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Trame oscure e fascismo allo scoperto: parla Giovanni Tamburino

L'ex magistrato, nel suo libro "Dietro tutte le trame", racconta le indagini attraverso le quali da giovane giudice istruttore a Padova, fece luce sulle trame neofasciste e i legami con le strutture militari degli Stati Uniti

Trame oscure e fascismo allo scoperto: parla Giovanni Tamburino
Giovanni Tamburino

globalist

23 Maggio 2022 - 14.40


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di Rock Reynolds

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È probabile che ogni stato nel suo passato abbia una sfilza di momenti di cui non si può andare esattamente fieri, una sequenza diabolica di cadute di tono da spazzare sotto lo zerbino della storia. Se, però, analizziamo ciò che è successo in Italia dalla fine della Seconda guerra a oggi e, magari, lo facciamo attraverso la lente di uno dei testi illuminanti scritti sull’argomento, non potrà sfuggirci un elemento inquietante, un filo rosso che si insinua praticamente tra tutte le pieghe della storia della nostra repubblica: la presenza ingombrante di una sorta di secondo stato in seno a quello ufficiale, una specie di ambigua controfigura della democrazia che non si è mai del tutto staccata dalle radici marce del fascismo per alimentare una diversa narrazione, nelle paludi degli apparati militari e civili dell’Italia.

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Dietro tutte le trame (Donzelli Editore, pagg 243, euro 27) di Giovanni Tamburino, magistrato dal 1970 al 2015 e componente negli anni Ottanta del Consiglio superiore della magistratura, prende le mosse dalle prime indagini seguite da giovane giudice istruttore a Padova su certe trame oscure della destra neofascista con ramificazioni nella vicina Verona, città dal dopoguerra legata a doppia mandata agli Stati Uniti, con strategiche basi militari e attività segrete di controllo politico. È in quell’ambiente eticamente inquinato che nel 1973 Tamburino prende coscienza della presenza ingombrante di una massoneria internazionale sempre più asservita alle volontà della CIA e delle attività di importanti militari statunitensi e italiani che pescano abbondantemente nel torbido, la cosiddetta “Rosa dei Venti”, legata all’abortito “Golpe Borghese”.

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Nel libro di Tamburino vi imbatterete in una ridda di nomi che hanno, nel bene ma soprattutto nel male, fatto la storia degli anni di piombo del nostro paese: Freda e Ventura, Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, Stefano Delle Chiaie, Pierluigi Concutelli, Licio Gelli, Pietro Musumeci, ma pure Giulio Andreotti, Pino Rauti, Francesco Cossiga e molti altri ancora. E, soprattutto, incontrerete la stravagante figura di Gianfranco Alliata, un ricchissimo principe palermitano di fede monarchica nato in Brasile che, come un fantasma nero, accompagna buona parte delle trame eversive neofasciste, stringendo relazioni strettissime con Lucio Gelli ma pure con i massimi vertici politici americani. Per chi ancora non lo conoscesse, Alliata è il losco figuro indicato da Gaspare Pisciotta, braccio destro del bandito Salvatore Giuliano, come mandante della prima autentica strage nella storia della repubblica italiana: la strage di Portella della Ginestra, il primo maggio del 1947. Tamburino è convinto che quel massacro rappresenta il primo vagito strozzato del mostro figlio del fascismo, che nei decenni successivi seminerà terrore e morte nel paese. Se si fosse indagato con maggior convinzione sui mandanti di tale strage, forse la storia avrebbe preso una piega diversa. La storia, naturalmente, non si fa con i “se” e le riflessioni che Giovanni Tamburino ci ha concesso corroborano quanto da lui lucidamente e coraggiosamente scritto nel suo bel libro.

Pensa che sia stata l’ossessione americana per l’espansione del pensiero socialista il primo fondamento della guerra preventiva e della strategia della tensione?

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Sin dalla fine del conflitto esplose l’ostilità tra due mondi incompatibili che la guerra aveva alleati solo sul piano militare e della opportunità tattica. Nel giro di pochi mesi ognuna delle grandi potenze ha iniziato ad accusare l’altra di violare gli accordi sulla spartizione del mondo o, se si preferisce, sulle aree di influenza. La guerra fredda è stata combattuta dagli Stati Uniti avvalendosi anche di persone e gruppi provenienti dai regimi fascista e nazista perché davano le massime garanzie di anticomunismo. Ne sono derivate relazioni complesse: dalla semplice protezione ai finanziamenti, dall’utilizzo di “manovali”, alla loro collocazione in ruoli strategici, dalla sudditanza alla pretesa di fare di testa propria e imporre propri obiettivi e scadenze. Queste relazioni complesse spiegano i decenni di stragi e terrorismi italiani.

Come fa un magistrato a compiere il proprio dovere sapendo che un collega deviato o corrotto manderà a monte i suoi sforzi?

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Il rischio che accanto a me qualcuno non faccia il suo dovere esiste sempre, può aumentare lo sconforto, ma non modifica il mio dovere. Ne deriva una richiesta di maggiore energia, nient’altro. Come giudice ho spesso pensato al medico che combatte per la salute del paziente anche quando ha poche speranze. Perché l’atteggiamento del magistrato dovrebbe essere diverso? Il fondamento del dovere, di qualunque dovere, non dipende dal rischio di aver vicino un farabutto. Del resto, la grande maggioranza dei magistrati fa il proprio dovere pur in condizioni molto difficili. Se ho incontrato alcuni magistrati infedeli, la conoscenza e l’aiuto di moltissimi colleghi corretti è stata un’esperienza straordinariamente positiva.

Mi è capitato spesso di osservare, in questo nostro strano paese, la tendenza a premiare non il merito e l’onestà bensì il campanile e, talvolta, l’illegalità. Com’è possibile che certi personaggi sordidi come Ignazio Contu, siano stati “gratificati di importanti incarichi anche pubblici”?

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Questi fenomeni esistono non solo da noi, ma qui sono più gravi che altrove per antiche abitudini di nepotismo, familismo amorale, servilismo. Una magistratura indipendente è il presidio contro l’illegalità. Ma occorre riconoscere che in Italia si fa il possibile per indebolire la legalità. Riconosco che talora la stessa magistratura, purtroppo, ci mette del suo per facilitare questo indebolimento.

Qual era il clima padovano e veronese nel 1974? E perché proprio in quelle due città si annidavano ancora forti slanci fascisti?

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La realtà di quel periodo oggi è semplicemente inimmaginabile, tali e tanti sono i mutamenti intervenuti. Il Veneto e la Lombardia, in particolare il Bresciano, sono stati la culla della Repubblica sociale, ultimo rifugio di Mussolini sotto la tutela delle forze armate del Reich. Qui si erano avuti i contrasti più feroci con i partigiani, esecuzioni di massa e rappresaglie atroci, come nel caso dell’eccidio di Schio. Molti protagonisti delle azioni eversive erano ex repubblichini e figli di gerarchi. Inoltre l’area del Nordest era cruciale per la vicinanza del confine con la ex Jugoslavia. Qui vi erano forti insediamenti militari, il nerbo di Gladio e la concentrazione di organizzazioni neofasciste, a cominciare da Ordine nuovo, che furono di supporto agli obiettivi della guerra fredda. Padova e Verona, ma anche Brescia e Treviso, rappresentavano punti centrali di un’ampia rete clandestina depositata nel territorio sin dagli ultimi tempi della RSI.

Lei parla di un Ufficio Guerra Psicologica presso il comando NATO di Verona. Le cose venivano fatte alla luce del sole?

Le organizzazione collegate alla Nato avevano di solito, e probabilmente sempre, un doppio livello: quello visibile, legale, apparentemente lecito, e un secondo livello, spesso chiamato “settore B”, clandestino, al quale venivano affidate le operazioni coperte. Ciò si ricava oggi anche da documenti desegretati degli USA dei quali tratto nel libro recentemente pubblicato.

Si ha la sensazione che in Italia aleggiasse l’idea dell’impunibilità dei vertici militari, di una superiorità quasi data per scontata del mondo militare rispetto a quello civile. Lo ritiene un retaggio del fascismo? E tale sensazione perdura?

Io per primo nutrivo una fiducia totale nei confronti dei Carabinieri, delle forze dell’ordine, del mondo militare. Mi costò fatica accettare alcune verità che laceravano quella fiducia. In questo modo abbiamo perduto alcune illusioni. Ma al tempo stesso abbiamo raggiunto alcune importanti verità. Penso che avvicinarsi alla verità non distrugga la fiducia, ma consenta una fiducia più motivata e più critica.

Mi pare che la paura dell’ignoto, alimentata soprattutto dai sovranismi, sia tuttora la prima benzina di un militarismo strisciante. Che ne pensa?

Stiamo vivendo un momento di regresso. La grande idea della pace, realizzata grazie a relazioni internazionali guidate dalla diplomazia e dal diritto, cede il passo ad atteggiamenti muscolari: la forza, le armi, l’esaltazione di identità talora infime e meschine. È il segno di un preoccupante declino della cultura e della ragione. Quando questi giovani si trovassero davvero dentro una guerra e ne conoscessero le falsità, gli orrori, la sporcizia e il fango impastato di sangue, piangerebbero come bambini impauriti. La colpa non è loro, ma di quanti spingono da comodi salotti alla violenza, a cominciare da quella verbale, negando l’evidenza che l’umanità è unica e perciò non può che salvarsi insieme.

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