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Un ultimo pensiero prima della fine del mondo, l'ultimo romanzo di Jury Romanini

Una cinquantina di persone si trovano in un centro commerciale nell’istante in cui un enorme meteorite fuori controllo colpisce la terra proprio nelle sue vicinanze. È in quell’istante che si sovrappongono gli ultimi pensieri di quelle persone.

Un ultimo pensiero prima della fine del mondo, l'ultimo romanzo di Jury Romanini

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25 Maggio 2022 - 14.30


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di Rock Reynolds

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Che l’Italia sia un paese di poeti, santi e navigatori non è certo una novità. Mai, però, mi sarei immaginato che, nel condominio in cui vivo, oltre al sottoscritto, altre due persone scrivessero e pubblicassero libri. Tre autori su dieci famiglie è una discreta media. Così, quando mi sono ritrovato un email di Jury Romanini nella cassetta della posta, la sorpresa è stata grande. Il ragazzo, in fondo, l’avevo visto crescere e scoprire che aveva scritto un romanzo e che quel romanzo aveva parecchie frecce appuntite al suo arco è stata una piacevole epifania.

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In genere, diffido di chiunque mi proponga di leggere il suo libro con l’avvertenza (quasi un-excusatio non petita) che si tratta di un testo complesso, “non normalissimo”, comunque scritto in uno stile non convenzionale. Ammetto di aver tentennato per un istante prima di accettare di accingermi alla sua lettura e di averlo fatto essenzialmente perché questo autore davvero l’avevo visto in fasce. Se non lo avessi fatto, mi sarei privato della possibilità di entrare in contatto con un talento che mi era del tutto ignoto. Jury Romanini ha davvero dato alle stampe un libro inusuale, breve e profondo, in cui ogni parola ha un peso e un posto preciso. D’altra parte, il numero esiguo delle pagine sottende un progetto chiaro: non sprecare il vecchio inchiostro e fare di ogni riga un’esperienza intensa.

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Il romanzo La forma della farfalla (LiberAria Editrice, pagg 243, euro 27) di Jury Romanini è costruito per brevi schede di una paginetta l’una. Sfogliandole e calandosi nello stile dell’autore si riesce a cogliere l’unitarietà del progetto e la profondità di parole pesate con il bilancino, polvere d’oro, concetti distillati e ridotti alla loro essenza pura.

Una cinquantina di persone si trovano in un centro commerciale nell’istante in cui un enorme meteorite fuori controllo colpisce la terra proprio nelle sue vicinanze. È in quell’istante che si sovrappongono gli ultimi pensieri – o meglio, le ultime sensazioni – di quelle persone.

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Giusto per farsi un’idea della scrittura di Romanini, ho scelto un passo di una delle sue schede, intitolata “L’ombra”. «L’ombra ama la luce. Senza non esisterebbe. Quindi esita prima di entrare. Si ferma a due passi dall’ingresso per godersi un sole che inspiegabilmente sbiadisce.»

Jury Romanini è ancora poco avvezzo alle luci della ribalta e la semplicità con cui si è approcciato alle nostre domande lo testimonia, ma non è difficile immaginare nuovi sbocchi per il suo talento.

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Com’è nata l’idea originale della tua storia?

Volevo analizzare un singolo istante, concentrarmi su un singolo momento della vita e vedere cosa potevo tirarci fuori. Scoprii che c’erano diversi libri che partivano più o meno dalla stessa idea, arrivando però a risultati molto diversi. Per il mio scopo andava bene un momento qualsiasi. Dunque, ho scelto un momento specifico, carico di significati che è diventato il motore di tutto: la fine del mondo. O meglio, un momento scioccante che mette tutti i protagonisti nella stessa situazione, allo stesso livello. I protagonisti sono una cinquantina di persone all’interno di un piccolo centro commerciale, nel momento esatto in cui un meteorite non previsto precipita sulla terra in corrispondenza di quel centro commerciale. Esistono fatti storici simili dai quali ho preso spunto. Per la descrizione dei personaggi ho impiegato metafore e richiami di ogni tipo (religione, mito, vizi, superstizione, ecc…) nel tentativo di renderli un piccolo campionario dell’umanità. Sono divisi in tre sezioni aperte da un testo e da un disegno che, almeno nella mia testa, fanno da riferimento a tutti i personaggi successivi. 

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L’uomo è inevitabilmente ciò che mangia. Cos’ha mangiato, o meglio letto, per approdare alla sua storia?

Mi ero messo in testa di scrivere la storia di un istante, così ho iniziato leggendo quei libri che partivano dalla stessa idea. Probabilmente ero fuori strada. Ciò che mi interessava davvero non era la scomposizione di un istante in tutti (o tanti) punti di vista bensì la moltiplicazione dei significati che si nascondono dietro l’apparente semplicità o banalità della vita. L’ho capito quando ho letto Il partito preso delle cose di Francis Ponge (Einaudi Editore), una serie di brevi testi poetici in cui le cose note (un pezzo di carne, il pane, la candela) diventano cose nuove (una fabbrica, un panorama montano, una pianta) grazie alla capacità di spostare l’occhio dell’osservatore verso territori inesplorati. 

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L’inizio vero e proprio della tua storia ricapitola tre episodi reali in cui un meteorite ha creato scompiglio sulla terra. Che sensazioni ha avuto quando si è documentato al riguardo? In fondo, si fa riferimento a un meteorite che avrebbe colpito la zona del Giordano nel 1650ac circa, creando i presupposti per l’immagine biblica della distruzione di Sodoma e Gomorra…

Il problema di raccontare un singolo istante sta nell’impossibilità di disporre di un inizio, uno svolgimento e una fine, come avviene nella maggior parte dei romanzi. Non volevo che il mio testo restasse un esercizio di stile fine a sé stesso, così ho scelto l’istante, a parere mio, più affascinante: quello che viene appena prima della fine. Per aumentarne il fascino ho voluto una Fine maiuscola e insospettata. I casi reali all’inizio del libro servono per avvisare il lettore che non è fantascienza, è un fatto reale che può accadere in qualsiasi momento e può essere imprevedibile anche con le conoscenze scientifiche e tecnologiche attuali. L’esempio di Sodoma e Gomorra mi era utile a diversi scopi. Innanzitutto ci coinvolge perché è vicino culturalmente più della fine dei dinosauri, inoltre anticipa diversi personaggi del libro in qualche modo legati al mito e alla religione.

La narrativa da “day after” è nutrita e negli ultimi anni si è arricchita di numerosi autori nuovi, forse in conseguenza dei fatti dell’11 settembre che hanno sconvolto le certezze dell’Occidente. Lei però appartiene, piuttosto, alla narrativa “dell’istante prima”. Cosa c’è di tanto intrigante?

Credo sia la sospensione del verdetto, l’attimo in cui apriamo la busta che contiene la risposta che aspettiamo da una vita, ma non abbiamo ancora letto qual è. Nel bene o nel male il destino è segnato, ma in quel momento è ancora tutto possibile, tutto immaginabile, tutto desiderabile. È un istante in cui sei più vivo che mai. Nell’istante successivo, il mondo può finire e ti puoi ritrovare ad attraversare il deserto con tuo figlio e un carrello della spesa, cercando di raggiungere il mare oppure di far esplodere teste con la tecnica di Hokuto. Vale tutto, ma è tutta un’altra faccenda.

Minimalista, filosofico e lirico. Si rispecchia in queste tre definizioni?

Diciamo che ci ho provato, almeno per quanto riguarda minimalismo e lirismo. Mi piacerebbe molto essere filosofico, ma forse è esagerato.

Perché una persona adulta e un padre di famiglia come lei improvvisamente coltiva il sogno o la voglia (o, magari, la necessità) di scrivere un romanzo?

Penso che se ti piacciono le storie degli altri, orali o scritte che siano, sia inevitabile, a un certo punto, immaginare le tue. Le storie hanno accompagnato l’umanità dall’inizio dei tempi. D’altra parte, il linguaggio umano è ciò che maggiormente ci differenzia da ogni altra creatura vivente. Raccontare le proprie storie è naturale come avere sete, è istintivo. Piuttosto, credo che molte persone soffochino tale istinto.

Considerato il numero esiguo di pagine del suo libro, non le pare di essere un po’ in controtendenza rispetto alla moda di pubblicare romanzi di 300, 400 pagine?

Mi sembrava di aver detto tutto. Se avessi scritto di più non avrei aggiunto granché al mio proposito. Ho cercato di farlo con il minimo delle parole e il massimo del significato. Se avessi usato lunghe descrizioni temo che sarebbe risultato poco leggibile. Anche perché l’istante è breve per definizione: un libro lungo non ne avrebbe rispettato la natura.

E ora che si fa? Pensa di scrivere di nuovo qualcosa?

Qualcosa lo scrivo sempre, ma scrivere per pubblicare è faticosissimo. Intendo proprio sul piano fisico. Mi immedesimo troppo, sto male e mi vengono dolori ovunque, ma se trovassi l’idea giusta sarebbe più faticoso resistere alla tentazione. 

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