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"Concerto per Vitaliano". Applausi per Michele Di Mauro

Se i testi di Trevisan danno fastidio, vuol dire che siamo ancora tanto indietro. Intervista a Michele Di Mauro al Ginesio Fest

Michele Di Mauro al Ginesio Fest - intervista - Ph_Ester_Rieti
Michele Di Mauro al Ginesio Fest - intervista - Ph_Ester_Rieti

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25 Agosto 2022 - 14.45


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di Alessia de Antoniis

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Al Ginesio Fest ha debuttato in prima nazionale, “Concerto per Vitaliano”. Tratto da “Due monologhi” di Vitaliano Trevisan, il progetto nasce da un’idea del direttore artistico Leonardo Lidi. Ne è nata una lettura di “Oscillazioni” e “Solo R.H.”, di e con Michele Di Mauro, con la musica di Franco Visioli. Un omaggio all’autore scomparso a gennaio di quest’anno.

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“L’idea è stata di Leonardo Lidi – racconta Michele Di Mauro, attore noto al pubblico anche per ruoli in fiction di successo. “Avevo incontrato Trevisan più volte, parlato con lui, e con Leonardo abbiamo riletto i due monologhi anche attraverso le sensazioni che avevo avuto durante i nostri incontri.

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È stata una figura discussa. Cosa ti è rimasto impresso di Trevisan?

Era un uomo complicato, al limite dell’intrattabilità. Sempre dentro un livello di provocazione estrema, verso tutto e tutti. Con una rabbia che però era feconda. Aveva uno sguardo severo, crudele. A tratti poteva risultare antipatico e addirittura cattivo. Gelido. Con un alone di mistero nero.

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Solo R.H.” è stato scritto per Roberto Herlitzka, un attore importante e ancora in attività. Ti ha condizionato un eventuale confronto?

Che sia scritto per lui a me non interessa. L’ho saputo l’altro ieri. Non avevo mai pensato che “Solo R.H.” fosse solo dedicato a lui. Nella mia mente RH è un flusso sanguigno. Non vedo perché legare il testo a una sola persona. E’ un testo che non ha niente a che vedere con la vita di Herlitzka. Credo che Trevisan abbia scritto un racconto sapendo che lo avrebbe recitato lui. Forse l’unica cosa che lega quella scrittura a Herlitzka è l’essere un personaggio maturo. Herlitzka non è omosessuale.

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So che nella versione di Trevisan con Herlitzka, il testo era agito. Questo secondo me limita la potenza della scrittura di Trevisan. Non riesco a pensare a una sua messa in scena. È come se questo testo avesse bisogno di essere profondamente ascoltato e non contaminato da azioni e scenografie. Trevisan lo leggeva seduto su una sedia.

Anche “Oscillazioni”, messo in scena, mi porta in una dimensione di realismo inutile. Credo vada ascoltato col cuore dello spettatore.

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Trevisan scriveva senza filtri. Qui al Ginesio Fest hai letto due monologhi scomodi. Omosessualità e aborto sono due argomenti che, in molti ambienti, ancora oggi danno fastidio…

Se in questo momento danno ancora fastidio, vuol dire che siamo ancora tanto indietro. La sincerità di Trevisan è un valore ma anche un limite. Nel momento in cui c’è un certo autocompiacimento, la sincerità perde di forza.

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Ci aspettano quattro anni di lotta contro le “devianze”. Questo testo, qui in questo momento, è un teatro di lotta e di resistenza?

È vero che c’è bisogno di questo teatro, ma senza pensare che stai facendo della provocazione. Il nostro lavoro si fa con persone che scrivono e altre che prendono il materiale e lo fanno diventare un’altra cosa. Non faccio questo teatro per provocare, ma perché contiene messaggi che possono essere interessanti. Poi tu continui a pensarla come vuoi. Il mio compito è semplicemente quello di dire: qui ci sono argomenti che ti danno l’opportunità di rivedere il tuo pensiero. Non sarò io, in un’ora di incontro casuale, a farti diventare un altro uomo, un’altra donna, un altro cittadino. Mi piace però che sia un seme che possa germogliare in qualcuno. Se su dieci persone anche una sola rivede le sue idee, è un cambiamento.

Si parla tanto di aborto come un crimine perpetrato dalle donne. Ma nel secondo monologo è un uomo che risolve il problema, sterminando un’intera famiglia solo perché non vuole un figlio. Nessuno pensa mai che, da sempre, ci sono state decisioni maschili che le donne hanno subito.

In entrambi i testi si parla di morte. Nel monologo lui dice: le parole non servono a un cazzo. Sofocle diceva è vero solo quello che non si dice. Se li metti insieme, viene fuori che le unioni, le separazioni, gli abbandoni, si fondano sui fatti e non sulle parole. Il teatro invece si fonda sulle parole e non sui fatti. La dimostrazione è che per me, in questo spettacolo, l’azione non esiste.

“Solo R.H.”, ad esempio, ha scene cinematografiche. Quando lui si affaccia alla finestra e vede l’altro in terra “disteso sul marmo bianco, mentre un lenzuolo rosso si allargava lentamente sotto di lui”.

Posso vedere quella scena come voglio girarla io. Lui che va alla finestra, che si affaccia. È meraviglioso come lui vede il corpo in terra, con i suoi arti finiti in posizioni strane, mentre si allarga questo lenzuolo rosso di sangue. E si rimane nel dubbio. Si è buttato? E’ stato un caso? E’ stato spinto?

Al Ginesio Fest ci sono ragazzi che stanno facendo formazione. Molti giovani stanno lavorando, fortunatamente, per grandi produzioni televisive. Hanno il tempo di formarsi?

Non so se il problema sia formarsi o essere all’altezza. Io non ho fatto una scuola. Ci sono modi e modi di arrivare alla recitazione. Il percorso è fatto anche di incontri.

Avevo un gruppo che suonava nella cantina sotto l’officina di mio padre. Volevo fare il musicista. Oppure il calciatore, il pittore o l’architetto. Ho fatto l’artistico. L’attore non mi interessava. Ero taciturno. Ho incontrato il teatro attraverso la musica. Ero iscritto ad architettura. Vidi un annuncio: cercavano un pianista. Era un gruppo di attori che si erano formati alla scuola dello Stabile di Torino. Furono scritturati dallo Stabile per uno spettacolo “Una losca congiura ovvero Barbariccia contro Bonaventura” di Sergio Tofano. Io rimanevo fuori. Il regista, Franco Passatore, si inventò un personaggio che era un musicista a bordo palco, che commentava lo spettacolo con vari strumenti. Mi diedero anche alcune battute.

La svolta decisiva arrivò l’anno successivo. Il teatro Stabile ci scrittura per uno spettacolo sulla commedia dell’arte, “Arlecchino/Arlequin” e mi affidano una parte piccolissima. Iniziai così ad entrare nel meccanismo del teatro. Nel mio caso i corsi sono arrivati dopo, quando mi fu proposto di insegnare in una scuola a Torino, piccola ma diretta da Arnaldo Foà, dove c’era anche sua moglie Erica Blanche. Mi sono fidato di chi mi ha detto che ero capace e, facendo scuola, me la sono fatta. Ho scoperto che provare a raccontare cosa facevo diventava un modo per codificare quello che sapevo fare.

Hai avuto il coraggio di prendere le strade che hai incrociato?

Ho avuto la fortuna di essere stato sostenuto dei miei genitori. Ricordo quando dissi che volevo imparare a suonare il sassofono. Mi risposero: “va bene, a rate ma te lo compriamo”. Ho avuto anche la fortuna di incontrare persone che mi hanno fatto capire che ero nel posto giusto. Poi devi metterci la fortuna. Nel nostro lavoro il 60% è talento e il 40 è buona fortuna. David Lynch, in un’intervista disse: io credo che sono quello che sono perché sono stato fortunato. Sono sicuro che nel mondo ci sono una serie di altri David Lynch che non sono David Lynch perché non hanno avuto fortuna.

Ti vedremo in TV?

Sono uno dei protagonisti del remake del cult francese “Dix Pour Cent (Call my agent!)”, che debutterà su Sky tra dicembre e gennaio e poi in streaming su NOW .

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