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Due Romanzi, una sola Irlanda

Tana French e Sara Baume scrivono romanzi e li ambientano in quell’Irlanda contemporanea in cui vivono. Due autrici che non potrebbero essere più diverse.

Due Romanzi, una sola Irlanda
Irlanda

globalist Modifica articolo

19 Ottobre 2022 - 16.58


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di Rock Reynolds

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Si può dire che sia un mantra o, se preferite, una vera e propria ossessione. Quante volte vi sarà capitata per le mani un’intervista in cui un autore dichiarava di aver fatto dell’ambientazione di una sua storia un vero e proprio protagonista di quella stessa narrazione? Quanto più esotica o, comunque, unica dal punto di vista politico, culturale, storico e geografico una terra è, tanto più si affiancherà ai suoi personaggi principali.

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Tana French e Sara Baume scrivono romanzi e li ambientano in quell’Irlanda contemporanea in cui vivono. Due autrici che non potrebbero essere più diverse. Eppure, i punti di contatto non mancano. Tana French è nata in America da padre di origini irlandesi e Sara Baume è nata in Inghilterra da madre a sua volta irlandese. Entrambe risiedono sull’Isola di Smeraldo da parecchi anni e vi ambientano le loro storie, spesso scegliendo la brutalità di una natura incontaminata non come mero tappeto lirico su cui far muovere i loro personaggi, bensì come palcoscenico in cuifarla intervenire direttamente nel processo narrativo.

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Ed è normale che così sia, quasi inevitabile. “Scrivi ciò che conosci meglio” è il primo consiglio per un aspirante romanziere. E ciò che si conosce meglio è ciò che nessuno, se non la vita stessa, ci ha insegnato. Luogo e coscienza collettiva non si apprendono mai del tutto. Un po’ come la lingua madre: si può praticare e perfezionare una lingua diversa da quella con cui siamo cresciuti, ma non la si può sostituire con quella che l’imprinting ci ha dato. Ciononostante, l’Irlanda della French e quella della Baume sono credibilissime, non solo perché si tratta comunque della terra dei loro antenati, ma soprattutto per l’uso che ne fanno nelle rispettive storie.

Per scelta condivisa, la politica – intesa come anelito indipendentista antibritannico e come aspirazione a sottrarsi al complesso di inferiorità che secoli di dominio coloniale hanno insinuato nel DNA dell’isola – è del tutto assente dalla prosa delle due autrici, più interessate alla forza dei sentimenti e alla loro insondabilità di fronte alla forza soverchiante della natura locale. Ed è la brughiera, metafora di una vita che si rigenera nell’humus della cultura autoctona meticciata attraverso il bagaglio di sfumature nuove – che gli irlandesi di ritorno, ancor più numerosi di quelli che popolano quest’isola di migranti, si portano appresso – a fare da osservatore attivo degli avvenimenti de Il segugio (Einaudi, traduzione di Alfredo Colitto, pagg 443, euro 19,50) della French e de L’occhio della montagna (NN Editore, traduzione di Ada Arduini, pagg 206, euro 18) della Baume.

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Forse, proprio il fatto che la politica venga messa ai margini è l’elemento maggiormente di rottura di questi due bei libri, che per il resto si troverebbero perfettamente a loro agio sullo scaffale accanto alla prosa dei vari Frank McCourt, Dermot Bolger, William Trevor e, perché no, Roddy Doyle. Tana French e Sara Baume sembrano sospendere le inevitabili discussioni politiche in un limbo narrativo, preferendo la conflittualità dei sentimenti forti alle contrapposizioni ideologiche. Per una volta, vi dovrete accontentare di descrizioni di paesaggi incontaminati che fanno il paio con una mappa interiore in subbuglio. In questo, tanto la French quanto laBaume sono maestre. Entrambe minimaliste, le autrici giungono alla medesima meta per vie diametralmente opposte.

Il segugio può essere ascritto, se proprio è inevitabile incasellarlo, nella categoria delnoir. Il poliziotto di Chicago Carl Hooper, dopo venticinque anni di onorato servizio nella metropoli del Midwest, decide di cambiare vita e di trasferirsi in un cottage da ristrutturare nell’Irlanda occidentale. La lontananza da casa e una certa ritrosia isolana per qualsiasi straniero non bastano a tenerlo a distanza dai guai, che sembrano attratti dalla sua figura solitaria come insetti che si spingano verso la carta moschicida. Le cose non migliorano quando ad avvicinarlo è un ragazzino alquanto strano, con la richiesta ancor più bizzarra – ora una supplica, ora una minaccia – di scoprire che fine ha fatto suo fratello maggiore. Il piacere di leggere un noir, si sa, sta soprattutto nello scoprire come si dipana il mistero che ne sta alla base e, dunque, spetterà a voi lettori approfondire il discorso.

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L’occhio della montagna, invece, di misteri non ne ha, sempre che la montagna della fattispecie non ne rappresenti uno di grande portata. Due fidanzati, Bell e Sigh, si trasferiscono a vivere in una casetta, in una località remota delle campagne irlandesi,insieme ai rispettivi cani. La loro abitazione è, manco a dirlo, ubicata all’ombra di una montagna un po’inquietante che i due giovani si ripropongono di scalare quanto prima. Facendo parlare i due protagonisti più per emozioni che per parole – a differenza del romanzo della French, in larga parte costruito sui dialoghi, qui di conversazioni autentiche non ve ne sono – Sara Baume costruisce una storia in cui la visita alla montagna finisce per essere una rivisitazione ideale della Gita al faro di Virginia Woolf. Eppure, attraverso i silenzi che dominano, il lettore ha la sensazione di udire le parole che Bell e Sigh potrebbero scambiarsi o, piuttosto, di avvertire l’ululato del vento dell’oceano che le porta via.

Ne Il segugio, la montagna è il luogo in cui si consuma il dramma umano che sta alla base della sua storia e che incombe, plumbeo sulla narrazione come i colori del burrascoso Atlantico, fin dalla prima pagina. Ne L’occhio della montagna, invece, le asperità della vita e le insondabili difficoltà dello stare insieme si specchiano nell’ombra – ora rassicurante, ora minacciosa – dell’altura che sovrasta la casa in cui i due giovani devono dare un senso duraturo alla loro vita insieme.

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Come dice spesso un amico scrittore americano, “Non si possono mettere a confronto mele e arance”. Sono entrambi frutti, ma sono per palati diversi. Potrebbe essere interessante leggere insieme i due romanzi di Tana French e Sara Baume: per quanto a loro volta diversissimi, sembrano svolgersi quasi nello stesso luogo, un’Irlanda poco popolata nel caso della French e praticamente disabitata in quello della Baume. Come se una bella storia non avesse bisogno di tanti personaggi di contorno. Soprattutto se a dominarla è un ambiente forte, indomabile.

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