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Messa Beat

Messa Beat (Crac Edizioni, pagg 134, euro 12) di Francesco Paladino vanta una carrellata di personaggi storici affiancati da altri frutto della sua fervida immaginazione che rendono una vicenda consumatasi realmente sul finire degli anni '60.

Messa Beat

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2 Novembre 2022 - 16.19


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di Rock Reynolds

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È compito di chi si occupa di letteratura cercare di pescare ogni tanto autori a cui, per svariate ragioni, sia stata negata la luce dei riflettori. Francesco Paladino, piacentino con lunghi trascorsi da avvocato e con una sete inesauribile di bellezza e creatività, è l’esempio perfetto. Cercate una musa che non abbia bussato alla sua porta e, probabilmente, non la troverete. Cineasta, documentarista, musicista sperimentale, umorista, romanziere.

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Tutto mi sarei aspettato da Paladino fuorché un romanzo che assolva in pieno alla sua funzione principale. Perché di romanzieri, soprattutto italiani, che vengano meno all’intento primario della loro vocazione, ovvero raccontare una storia, non se ne può davvero più. Va bene cercare una prosa dai contorni lirici, va bene impostare una storia sulla chiave dell’introspezione, va pure bene mettere la propria esperienza personale al suo interno – perché, in fondo, ogni vicenda è autobiografica – ma, quando si perde di vista il senso stesso della narrazione in quanto eredità del racconto orale, sfido chiunque a parlare di grande letteratura. Se non c’è una storia che avvinca e se, dunque, manca un percorso avventuroso in cui le vicende dei protagonisti si dipanino tra intrighi e, perché no, colpi di scena, francamente preferisco la vita, con il suo bagaglio di gioie e dolori. La letteratura serve per sfilare dalle nostre spalle il pesante fardello del vivere e per regalarci un universo parallelo che, talvolta, si intreccia con la nostra mappa interiore. Magari pure per farci passare qualche momento di passione, divertimento, ironia. E ben venga una narrazione che ci faccia tremare di paura, che ci spinga a chiudere la porta di casa a doppia mandata, purché nella convinzione di un finale in grado di sistemare le cose. Sono pure propenso ad accogliere una vicenda disperatamente sconsolata, una voragine di un’umanità senza scampo, sempre che l’autore si sia ricordato di scrivere una storia che abbia un capo e una coda.

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Messa Beat (Crac Edizioni, pagg 134, euro 12) di Francesco Paladino ha entrambe le cose e vanta pure una carrellata di personaggi storici affiancati da altri frutto della sua fervida immaginazione che rendono una vicenda consumatasi realmente sul finire degli anni Sessanta terreno fertile per un romanzo avvincente.

Cosa succede in un paesino di provincia quando due giovani si amano e la comunità considera troppo ardita la loro vicinanza? E, soprattutto, come reagiscono quella stessa comunità e le autorità civili e religiose di fronte all’arrivo di un prete giovane, Don Marco Bisceglia, dalle idee poco convenzionali? Collocate il tutto nel processo globale di cambiamento della fine degli anni Sessanta, con una generazione che ha deciso di rompere con il passato e che ha fatto della musica rock e di chi la suona la sua nuova religione e i suoi nuovi sacerdoti, e cosa ne trarrete? Per scoprirlo dovrete leggere Messa Beat. Intanto, accontentatevi delle parole mai banali di Francesco Paladino.

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Come le è venuto in mente di scrivere questo suo romanzo? 

Durante il periodo di massima diffusione del covid, con conseguenti restrizioni personali, ho ripreso confidenza con la scrittura che avevo da tempo tralasciato a favore della musica e della cinepresa. E ho scritto molto; ho ripreso temi e argomenti che da tempo volevo affrontare e avevo stipato in un angolo della mia mente. Quasi per voler fare una “pulizia”, insomma… Sono nati così De Ossibus, una sorta d’incesto tra una sceneggiatura e un romanzo e Messa Beat. Ma questi “temi” molto chiari che stavo ruminando non avevo assolutamente un’idea di come trasformarli in una storia. Per Messa Beat mi ha sorretto la metodologia “casuale” cageana. Mi spiego meglio. Mi sono documentato sul tema “messa beat” il più possibile: ho acquistato documentari, libri, ho fatto ricerche accurate, poi ho affidato al “casuale” queste notizie storiche. Mi sono chiesto, dove si svolgerà la storia che voglio raccontare?. Ho preso una cartina dell’Italia, ho puntato il dito e “casualmente” sono arrivato a Conversano. A questo punto ho introdotto nuovamente la ricerca storica, ricercando com’era quel bel paese pugliese nel 1967 e chi erano i protagonisti. Così, ho scoperto Don Marco Bisceglia e la sua incredibile vita dimenticata da questa triste cultura dominante. A questo punto, è nato una sorta di sincretismo creativo consistente nel coordinare realtà e casualità: è stato bellissimo e appagante.

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L’idea di una messa rock è quasi un classico. Molti tentativi sono stati fatti, ma mai con grandi riscontri. Secondo lei, perché?

Le prime messe beat italiane erano poetiche di per sé, ma in effetti non erano musicalmente dei capolavori. Tra il 1962 e il 1963, la Chiesa volle reagire alla sua diminuzione di “popolarità”, aprendo le porte al popolo: la messa iniziava ad essere recitata in italiano, cominciavano le attività ludico-infantili nelle parrocchie e così anche la musica divenne “merce” per avvicinare la gente, soprattutto i giovani che non sapevano dove andare a suonare con i loro ingombranti amplificatori. Questa è la vera genesi delle messe beat. “La Messa dei Giovani” fu eseguita per la prima volta presso l’Aula Borrominiana dell’Oratorio di San Filippo Neri alla Vallicella, il 27 aprile del 1966, alla presenza di un foltissimo pubblico (2000 persone non riuscirono ad entrare e fu necessario allestire degli altoparlanti all’esterno) e dei mass media, compresa una troupe televisiva della RAI.

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Il più famoso scrittore di messe beat è stato un certo Marcello Giombini che, fulminato sulla via di Damasco, abbandonò le colonne sonore dei film “spaghetti- western” per dedicarsi alle musiche beat della “messa per i giovani”! Scritturò giovani complessi beat come i Barritas di Benito Urgu e il successo fu immediato. Il disco La Messa Dei Giovani uscì nel 1967 ed ebbe diffusione anche negli Stati Uniti in una versione tradotta in inglese. Forse fu ascoltata da un certo Ken Williams, il leader di un gruppo emergente, gli Electric Prunes, che per il terzo ellepì nel 1968 pubblicò per la Reprise Records (l’etichetta di Frank Sinatra) la Mass in F Minor. Il disco conteneva “Kyrie Eleison”, che divenne uno dei brani più noti del film Easy Rider di Denis Hopper. Ancor oggi si rivendica la paternità tutta italiana di questo genere musicale. Che poi anche questo filone sia stato sfruttato dall’industria musicale americana è altrettanto vero: basti ricordare Jesus Christ Superstar. In quel caso il riscontro ci fu eccome (tanto che si può ben dire che i due minuscoli pesci di evangelica memoria si trasformarono in verdi dollaroni…)

Con Papa Francesco, cos’è che ancora manca alla Chiesa per essere realmente universale?

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Non sono un cristiano praticante, non ho mai frequentato da ragazzo l’ambito parrocchiale. Per cui, la mia risposta alla sua precisa domanda è più ingenua che reticente. Secondo me, manca la dimostrazione pratica che le parole pronunciate in piena coincidenza con le Sacre Scritture siano applicate nel mondo reale. Lo Stato Pontificio è pur sempre uno stato dotato di un suo esercito, anche se svolge limitati compiti (intelligence, polizia frontiera, polizia giudiziaria e polizia stradale): secondo me, ai proclami devono seguire i fatti. Ciò renderebbe la parola di Francesco davvero universale anche se potrebbero creare scenari politici a dir poco inattesi.

Quanto di vero e quando di romanzato c’è nel suo libro? 

Su uno scheletro assolutamente vero ho introdotto una storia. Non saprei quantificare il “dosaggio” di realtà e fantasia: i due ragazzi protagonisti, i gendarmi e i magistrati sono fantasia; alcuni episodi assolutamente veri (come quello dei due inviati del giornale “Il Borghese” che, per ragioni di narrazione, è solo stato anticipato cronologicamente). Ho studiato il percorso del “Cantagiro” e i protagonisti del 1969; stessa cosa per l’ubicazione delle fabbriche occupate in Puglia e per la topologia dei luoghi. Il mix devo dire che mi soddisfa.

La sua conoscenza della storia della musica è vasta. Ha fatto molta fatica a tenere quasi tutto fuori?

No, anzi è stato refrigerante fare un salto nel tempo riappropriandomi di notizie e realtà che avevo vissuto da lontano e in una età davvero giovanile: nel 1969 avevo 13 anni. Tutti i 45 del “Cantagiro” del 1969 mi erano stati regalati da mio nonno che era un generale e che, a sua volta, li aveva ricevuti (seguendo una lista che avevamo compilato io e mio cugino) dal suo ex soldato e allora imprenditore musicale Marino Marini. Oppure l’esistenza dei preti-lavoratori, quelli con i calzoni, di cui sentivo parlare sottovoce, quasi fosse un peccato. La musica del 1969 era molto più ostica della musica odierna, era un documentario crudo della realtà e tutti la temevano, basti pensare a Luigi Nono e alla sua “Fabbrica illuminata” (1964). La musica sperimentale attuale la potrei paragonare ad una serie televisiva illusoria e priva di autentico nerbo.

Cosa l’ha colpita della parabola umana di Don Marco Bisceglia?

Proprio che la sua vita è stata una “parabola” che, ovviamente, tutti ignorano o preferiscono ignorare. Già nel 1960 aveva introdotto il tema della diversità e dell’universalità dell’amore che voleva dire la più completa assenza di steccati o barriere. Un’accecante modernità, quella di Bisceglia, che voleva dire calarsi nel mondo reale per vivere ogni sua forma, a costo di trasformare la propria vita in una “via crucis” o di bruciarla per l’affermazione di ogni forma di amore. La scomodità delle sue parole è stata paradossalmente amplificate dal fatto che lui fosse un prete. La sua lotta può riassumersi nella lotta contro ogni pregiudizio. E su questo argomento mi trova idealmente al suo fianco.

Don Marco ha patito maggiormente il suo allontanamento forzato dalla Chiesa oppure i pregiudizi contro l’universo gay?

Secondo il mio pensiero, Don Marco interpretò la sua vita come una sorta di tragitto catacombale dettato da una inesausta fede e pertanto vivendo ogni impedimento come una prova della sua lealtà alla religione che professava in ogni espressione della sua vita. 

È esistito realmente un DJ di Radio Vaticana dalle vedute aperte, controcorrente come quelle di Padre Briaschi? 

No, Padre Briaschi è una mia invenzione, ma Radio Vaticana nacque come ho descritto nel libro. Al tempo era una sentinella nell’etere. Il segnale era talmente forte che la più piccola radiolina riusciva a captare i segnali perfettamente e a metà anni settanta complicava la vita a molte radio libere con il suo dirompente segnale in FM. Sempre nelle mie fantasie, la mattina presto, verso le cinque, mentre mi dirigevo in macchina a Piacenza, smanopolavo la radio per cercare voci, dialoghi, commentatori di notizie (senza rendermi conto che poi le notizie eravamo noi) che avessero un poco di verità e un poco di follia. Ma non succedeva mai. Padre Briaschi è la rivincita di questo mio desiderio, la voce che avrei voluto sempre ascoltare mentre affrontavo la nebbia.

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