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Al Jewish Museum di New York arriva l’ultimo progetto di Germano Celant

'Quando la 'New Art" americana andò a Venezia e vinse'. In mostra al Jewish Museum di New York l'ultimo progetto di Germano Celant che, con 150 opere, ripercorre l'ascesa della Pop Art sulla scena internazionale.

Al Jewish Museum di New York arriva l’ultimo progetto di Germano Celant

redazione Modifica articolo

19 Settembre 2022 - 12.11 Culture


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di Marialaura Baldino

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Finalmente pronto. L’ultimo progetto del critico d’arte e direttore artistico Germano Celant apre al pubblico al Jewish Museum di New York.

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Il museo, che tempo fa aveva avvicinato Celant per un lavoro riguardo la figura di Alan Solomon– ex direttore – e di come riuscì ad inserirlo nella frame artistica della città, sarà ora scenario dell’ultimo grande lavoro di uno dei teorici italiani dell’arte più influenti.

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Scomparso ad aprile 2020 a causa del Covid, l’ideatore del termine “Arte Povera” ha così titolato il progetto: “1962-1964”. Ma, più che una semplice mostra, il museo della Grande Mela ospiterà una rassegna e un percorso espositivo che tra arte, moda, letteratura, teatro e costume racconta come proprio grazie ad Alan Solomon la Pop Art riuscì ad affermarsi sulla scena internazionale, anche di quando “la New Art americana andò a Venezia e vinse”.

“Una americanata destinata a fallire” disse Corrado Cagli (n.d.r. artista e teorico dell’arte) in un’intervista alla Rai del 1964, riferendosi alla corrente artistica, quando nessun critico o artista italiano avrebbe mai pensato che l’ambito premio del Leone d’oro per miglior artista straniero sarebbe toccato a Robert Rauschenberg, fotografo e pittore statunitense vicino alla Pop Art con una grande aderenza all’espressionismo astratto.

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Rauschenberg arrivò alla Biennale mediante Solomon che, incaricato di dirigere il Padiglione Americano, lo portò alla Laguna insieme ad una delegazione di artisti del calibro di Jasper Johns, John Chamberlain, Jim Dine, Morris Louis, Kenneth Noland, Claes Oldenburg e Frank Stella. Le loro opere non solo concorsero al premio, ma oltre ad occupare il padiglione presero possesso anche del consolato americano del capoluogo veneto.

Quell’anno nessun italiano vinse il premio per la pittura.

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L’Europa, avendo perso il primato, accusò il governo USA e CIA di aver orchestrato la vincita del fotografo texano. Non mancò però la voce della difesa che ribatté: “Il giudizio negativo su Rauschenberg è un giudizio negativo sulla società americana”.

Sempre Cagli, che, come mostra il video Rai Teche proiettato nella mostra, irritato, commentò: “Da noi c’è più ottimismo, meno nevrastenia, meno nevrosi. Più convinzione oltre che più tradizione. Quelle cose sono più stagionali e corrispondono alle mode”.

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Il percorso, aperto al pubblico fino a gennaio 2023, comprende 150 opere realizzate o messe in mostra durante quel biennio, dove spiccano i nomi di Louise Nevilson, Marisol, Faith Ringgold, Marjorie Strider e Yayoi Kusama.

Ad abbellire la mostra il pubblico troverà le foto di Ugo Mulas scattate a quella Biennale insieme ai loft occupati, a Lower Manhattant da Rauschenberg, Chamberlain, Roy Lichtenstein e George Segal. La zona, al tempo degli scatti, venne sottoposta ad un restyling forzato da parte dell’allora sindaco Richard Wagner l’urbanista Robert Moser che, anche attraverso l’uso della forza, cercarono di gentrificare il quartiere con il conseguente aumento dei consti degli immobili.

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Un progetto, questo di Celant, che risalta a pieno l’operato di Alan Solomon, i suoi primi incarichi – dati proprio a Rauschenberg e Johns-, come anche il suo “incandescente seppur brevissimo mandato”, data la sua prematura scomparsa a soli 49 anni.

Ma, come scrive la giornalista Ansa Alessandra Baldini, la creazione di Celant è “uno spaccato intriso di nostalgia che ricrea un salotto e un tinello dell’epoca, affianca i discorsi di Martin Luther King e i video dell’assassinio di JFK a un esemplare dello scandaloso monokini lanciato dallo stilista Rudi Gernreich”.

A corredo del percorso sono inseriti anche strumenti di scena, come un paravento di Isamu Noguchi per un balletto di Martha Graham insieme ai costumi pensati da Rauschenberg per “Antic Meet” di Merce Cunningham.

Tra gli artisti esposti ci sono anche Christo con due “Store Fronts”, che creò usando resti di edifici demoliti, uno dei quali destinato a Oldenburg e uno alla sua bottega nell’East Village e Louise Nevelson con ‘Sky Cathedral’s Presence’, un mosaico di balaustre e mobili delle townhouse di Kips Bay, divenute macerie quando gli immobili vennero demoliti per far posto ad un ospedale.

Come riporta sempre la Baldini nel suo articolo sull’Ansa, le opere scelte da Celant regalano all’osservatore “le memorie di una New York sparita”, che in modo reverenziale, attento e anche un po’ nostalgico rendono – di nuovo – gloria a creazioni parte della storia artistica dello scorso secolo.

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