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Tony Esposito live a Napoli con "Tribal Classic"

"Tribal Classic": il punto d'incontro tra la musica classica e i ritmi del mondo. Intervista a Tony Esposito.

Tony Esposito - intervista per Globalist.it
Tony Esposito - intervista per Globalist.it

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30 Maggio 2022 - 19.42


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di Alessia de Antoniis

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Tony Esposito live, Napoli, piazza Calenda, 31 maggio ore 21. È “Tribal classic”, il concerto inedito organizzato dal teatro Trianon Viviani.

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“Tony Esposito/Tribal classic”: un live diverso, visionario, fantasioso e spettacolare per far rivivere opere immortali di Bach, Monteverdi, Vivaldi, Bizet, Mozart, Pachelbel, Handel e Mascagni, rivisitati attraverso sonorita’ mediterranee e africane. Una performance inusuale che potrebbe far storcere il naso a chi considera sacrilego invadere l’elitario mondo della musica classica.

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“Non solo non hanno storto il naso – racconta Tony Esposito – ma uscire con un’importante etichetta come Sony Classical è un grande riconoscimento. Mi sono avvicinato a questi grandi autori senza toccare le composizioni, altrimenti sarebbe stato giusto storcere il naso. All’inizio erano tutti scettici, perché il repertorio classico è considerato intoccabile. Oggi siamo abituati a ritmi e strumenti diversi. Il mio obiettivo con “Tribal Classic” era di costruire un punto d’incontro tra le due grandi culture: quella della musica europea classica e la musica dei ritmi di tutto il mondo. Anche la SIAE mi ha dato un attestato di riconoscimento, dicendo che questa è la maniera più giusta di avvicinare i giovani alla musica classica.

Bach suonato con le percussioni, sembra un pezzo di Bob Marley. Molti colleghi hanno detto che queste musiche si sono ravvivate, “contemporaneizzate”. L’errore sarebbe stato quello di intervenire, come è stato fatto anche in passato, sulle composizioni”.

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L’incipit di “It’s A Hard Life dei Queen” è cantato sulle stesse note dell’aria “Vesti la giubba” daI Pagliacci di Leoncavallo

Freddie Mercury manifestava apertamente la voglia di mescolare. Ha collaborato a lungo con il soprano Montserrat Caballét. Anzi, per lungo tempo Monserrat ha messo nel suo repertorio brani dei Queen.

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Ci sono rapper che rappano Beethoven, e vengono dalla strada non dal conservatorio. Nella musica pop, Beethoven e Bach sono tra i più saccheggiati. Lei che operazione fa?

In questo viaggio con “Tribal Classic” mi occupo di portare l’Africa, Napoli e la Tammurriata, il voodoo, il tribale, nei ritmi della musica classica. Personaggi come Beethoven, Bach, Hendel, Monteverde erano ritmici, pur componendo in periodi in cui la danza e il ritmo erano considerati blasfemi, pagani, “indemoniati”. Quando si parlava di tamburi e danza, bisognava farlo con attenzione. La maggior parte degli autori dal Cinquecento in poi, erano sostenuti dalla chiesa e dai nobili.

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Beethoven diceva che la musica può farti rinascere o morire. Può fermare il cuore, entrare in conflitto con il battito cardiaco: sta parlando di ritmo. Chi si occupa di musicoterapia sa che ci sono musiche che rilassano il ritmo cardiaco, altre che lo esaltano.

Nonostante abbia anche scritto canzoni, resto fedele alla musica strumentale perché all’interno dei suoni si può immaginare qualsiasi paesaggio, qualsiasi realtà, slegata dalle parole di un testo.

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Per molti “musica classica uguale musica per vecchi”. Eppure Ezio Bosso e Ennio Morricone riempivano le arene e gli auditorium. Anche Ludovico Einaudi. Quindi c’è spazio per la musica classica tra i giovani. Dov’è il cortocircuito?

Il cortocircuito è nella separazione borghese dei fautori della musica classica che non hanno voluto questo incontro tra la musica classica e la sua evoluzione.

È accaduto anche nel jazz. Miles Davis fu definito un furfante che non faceva vero jazz. Ci sono sempre i puristi che hanno paura che il loro orticello venga profanato. Ma è un errore. Artisti come Bosso spaziano in più campi, ma la musica classica, quella dell’Accademia di Santa Cecilia, è rimasta elitaria e anche un po’ stantia. Bisogna avere il coraggio, quando passano gli anni, di dare una pennellata di energia nuova. Come si fa con i quadri.

Non dobbiamo dimenticare che, prima ancora della musica classica, nasce il ritmo del mondo. Ci sono ritmi che sono estremamente complessi e linguaggi dove è difficile entrare, perché bisogna appartenere a certi luoghi per poter esprimere al meglio determinati suoni. La musica è qualcosa di magico e vivo.

Bisognerebbe insegnare ai giovani che la musica non è solo mercato. Oggi un computer può sfornare migliaia di soluzioni nuove, ma viene meno l’anello di congiunzione con l’essere umano che cerca, attraverso le sue possibilità, di trovare il divino. Cerca “l’oltre” attraverso la propria capacità espressiva, il proprio dolore, la propria fantasia. Fin da ragazzino mi sono interessato all’elettronica, ma oggi c’è il rischio che gli strumenti acustici scompaiono sostituiti dai computer. Basta premere un tasto per avere il suono dello Stradivari. Ma senza la corrente elettrica, quel tipo di musica scompare. Bisogna tornare al contrabbasso, al tamburo, alla chitarra. Lo strumento che produce e che produrrà sempre musica, è legato alla natura. Strumenti fatti con il legno degli alberi, ottoni fatti con il metallo. Alla fine restano gli strumenti legati al pianeta.

Brian Eno e i Pink Floyd erano dei maghi del sintetizzatore, ma erano loro ad essere geniali. Stravinsky era un jazzista, con buona pace di chi lo voleva solo classico. In realtà il mondo non ha solo due colori…

Oggi è tutto minimalista, ristretto e uniformato. Sembra tutto prestampato.

Stravinskij è stato un grandissimo musicista che ha fatto della musica un centro di gravità totale. Grazie a Stravinskij ho vinto un Nastro d’argento per la colonna sonora del film di Lina Wertmuller “Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti”. Lina mi disse: “sei capace di tradurre “L’uccello di fuoco” solo per percussioni?” Io risposi di sì e facemmo ballare la musica di Stravinskij al ritmo dei tamburi. Un premio vinto leggendo un pezzo classico con le percussioni.

Napoli, l’Africa, il blues. Un gruppo di musicisti che ha fatto epoca: lei, Pino Daniele, Tullio De Piscopo, Alan Sorrenti, James Senese, Eugenio Bennato, Edoardo Bennato: l’America è la patria del jazz, ma Napoli ha un’anima jazz… Cosa ricorda di quegli anni?

Napoli ha assolutamente un’anima jazz. I più grandi batteristi sono dell’area campana. Con Tullio De Piscopo ho fatto “Te lo do io il Brasile” per la Rai (varietà di Antonio Ricci del 1984 – nda).

Ricordo poi quando io, Tullio (De Piscopo) e Pino (Daniele) abbiamo aperto la tournée di Bob Marley durante il tour europeo organizzato da David Zard. Bob Marley ci diceva: “il vostro sound è unico. Si vede che non siete americani”. Una volta ci chiese: “ma Napoli com’è?” Io risposi: “Napoli è un po’ come la Giamaica: tante cose messe insieme”.

A cena, dopo i concerti, ci chiedeva sempre di Napoli. Credo che poi alla fine non ci sia neanche mai andato. Ma era curioso di capire come mai suonassimo in questo modo. In quella breve avventura che durò un paio di settimane, abbiamo vissuto un mondo dove ogni nota era legata a un contenuto interiore, a un progetto di vita, a un percorso. Non era musica suonata tanto per fare. Era musica fatta per raccontare un’esistenza, le sue esperienze con Mandela, con Martin Luther King. Era questo lo spirito che trasmetteva con le sue canzoni e il motivo per cui i giovani lo amavano. È stato considerato da molti un profeta della libertà. Ancora oggi molti giovani di tendenza che fanno reggae e dub, omaggiano la Giamaica di Bob Marley. Il suo spirito giovanile è quello di tutti movimenti rivoluzionari, perché qualsiasi tipo di rivoluzione appartiene ai giovani.

Cosa ama dell’Africa?

Tutto. È il mistero, l’origine di tutto, il dramma, la gioia, il dolore. Quando sei in Africa ti abitui alla morte e capisci il senso della vita. Capisci la nascita e comprendi che la morte fa parte della vita. Vivi la morte continuamente, ma con una coscienza diversa. Con le nostre religioni autoritarie, abbiamo creato una grande distanza tra noi e l’universo. Ricordo quando, in Costa d’Avorio, morirono tre musicisti di malaria: per loro era normale che se ne andassero, che la vita ti chiama, ti ricicla.

Nasce prima l’amore per le percussioni, che ha poi ritrovato in Africa o è l’Africa che le ha fatto amare le percussioni?

È un amore che nasce a Napoli, dove ancora alla fine degli anni Settanta c’era un tumulto di percussioni per strada. Ogni sabato c’era un santo da festeggiare al rullo di tamburi. A Napoli siamo abituati ai ritmi, come in Brasile.

Il tamburo nasce nelle mie orecchie, nella mia città: poi l’ho seguito e lui mi ha portato dove tutto questo nasce. Mi ha portato fino nel cuore dell’Africa.

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