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Un occidente prigioniero, l'inedito di Kundera fa discutere

Con premesse di Jacques Rupnik e Pierre Nora, dal libro viene fuori una "visione centroeuropea del mondo" che oggi appare ancora più preziosa e illuminante.

Un occidente prigioniero, l'inedito di Kundera fa discutere
Milan Kundera

globalist

15 Maggio 2022 - 15.31


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‘Un occidente prigioniero’ di Milan Kundera, nella traduzione di Giorgio Pinotti è arrivato in Italia per Adelphi.

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Con premesse di Jacques Rupnik e Pierre Nora, dal libro viene fuori una “visione centroeuropea del mondo” che oggi appare ancora più preziosa e illuminante.

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    E dal 12 maggio, per la prima volta, Adelphi rende disponibili in ebook tutti i titoli di Kundera del catalogo, 17 in totale.

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    Nel libro sono raccolti due discorsi di Kundera: ‘La letteratura e le piccole nazioni’ del 1967, presentato con la premessa di Rupnik e ‘Un occidente prigioniero o la tragedia dell’Europa centrale’ del 1983, con la premessa di Nora. Nel giugno del 1967, poco dopo la lettera aperta di Solženicyn sulla censura nell’Urss, si tiene in Cecoslovacchia il IV Congresso dell’Unione degli scrittori. Ad aprire i lavori, con un discorso di un’audacia limpida e pacata, è Milan Kundera, allora già autore di successo. 

“Se si guarda al destino della giovane nazione ceca, e più in generale delle ‘piccole nazioni’, appare evidente – dichiara Kundera – che la sopravvivenza di un popolo dipende dalla forza dei suoi valori culturali. Il che esige il rifiuto di qualsiasi interferenza da parte dei ‘vandali’, gli ideologi del regime”. La rottura fra scrittori e potere è consumata e lo confermerà la Primavera di Praga.

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    A questo discorso, che segna un’epoca, si ricollega un intervento del 1983, destinato a “rimodellare la mappa mentale dell’Europa” prima del 1989. Con veemenza Kundera accusa l’Occidente di avere assistito inerte alla sparizione del suo estremo lembo. Polonia, Ungheria e Cecoslovacchia, che all’Europa appartengono a tutti gli effetti, e che fra il 1956 e il 1970 hanno dato vita a grandiose rivolte, sorrette dal “connubio di cultura e vita, creazione e popolo”, non sono infatti agli occhi dell’Occidente che una parte del blocco sovietico.

    “Nel settembre del 1956, il direttore dell’agenzia di stampa ungherese, pochi minuti prima che il suo ufficio venisse distrutto dall’artiglieria, trasmise al mondo intero per telex un disperato messaggio sull’offensiva che quel mattino i russi avevano scatenato contro Budapest. Il dispaccio finisce con queste parole: ‘Moriremo per l’Ungheria e per l’Europa’” viene ricordato.

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