarsi alla musica che andrebbe insegnato nelle scuole.

Enzo Jannacci, tanto surreale da essere attuale
In foto Enzo Jannacci
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10 Marzo 2023 - 16.21 Culture


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di Manuela Ballo

Galeotti sono i libri e chi li studia: È così che ho conosciuto Jannacci.
Enzo Jannacci era tante cose, forse troppe: un medico, un musicista, un artista a tutto tondo. L’ ho scoperto qualche anno fa durante un esame di storia della canzone. Un approccio che è avvenuto su un manuale ma che mi ha dato la possibilità di conoscere l’ autore di “Ho visto un re” e di una canzone “Messico e Nuvole” che prima di conoscerla attribuivo ignorantemente a Giuliano Palma & The Blubeaters  e che il più delle volte riecheggiava nei cabaret estivi nella mia Sicilia.



Ma Jannacci è Jannacci e va conosciuto e fatto conoscere ai più giovani. Quale momento migliore se non il decennale dalla sua morte, avvenuta il 29 marzo 2013,  per celebrarlo. L
Lo faranno con molte iniziative.  Ne cito solo alcune: uno spettacolo teatrale , un docufilm, un libro e un vinile con dei suoi inediti.


La prima iniziativa è l’anteprima nazionale del concerto-racconto ‘Ecco tutto qui’ di Paolo Jannacci ed Enzo Gentile che parte oggi (10 Marzo)  e si terrà al Cinema Teatro Kennedy di Fasano (Brindisi).  A settembre, invece, uscirà anche un docufilm di Giorgio Verdelli ricco di testimonianze e interviste a cui ha partecipato anche il figlio Paolo Jannacci che dopo il primo libro pubblicato nel 2011, ha deciso di lavorare a un altro volume che, diviso per decadi, racconta i primi esperimenti di quella Milano del Boom economico fino ad arrivare al 2013, anno della sua morte.

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Mi ripeto: Galeotti sono i libri e chi li studia. E’ stato infatti attraverso un altro testo, che poi è diventato lievito per la mia tesi sul giornalismo culturale, che ho  nuovamente incrociato Enzo Jannacci. Parlando de «Il Giorno», un giornale milanese, nato nel ’56,   che ha fatto scuola.  Quel giornale era figlio di una certa Milano, dove convivevano cultura alta e bassa: il cabaret e le stagioni del Piccolo Teatro di Paolo Grassi e Giorgio Strehler e quelle della Scala con i duelli tra la Callas e la Tebaldi e con il design industriale che  prendeva  campo con Bruno Munari.


Non c’era bar, teatrino, serata che non ospitasse i nuovi talenti teatrali e musicali come Franca Valeri, Franco Parenti, Dario Fo e Franca Rame, i Gufi, il gruppo dei Gobbi, Giorgio Gaber, Jannacci e i tanti altri.  

Era una Milano che cresceva, ma dove si prestava attenzione ai diseredati, dove si ironizzava sulla delinquenza di quartiere con Jannacci che cantava  “Faceva il palo nella banda dell’Ortica” o la Vanoni le canzoni “della mala”; dove Cochi e Renato s’inventavano “Una canzone intelligente” e Celentano, ragazzo della Via Gluk,  si lamentava per la cementificazione delle periferie.

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Ma Jannacci e tanti altri importanti cantanti italiani dei tempi passati si possono conoscere solo attraverso i libri oppure esistono altre vie per rintracciarli? Penso, per esempio, che molti degli atteggiamenti surreali che caratterizzavano i testi di Jannacci siano presenti anche nei cantanti di questi nostri giorni come, per esempio, Giorgio Canali che, insieme a Rossofuoco, parafrasando il cantautore milanese, titola un suo pezzo “Nuvole senza Messico” e dove Canali, a differenza di Jannacci, non andrà così lontano per sposarsi in quanto ha un “cuore anoressico” che deve ancora guarire e che, perdipiù, è condannato a girare in tondo.
È surreale come era surreale, appunto, Jannacci.


Oppure potrei citare due miei conterranei Colapesce e Dimartino che si divertono con una frase altrettanto surreale “Preferisco il rumore delle metro affollate a quello del mare”.


Comunque rimango dell’idea che si potrebbe insegnare, anche attraverso la musica e i film, un po’ di storia dell’ Italia e dei nostri paesi facendo divertire molto di più gli studenti. Non solo all’ Università, come è successo a me, ma nella stessa scuola dell’obbligo, lasciando per una volta nell’ astuccio l’inevitabile e fatidico flauto dolce.

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