Contro la deriva sovranista serve un'altra idea di cultura
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Contro la deriva sovranista serve un'altra idea di cultura

Se iniziassimo a vedere ogni cultura come connessa ad un'altra potremmo ridurre i sentimenti di xenofobia. Dietro la “purezza” invocata dalle destre c’è il desiderio di legittimare il loro potere e di creare nuove categorie identitarie, come dimostrato dal recente caso Ceuta. Dobbiamo smontare il linguaggio sovranista e considerarci tutti come immigrati su questa terra.

Contro la deriva sovranista serve un'altra idea di cultura
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13 Agosto 2026 - 17.47 Culture


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di Giada Zona

Quante volte sentiamo i telegiornali parlare di sicurezza, difesa e controlli? Sono questi i vocaboli preferiti dal nostro governo, alla disperata ricerca di una purezza culturale italiana ed europea. Se invece iniziassimo a rifiutare la “purezza” e la sostituissimo con l’idea di una connessione tra le diverse culture? 

E’ questa la tesi principale dell’antropologo Jean-Loup Amselle che rifiuta termini come “ibridazione culturale” o “meticciato”, poiché entrambi presuppongono che vi sia stato un incontro successivo alla nascita dei sistemi culturali. La mescolanza è invece considerata dallo studioso come il presupposto fondamentale per la nascita di qualsiasi cultura. E la cucina considerata “italiana” lo dimostra. Molti dei cibi che i sovranisti attribuiscono alla cultura gastronomica italiana hanno un’origine molto diversa: il caffé, pianta originaria dell’Etiopia prima di diventare espresso italiano e coltivato in America Latina, il cous cous di Trapani, siciliano di origine nordafricana, la polenta, pasto attribuito al Nord Italia fatto con il mais delle Americhe. Quale purezza italiana?

Eppure la ricerca della purezza italiana ed europea è diventata un’arma politica del nostro governo. Se passiamo agli attuali fatti di cronaca vediamo come l’espressione “Invasione dell’Europa” sia ormai la prescelta dai conservatori per descrivere il recente caso Ceuta, designando un’ Europa chiusa e pura, minacciata dalla presenza dello straniero. Chi conosce la storia e la geografia sa che Ceuta è in Africa, luogo di tensioni geopolitiche specialmente nei rapporti tra la Spagna e il Marocco ma anche con l’Unione Europea, viste le disparità stabilite dall’accordo di Schengen. Mostriamo ancora una volta come le attuali narrazioni ideologiche si siano appropriate di questo caso al fine di intensificare i controlli e alimentare la paura dello straniero. 

Stiamo infatti assistendo alla diffusione di ideologie sovraniste, alla ricerca di un essenzialismo culturale e alla creazione di categorie identitarie da assoggettare. Questi diventano strumenti politici per legittimare il potere e la sorveglianza di soggettività già marginalizzate e discriminate. Le parole che usiamo per descrivere i fatti sono importanti. E il linguaggio diventa così una delle forme utilizzate per esercitare potere e adottare forme di manipolazione.

Nell’era dello scontro tra identità, la visione dell’antropologo Amselle viene sempre meno. Prevalgono invece i sentimenti di paura su cui gioca la destra per ottenere consensi elettorali, come di recente dimostrato dalla minaccia di sospendere l’accordo di Schengen con la Spagna. Da qui sono seguite narrazioni dove il migrante da Ceuta è una nuova categoria identitaria creata ad hoc, al fine di creare nell’immaginario collettivo nuovi nemici, il tutto mascherato dalla tutela della “sicurezza”, termine ormai più discusso dalla politica italiana poiché reso espediente delle più controverse ideologie razziste e sovraniste. 

La pretesa di culture pure affonda le sue radici nelle classificazioni coloniali, realizzate per controllare al meglio le culture dominate, a cui si affianca il cosiddetto progetto di “missione civilizzatrice” degli europei rispetto al resto del mondo, in base al quale hanno imposto la propria cultura perché la considerano superiore. Un processo che non è assolutamente scomparso e che continua a diffondersi concretamente, con forme di colonizzazioni persistenti. La colonizzazione sopravvive anche nei discorsi pubblici e nei linguaggi dei politici che continuano a incoraggiare forme di superiorità identitaria.

Dietro la “purezza” invocata dalle destre non c’è alcuna cultura da proteggere, bensì il desiderio di legittimare il loro potere. Le destre investono sul linguaggio ed è facile accorgersi di come oggi le parole che usano di più siano “sicurezza”, “protezione”, “identità”, “difesa”, svuotate del loro valore semantico. Questi termini infatti non descrivono la realtà ma la costruiscono, diventando anch’esse uno strumento di potere; assoggettano, sorvegliano, creano nuove etichette identitarie, definiscono linee di confine. Analizzare questo linguaggio vuol dire decostruire il discorso conservatore sovranista e considerarci tutti come immigrati in questa terra.

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