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Gianni Garko si racconta: "Ho incontrato Sartana"

Il grande attore di cinema, teatro e televisione, interprete di un'iconica figura d'eroe dei western italiani, si racconta

Gianni Garko si racconta: "Ho incontrato Sartana"

Giuseppe Costigliola Modifica articolo

22 Novembre 2022 - 21.25


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Ho incontrato Sartana. Non una pallida copia, ma quello autentico, interpretato da Gianni Garko. Il leggendario pistolero ha appeso da tempo cintura e pistola al chiodo, ha dismesso gli eleganti abiti neri con cui impreziosiva i set dei western girati in un periodo irripetibile del nostro cinema, e dopo una sessantennale carriera che lo ha visto protagonista di ogni arte scenica è tornato al suo antico amore, il teatro, prima d’un forzato, ci auguriamo solo momentaneo ritiro, causato dalla pandemia. Perché a 87 anni Garko conserva la verve e la signorilità che ne hanno contraddistinto il lungo percorso di interprete, dalle prime esperienze sul palcoscenico, diretto da mostri sacri come Visconti, Strehler, Ronconi e recitando accanto ad attori di primissimo piano, ai ruoli cinematografici e televisivi, ben 118. Ma lasciamo la parola a lui, che insieme all’affascinante moglie ci ha accolti nella sua bella casa romana, tappezzata di quadri di Agostino Raff, pittore, musicista e poeta amico di famiglia, personaggio che meriterebbe ben più d’un approfondimento.

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Lei è nato a Zara, in Dalmazia, e ha una vicenda biografica molto interessante, che attraversa la storia del nostro Paese. Quando venne in Italia e come cominciò la sua carriera?

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Prima dell’ultima guerra Zara era italiana, le fu assegnata dal trattato di pace della Prima guerra mondiale. La storia delle cosiddette terre irredente è complicata, comunque Zara era una piccola enclave italiana, e dopo il secondo conflitto mondiale venne consegnata alla Jugoslavia di Tito. Mia madre era croata, ma in famiglia parlava il dialetto zaratino, ci sentivamo italiani. Anche mio padre  era slavo, si chiamava Garkovich, i nonni paterni erano originari di Dugi Otok, in italiano isola Lunga, luogo meraviglioso dell’arcipelago delle Isole Incoronate, terre bellissime. Dopo il passaggio alla Jugoslavia si poteva optare per una delle due nazionalità, e noi scegliemmo quella italiana. Così nel 1948 andammo a Trieste, poi ci spostarono in un campo profughi a Venezia, mio padre trovò lavoro a Chioggia e dopo 3-4 anni tornammo a Trieste. Un giorno arrivò un regista, Leonardo De Mitri, cercava un attore per il ruolo di un italoamericano, vede una mia foto, mi cerca, mi chiama e mi porta a Roma per i provini, la produzione però prenderà Walter Chiari. Il film era Moglie e buoi dei paesi tuoi. Ma con quell’avventura mi afferra la malattia del cinema, che quindi entra nella mia vita attraverso una fotografia.

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Lei non aveva alcuna esperienza di recitazione?

“Non proprio. Durante il liceo scientifico si faceva qualche spettacolino teatrale, era l’unica esperienza che avevo. Ero rimasto molto male per l’occasione sfumata, e dopo la maturità mio padre mi portò un ritaglio di giornale e mi disse: “Gianni, ti iscrivi all’università, ma se vuoi fare anche una scuola di teatro, guarda qui, ne hanno aperta una a Trieste”. Così mi iscrissi all’università e contemporaneamente facevo la scuola serale del Teatro Nuovo di Trieste, la frequentai per un anno, con me c’era anche Omero Antonutti. Poi l’insegnante, Ida Moresco, mi suggerì di iscrivermi all’Accademia nazionale d’arte drammatica. Seguii il suo consiglio, mi presero. Mi classificai secondo, e mi diedero una borsa di studio di 10.000 lire al mese. Siamo nel 1957 o ’58. All’Accademia mi fanno delle fotografie, che do a un agente. Dopo il primo anno di Accademia mi cerca un agente, faccio dei provini e vengo scelto come protagonista di un film di Franco Rossi, Morte di un amico, su soggetto di Pasolini. Il film creò un grosso scandalo, fu proibito dalla censuraIntervenne Moravia, si schierarono un sacco di intellettuali, ci fu un gran battage attorno al film. A parte qualche posa in pellicole precedenti, è il mio esordio nel cinema. 

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Nel suo lavoro lei è riuscito a contemperare cinema di genere, teatro impegnato, televisione.

Nella parte iniziale della carriera alternavo cinema e teatro. Dopo il film di Franco Rossi rimasi disoccupato. Feci dei provini teatrali, e mi chiamò Visconti, cercava un attore per un suo spettacolo teatrale con Lilla Bignone e Annibale Ninchi, Veglia la mia casa, angelo, dove feci un personaggio secondario, l’ospite di una pensione. Poi recitai in Kapò di Pontecorvo, ma anche in commedie, peplum, film storici e a soggetto epico. Quindi vennero i western, ne avrò interpretati 16 o 17. Sì, ho fatto film un po’ di tutti i generi, anche se, diciamo, con il freno tirato a mano. Una volta Marino Girolami mi propose una parte da protagonista, che poi fece Merli, il film era Roma violenta. Fui titubante, all’epoca chi veniva dal teatro era un po’ influenzato, per via dell’idea del cosiddetto “impegno”, noi del gruppo di Gianmaria Volonté, Francesco Carnelutti, avevamo un atteggiamento un po’, diciamo eufemisticamente, distaccato verso il genere poliziesco. La cosiddetta intellighenzia della sinistra ci aveva già massacrato coi western, consideravano i poliziotteschi dei film fascisti. Ero condizionato, Marino Girolami annusò i miei dubbi e la cosa finì lì. Col senno di poi è stato un peccato, mi sarebbe piaciuto farlo. Avevo già recitato con suo figlio, Enzo Castellari, in Gli occhi freddi della paura, un film interessante, dove facevo un bellissimo personaggio, recitavo con Giovanna Ralli, Fernando Rey, Frank Wolff. Il ruolo di commissario lo feci nel film di Fernando Di Leo, Il boss, che tra l’altro è il primo dove mi sono doppiato. Poi ricordo Il fiore dai petali d’acciaio, ero un medico chirurgo ingiustamente accusato, un film curioso, interessante, con la Carroll Baker e quell’attrice spagnola con cui ho fatto Uomo avvisato mezzo ammazzato… Parola diSpirito Santo, Pilar Velázquez, bellissima donna. Poi il film di Fulci, Sette note in nero, a suo modo divenuto un cult, con Ferzetti, Marc Porel, Evelyn Stewart. Be’, ne ho fatti parecchi.

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Preferiva il teatro o il cinema? 

Non ho avuto preferenze particolari. Il cinema mi catturò subito, girai un film dietro l’altro. In teatro ho lavorato anche con Virginio Puecher, con Ronconi ho fatto Tre sorelle, con la Guarnieri, Marisa Fabbri, Orsini, Garrani. Con la compagnia di Fantoni ho fatto Zio Vanja, dove interpreto Astrov, un grande personaggio, con Ciangottini e la moglie di Fantoni, Valentina Fortunato, grande attrice. Con la regia di Graziani ho fatto un Goldoni, Il Frappatore. Insomma, vari testi teatrali, ma non sono stato di quegli attori che hanno fatto la gavetta delle tournée teatrali, il cinema mi impegnava parecchio. Certo, mi sarebbe piaciuto fare più teatro, sono tornato a calcare le scene di recente con grande soddisfazione, prima della pandemia, ho fatto La parola ai giurati, interpretavo uno dei giurati. Poi ho fatto il protagonista nella versione teatrale dell’Esorcista, porto in scena il personaggio interpretato al cinema da Max Von Sidow, padre Merrin, in una produzione milanese. L’abbiamo rappresentata nel più grande teatro privato di Milano, il Teatro Nuovo, un ottimo successo, all’Olimpico di Roma, all’Alfieri di Torino, e poi è arrivata la pandemia e ha bloccato tutto, lo spettacolo non è stato ripreso. Ho ricevuto ottime critiche per quel ruolo, mi è piaciuto molto farlo. Sì, il teatro un po’ mi è mancato.

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Come avvenne il suo esordio nei western, e come nacque il personaggio di Sartana?

Quando usci Per un pugno di dollari lo vidi in un cinema di Milano, dove stavo recitando ne Le baruffe chiozzotte per la regia di Strehler, un suo spettacolo iconico col quale girammo l’Italia e l’Europa, e vincemmo il Festival delle nazioni. Ero legato con un contratto al Piccolo di Milano, era il primo anno, dovevo farne un secondo, la rappresentazione ebbe un successo strepitoso. In quel film c’era il mio amico Gianmaria Volontè e io mordevo il freno, vedevo che cominciava la produzione dei western. Subito dopo ci fu il grande successo di Giuliano Gemma, ebbe proprio un boom. Eravamo amici anche con Giuliano, in quel momento chi faceva un film western, se era abbastanza ben fatto – purtroppo ne realizzarono tantissimi molto dozzinali, con pochi soldi e poche settimane di lavoro – aveva un gran successo. La cosa mi intrigava, mi feci fare delle fotografie da un grande fotografo delle star, Pascuttini, con un plaid davanti, un sigarillo, la barba un po’ cresciuta, e le diedi al mio agente. Mi chiamò un produttore, Mario Siciliano, amico di un’attrice di teatro, che in 1000 dollari sul nero fa mia madre, la quale avendomi visto nelle Baruffe qui a Roma al teatro Quirino mi segnalò a lui. Siciliano mi propose il ruolo dell’antagonista, così girai 1000 dollari sul nero, dove interpretai un personaggio pazzoide, El General Sartana, che faccio alla bene e meglio. Mi ispirai a Richard Widmark, che vidi da ragazzo a Chioggia in un film di Hathaway, Il bacio della morte, dove faceva la memorabile parte di uno psicopatico. Mi è rimasta impressa la scena di questo sadico che spinge una carrozzella giù per le scale. Il film in Italia ebbe successo, ma in Germania fu un trionfo, soprattutto per il mio personaggio, tanto che i produttori nella locandina misero il mio nome, che veniva dopo quello di Anthony Steffen, sopra il titolo, scrivendo “John Garko in Der Sartana”. Poi mi chiamò Romolo Guerrieri per un altro western, stavolta come protagonista. Un film particolare, con Loredana Nushiak e Claudio Camaso, fratello di Giammaria Volonté, che, poverino, morì suicida in carcere. Fu lì che mi costruii un personaggio. Avevo notato che nei western avevano un cappello con le tese dritte, la calotta schiacciata, tutti seguivano il modello scelto da Leone per Clint Eastwood. Io andai a guardare le fotografie dei vecchi western americani, i cappelli non erano così, erano pan di zucchero, avevano un’altra forma. Ero appassionato di cinema americano, amavo Henry Fonda, che aveva fatto quel magnifico film, My darling Clementine, [Sfida infernale], quella scena dove sta seduto sulla sedia a sdraio sotto il portico d’una casa. Così chiesi al costumista di trovarmi un cappello con la cupola più grande, volevo distaccarmi dall’icona di Clint Eastwood. Poi scelsi di indossare qualcosa che sventolasse mentre cavalcavo. Avevo fatto un film con Vittorio De Seta, Un uomo a metà, in cui facevo il fratello del protagonista, un soldato che torna a casa dalla madre con una motocicletta e una sciarpa bianca di seta svolazzante. Mi era piaciuta l’idea della sciarpa di seta, così chiesi al costumista di procurarmela. Poi decisi di indossare le pistole in un altro modo. Quindi mi sono costruito da solo quel ruolo e quel costume. Romolo Guerrieri era un regista gentile e intelligente, e mi lasciò fare. Poi feci un western con Giovanni Fago, Per 100.000 dollari t’ammazzo, in cui cambio aspetto, ho un altro tipo di sombrero, di costume. Quindi, dopo il successo tedesco di 1000 dollari sull’asso, mi chiamò il produttore Aldo Addobbati, che, grazie a una ricca coproduzione tedesca sul nome John Garko, poté fare il film Se incontri Sartana prega per la tua morte, regia di Parolini, scritto su mie indicazioni dallo sceneggiatore Renato Izzo. Il mio Sartana aveva un certo aplomb, indossava il gilet, era un tipo elegante, un giocatore, un gambler. Ho cercato di dargli un tono da commedia, non dico sofisticata, ma quel tono ironico che avevano gli attori americani nelle commedie, tra l’altro recitavamo in inglese. Quello era il mio primo vero Sartana, cui seguirono altri 3 con me protagonista e diretti da Carnimeo. Tutti i Sartana con altri attori furono imitazioni dell’originale.

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Lei aveva delle controfigure, degli stuntmen nei western?

“No. Per le lotte a terra, per le scazzottate, mai. Le avevo per le cadute da cavallo, per dei salti da un tetto o per le scene pericolose. Non ti permettevano di farle, si rischiava l’interruzione delle riprese. A cavallo sono sempre io. Prima dei western avevo fatto un film storico, I mongoli, con Jack Palance e Anita Ekberg, lo girammo a Belgrado e ai confini tra Serbia e Ungheria, dovevo andare a cavallo, a cavalcare mi insegnò un ex fantino sardo, Attilio Marra, maestro di equitazione che non lasciava spazio alla paura. Mi appassionai talmente che cavalcavo tutti i giorni, in queste pianure meravigliose, per ore. Mi addestrai così bene che in un film successivo, Saul e Davide, andai a cavallo senza sella, a pelo, delle galoppate incredibili, mi piaceva moltissimo. Quindi quando cominciai i western sapevo cavalcare benissimo, con la sella western, facevo delle cose pazzesche. Non ho mai avuto bisogno di controfigure.

Lei ha fatto anche molta televisione. Tra l’altro compare in un celebre episodio della serie Spazio 1999.

In tv cominciai nel lontano 1959, con un piccolo ruolo in uno sceneggiato di Anton Giulio Maiano, L’isola del Tesoro, facevo un marinaio. Poi ho partecipato a un episodio di Maigret, col grande Gino Cervi, e dopo ho fatto tante altre cose. L’episodio di Spazio 1999 era Il dominio del drago, Dragon’s Domain in inglese, dove appaio come guest star, tutto ruota attorno al mio personaggio. Girammo in presa diretta in inglese (poi mi doppiai in italiano), negli studi di Pinewood, fuori Londra. Ho un ricordo molto nitido: nel corridoio che conduce al ristorante degli attori c’era un armadio vetrina, conteneva tutti i premi ricevuti dagli attori inglesi. Loro non li tengono a casa sul caminetto come i nostri registi e attori, li danno all’organizzazione, sono pubblici. Vidi l’Oscar di Lawrence Olivier per l’Amleto, i vari Oscar di famosi attori, fa impressione a vederli. Lì hanno un senso della categoria, in Inghilterra gli attori sono molto rispettati, non come qui da noi. Hanno un senso della professione molto pubblico, molto accentuato, di grande rispetto, gli attori sul set li chiamano tutti “mister”, “signore”, “Mister Garko”. Da noi: ‘Aho, a Garko!”. Lì l’attore ha un ruolo sociale riconosciuto.

Lei ha conosciuto bene Visconti, che ricordo ne conserva?

Visconti era un personaggio straordinario. Intelligente, acuto, aveva fascino come regista, come persona, una grande personalità e un carisma notevole. Le dirò, dopo il fallimento della compagnia della Brignone, di cui lui aveva disegnato le scene, rimasi disoccupato. Un giorno lo incrocio in via del Babbuino, lui è dall’altra parte del marciapiede. Lo saluto, avevo lavorato con lui. Mi chiama, lo raggiungo. Eh, non si sapeva mai come chiamarlo, se signor Visconti o signor conte. Mi dice, “Guarda che ti seguo, sai? So cosa hai fatto nel lavoro tu, eh? Cosa stai facendo adesso?” “Veramente, niente”. “Sei libero?” “Sì”. “Allora telefonami, sono sull’elenco telefonico”. Era sull’elenco telefonico. Lo chiamo, risponde il maggiordomo, “Chi lo desidera il signor conte?” “Gli dica Gianni Garko”. Arriva lui col suo vocione: “Ah, mi hai chiamato! Presentati il giorno tale, all’ora tale, a casa di Menotti a Spoleto”. “Ma per che cosa, signor conte?”. “Saprai quando arrivi”. Poi vengo a sapere che c’era una riunione di compagnia a casa di Menotti, si provava un atto unico, Il tredicesimo albero di Gide, dove interpretai uno psicanalista, un bel personaggio. C’era Romolo Valli, Caprioli, la Morelli. Fu una bellissima esperienza. Era il 1963.È ormai sera, è giunto il momento dei saluti. Non basta certo lo spazio di un’intervista per narrare l’intenso vissuto di quest’uomo. Ci vorrebbe, almeno, un’autobiografia.

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