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Letizia Battaglia: la poetessa civile della fotografia in cammino perenne sulle ferite dei suoi sogni

La fotocamera, ancora al collo e tra le mani, resta estensione della sua anima: Letizia Battaglia e ciò che ha significato per Palermo.

Letizia Battaglia: la poetessa civile della fotografia in cammino perenne sulle ferite dei suoi sogni
Letizia Battaglia

globalist

11 Maggio 2022 - 14.39


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di Francesca Parenti

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Io, questo articolo, non vorrei e non dovrei scriverlo.  Eppure, senza carta e penna, ma munita di tastiera e schermo mi accingo a farlo. Perciò basta negazioni.

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La mano trema, vacillano i pensieri, ondeggiano le parole: interrogativi sterminati affollano la mente, perché azzardarsi a scrivere di Letizia Battaglia è tutt’altro che semplice. Penne ben più autorevoli della mia lo hanno fatto nel corso della sua lunga carriera, quindi prima del 13 aprile 2022, in tanti lo hanno fatto a ridosso e, in troppi (forse), subito dopo quella sciagurata data. Ossia, nel giorno in cui, all’età di 87 anni, la fotogiornalista italiana più famosa al mondo è deceduta.

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Quando la notizia arriva, a tarda sera di quel funesto mercoledì, apro, inconsapevole, i social network e mi ritrovo sommersa. Da cosa? Da tutto. Uno tsunami mediatico mi investe.

Chiunque, nel qualunquismo e nell’approssimazione dominante, si ritiene autorizzato a parlarne. Appositamente scrivo parlarne in quanto il ricordo sensato e sensibile necessita altro. La memoria esige attenzione, pretende tempo, reclama distanza critica e il mucchio indistinto dei tanti in questione non ne dispone.

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Si corre su Wikipedia e si usa qualsivoglia motore di ricerca o strumento sul web per trovare una foto, scovare una frase ad effetto e postarla subito. È la maratona della superficialità, la fiera dell’esibizione, il circo della vacuità, perché il terrifico e di oltremodo cattivo gusto del RIP funziona solo nell’immediato. Un incantesimo improvviso fa sì che tutti, e intendo proprio tutti, magicamente la conoscano a fondo: l’hanno frequentata, hanno un’immagine con lei o scattata a lei, l’hanno incontrata. Sciacalli famelici e avvoltoi accaniti vanno a caccia, fin troppo facile, di like, commenti, emoticon che riducono Facebook e Instagram a grotteschi cimiteri on-line costellati di finti officianti pronti ad inscenare un’aberrante veglia funebre a suon d’ipocrisia.

Gli interventi profondi, e non dettati dalla volontà di cavalcare l’onda funebre per ottenere visibilità e tristissimo protagonismo, insieme alle riflessioni accurate e composte sono rari, in aggiunta ancor più difficili da individuare nelle sabbie mobili di un vischioso pantano pressapochista.

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Proprio per questo, sostenevo in apertura, questo articolo non avrei dovuto scriverlo.

Tuttavia la decisione è stata un’altra: forse non giustifica comunque quanto sto facendo, ma mi fa sentire pulita (un filino di più) e meno ipocrita (a tratti perlomeno) nel non aver redatto l’amaramente arcinoto coccodrillo. Non è mia abitudine tenerne di pronti e, se a questo si aggiunge il fatto che sono pure scaramantica, di certo quello per Letizia non l’avrei preparato mai.

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Ho preferito aspettare e riflettere. Probabilmente nessuno o quasi leggerà questi pensieri, verranno ritenuti obsoleti e fuori tempo massimo. Scaduti o scadenti, giudicate voi.

Sono infatti trascorse alcune settimane e i riflettori si sono abbassati, per non dire spenti.

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Si discute d’altro. Sono cominciate la Biennale, le fiere e i festival: addetti ai lavori, curatori, critici, artisti, giornalisti, appassionati, curiosi insieme a cavallette e prezzemolini variegati del presenzialismo culturale (contro cui non ho nulla e del quale insieme faccio io stessa parte) si sono già spostati a Venezia o verso altri lidi, lontani da quello lagunare.

Come si dice? The show must go on, ecco. Oppure? Let’s go, anche. A voi la scelta.

Un incipit lungo e polemico mi occorre per denunciare, senza riserve, che Palermo, i delitti mafiosi e Picchì idda? sono già ingiustamente passati, precipitando nella voragine della dimenticanza.

Come fossero un capo di vestiario indossato per una sola stagione ed ora démodé: che svilente bassezza. Così, in abito da bastian contrario, mi sono detta che solo ora, fuori dal coro e in plateale voluto ritardo, potevo procedere. E lo faccio con convinzione, correndo il consapevole rischio di entrare, anch’io, nel coro opportunista menzionato. Un’eco che, seppur a dominanza approssimativa, ha lasciato un segno. A parti invertite, è anzi prova inconfutabile della traccia permanente che Letizia ha generato, del dibattito che ha suscitato e che continuerà a perpetuare.

Ciò emoziona e commuove, al di là degli atteggiamenti opinabili o meno: una legittima difesa, almeno parziale, della scia immediata e di superficie che ha comunque scosso le coscienze e dimostrato quanto lei sia entrata indiscutibilmente nelle stesse. Confidando, speranzosa, che esse coscienti lo siano seriamente. In toto o in parte. E non, per nulla o quasi.

Questo scritto non vuole essere un sermone, nemmeno una predica dell’arrivederci, solo un tentativo (fallibile e velleitario) di estensione nella trasmissione del messaggio universale che Letizia ci ha donato. In primis, l’offerta generosa di un linguaggio di luce e inchiostro grazie al quale ogni generazione, in ogni angolo della terra, per ogni lottare contro possano abbeverarsi, attingendone a piene mani. Scatti e parole, incancellabili e di stringente attualità, che potrebbero concretarsi nella costituzione di una disciplina di studio: una materia da inserire nei programmi scolastici per gli istituti di ogni ordine e grado, nei programmi di educazione. Sì, Letizia ci ha educati e lo farà ancora se sapremo leggerla con ardimento autentico, senza piagnistei commiseranti: un’eredità di fecondo dolore, in questo caso.

Il suo ammonimento, l’incitazione coraggiosa a non farsi scoraggiare, compone la guida della sua opera ed esistenza intera e, per noi, assume la forma di un bisogno utile e la fattezza di un’esigenza sempiterna: “la prima cosa è resistere, ma io non vedo questo come rompere le scatole, piuttosto come andare avanti, non sull’attacco ma proprio andando, continuando ostinatamente ad andare.”(Dal libro-intervista realizzato con Goffredo Fofi, Volare alto volare basso. Conversazioni, ricordi e invettive, Contrasto, 2021).

La sua personale e privata memoria cucita alla collettività, l’immersione totale ed energica nel non fermarsi mai, il negazionismo di ogni muta accettazione delle ingiustizie prepotenti, permettono al suo lascito di restare. Il permanere di un monumento e un monito imperituri, il risveglio dal sonnambulismo dell’accettazione destano la prontezza dell’azione e permangono anche dopo la dipartita: quella di una fine unicamente terrena.

Quando si cresce a pane e fotografia, da Letizia bisogna passare per forza. La si incontra (non di persona, come pare sia accaduto al 99,9 % dell’umanità partorita da Mark Zuckerberg) idealmente a partire dal nome che funge da impeccabile biglietto da visita. Si tratta di un ossimoro in cui tout se tient, dove tutto straordinariamente si amalgama.

La parvenza ingannevole di un nome d’arte studiato appositamente lascia il campo ad un’esatta sintesi, a ciò che questa donna era ed è: un’unione fertile di temperamento combattivo, ammissione perentoria di paura e cuore spalancato all’accoglienza. Una tempra inconsueta l’ha resa incessantemente solerte nella discesa in campo, in un contesto dominato da uomini. Anzi, da maschi miopi che invano hanno tentato di relegarla all’isolato ruolo di moglie e madre e che per decenni le sono stati ostili, ostacolandola, deridendola, ridicolizzandola nell’ambito lavorativo.

Una sofferenza fisica e psicologica, a partire (ancor prima) dalle vicende familiari, che l’ha tormentata: “mio marito amava farmi regali costosi, come una pelliccia di castoro che non ho mai indossato e gioielli che regolarmente perdevo o che qualcuno mi rubava. Non era quello di cui avevo bisogno, non stavo bene, stavo male, molto male.

È stato nel 1964, quando avevo quasi trent’anni, che ho cominciato ad avere un dolore fortissimo oppressivo a livello cardiaco, mi crollava il cuore, mi veniva da vomitare, avevo ogni volta una specie di collasso, era come una sorta di infarto. Mi sentivo fallita, annientata, affogare in un’angoscia senza fine, era talmente potente che per cercare di calmarmi bevevo dei cocktail di valium e whisky. L’angoscia poteva essere così forte da alterare anche la vista, non riuscivo più a stare in luoghi affollati.

Arrivarono le crisi di angor, che in latino significa soffocamento, angoscia, e sono degli attacchi, come ho capito solamente dopo, che si verificano quando si vive uno stress emotivo molto forte, quando si sta male dentro. Tutti pensavano che io avessi avuto un infarto o qualcosa di molto grave, che avessi i giorni contati e così il prete venne a darmi l’estrema unzione. Il dottore che mi visitò non aveva capito che l’origine di quel male era psichico. Tutto poteva alterare e far precipitare all’improvviso il mio stato psicofisico, per questo la porta di casa restava sempre aperta, tutti i rumori erano disattivati, dal campanello al telefono.

Erano tutti convinti, io per prima, che stessi morendo. Aver vissuto quella paura, aver attraversato il sentimento della morte che arriva, mi ha fatto in seguito dare un valore diverso alla vita, mi ha dato la consapevolezza di non volerla sprecare e condannare in una storia, in un’esistenza senza significato. Mio marito credeva che avessi un esaurimento nervoso e seguendo il consiglio di un medico amico di famiglia decise che dovevo essere ricoverata in Svizzera, in una clinica psichiatrica privata dove per calmare queste crisi mi hanno sottoposta alla cura del sonno.

Mi hanno fatto prendere delle medicine e ho dormito ininterrottamente per quattordici giorni. Dopo due settimane mi sono svegliata gridando. Non avevo un esaurimento nervoso, ero profondamente disperata e la cura del sonno non serviva a calmare il mio malessere, che era tutto interiore. Rifiutai di essere ricoverata in una clinica per due anni. Quando tornai a Palermo incontrai la persona giusta che finalmente mi aiutò a guardarmi dentro e capire cosa c’era alla base delle mie crisi.

A salvarmi è stato Francesco Corrao, uno psicoanalista freudiano che in quegli anni era presidente della Società Psicoanalitica Italiana. Ci sono voluti quasi tre anni di terapia con lui per riuscire a tirare fuori tutte le cose che dal tempo dell’infanzia mi avevano fatto male e soffrire, e capire quello che mi era successo, per trovare il coraggio di guardare in faccia l’angoscia, la tristezza, il senso di fallimento nei confronti della vita che conducevo. È stato nel corso dell’analisi che ho acquistato coraggio e consapevolezza di quello che ero. Sono una di quelle poche donne o tante che con la psicoanalisi ha cambiato la sua vita.

Non era in quell’epoca una cosa comune per una donna rivolgersi a uno psicologo perché le donne accettavano tutto, subivano e non ritenevano di avere la possibilità di cambiare. Le pressioni sociali erano così forti da annichilirle.” (Questa e tutte le citazioni seguenti, dove non indicato diversamente, sono tratte dal volume Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza, realizzato insieme alla giornalista Sabrina Pisu, Einaudi, 2020).

Quanta forza serve per raccontare onestamente questo dolore martoriante e affrontare senza vergogna le proprie fragilità? Troppa. Ma quella di Letizia, unita ad estrema lucidità nell’inserire la sua storia in un retrogrado universo sociale, basta e avanza. Ha un’energia immane, non si discute.

Alcuni dati biografici, da lei impietosamente ripercorsi in maniera viscerale e minuziosa, dobbiamo tirarli fuori.

Letizia Battaglia nasce a Palermo nel 1935 (città nella quale trascorrerà la maggior parte della propria carriera ed esistenza); un incontro la segna a 27 anni, quando conosce il poeta Ezra Pound e l’avvicinamento alla sua opera diventa una fonte d’ispirazione.

Per sbarcare il lunario e portare il cibo in tavola, trova lavoro presso L’Ora, un giornale locale di Palermo, decisamente anti mafioso e di sinistra. La collaborazione dura parecchi anni, anche dopo una breve esperienza a Milano, dove impara a fotografare. Nel 1974 torna nella sua città natale ricevuta la proposta per un posto di responsabile della fotografia, sempre per L’Ora.

Inizia, così, a confrontarsi con la dura realtà di una città e di una regione, spaccate dalla mafia, dal clientelismo, dalla politica, dalla povertà: la fotografia diventa la sua vocazione a tempo pieno per documentare una “vera e propria guerra civile.” Il suo costante impegno porta all’attenzione di tutti la cruda realtà e le consente di lavorare al fianco di altri grandi testimoni del suo tempo. Con la fotografia, una dedizione quotidiana, prosegue fino al 1992, l’annus horribilis degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Col cuore a pezzi ed esausta, interrompe la carriera da fotoreporter senza abbandonare la lotta. Preferisce concentrarsi sulle attività cooperative di sensibilizzazione e divulgazione: sostiene e collabora con diverse agenzie; realizza laboratori per diffondere le proprie conoscenze a chi desidera fare della fotografia la propria vocazione e un’arma di ribellione.

Una missione idealmente culminata con l’apertura del tanto desiderato Centro Internazionale di Fotografia di Palermo. Fino alla fine (con mostre, lezioni, workshop, pubblicazioni) ha continuato a battersi per la realizzazione del suo sogno. Palermo, Letizia e la fotografia sono sottoposti allo stesso fato di liberazione, al medesimo destino di affrancamento.

La redenzione e il riscatto della sua città la coinvolge e l’affligge: “nonostante i miglioramenti che ci sono stati, Palermo, e la Sicilia, resta ancora una terra che vuole essere dominata, gestita, le persone non vogliono guadagnare un’autonomia mentale, un senso di responsabilità. È una terra che non vuole percorrere strade lunghe, perché le strade della costruzione sono lunghe, ma cerca le scorciatoie. È una terra che rifiuta la disciplina, che è invece uno degli elementi, che regolano il mondo moderno. Queste sono tutte eredità del passato che non sono più accettabili.

Senza il coinvolgimento delle persone, non c’è nessun cambiamento. Non sono riuscita mai ad impedire a me stessa di esprimere la mia opposizione e disprezzo nei confronti delle cose che non sopporto e che mi fanno soffrire”.

Una condotta, la sua, che prosegue il percorso vitale di crescita in virtù dell’impeto che ha trasfuso: “se possibile, oggi nella vecchiaia, sono ancora più battagliera di quando ero giovane perché ho la consapevolezza che quello che sto facendo non è per me ma per la collettività”.

Gli inizi vengono, da lei, tratteggiati come difficili, nel ricordato universo maschile albergante nella redazione de L’Ora. Sono stati anni duri, dolorosi e necessari: “per noi quelli furono anni più eroici che per tanti altri cittadini, perché avevamo coscienza, come giornalisti e fotografi, di quello che stava avvenendo. Diversamente da quelli che erano pagati per accettare questo stato di cose e che sapevano ma facevano finta di non sapere, noi sceglievamo di prendere posizione e di mandare in giro certe foto. Ci trattavano malissimo. Eravamo fotografi all’epoca e non eravamo rispettati.

Però, allo stesso tempo, all’Ora c’era quest’aura di combattimento, di resistenza più che altro. È stata una scuola. Ringrazio per aver lavorato per quel giornale: era una macchina contro i fascismi, le mafie, i razzismi. Era meraviglioso. Sotto certi punti di vista questi furono anni dolorosissimi e però belli, ti sentivi presente, utile. E ti sentivi contro. Quante sputate mi sono presa, quante macchine fotografiche mi hanno fatto cadere per terra, quante minacce, paure, telefonate, lettere anonime! Ma andavamo avanti. Fin quando con la chiusura del giornale tutto è finito, nessuno ha raccolto l’eredità di un giornale antifascista e antimafioso, che ha avuto anche i suoi morti.” (Dal libro-intervista Volare alto, volare basso. Conversazioni, ricordi, invettive, realizzato insieme a Goffredo Fofi, Contrasto, 2021). Lei e i colleghi sono soprannominati i poveracci di Palermo, ma incuranti del colore dispregiativo dell’espressione continuano a fare il loro dovere, consapevoli dei rischi che corrono.

Una corsa, in tutti i sensi fattuale, a partire dal vivere il dramma in prima linea: “con la Vespa, correvamo da un omicidio all’altro. La cronaca ci assorbiva completamente, non conoscevamo la notte. Ogni volta che il telefono squillava ci si fermava il cuore in gola, sapevamo che da qualche parte a Palermo era successa una tragedia. Lavorare per un quotidiano non è come lavorare per un periodico, bisogna essere pronti a tutte le ore”.

Letizia ha tenuto duro, nella professione così come nella vita. Che poi, a ben guardare, per lei sono state una cosa sola: un’esistenza interamente dedicata al fotogiornalismo e decenni passati con i piedi letteralmente nel sangue. “Esserci e lottare è un dovere.” E tale rimane.

“È stato in quegli anni che la macchina fotografica ha cominciato a rappresentare un’estensione della mia anima. Era la nostra arma per difendere Palermo, finita nel buco nero di una guerra civile. In quegli anni la mafia ha conquistato Palermo con il sangue e quel sangue è entrato nelle mie fotografie. Non pensavo di avere coraggio, ma solamente che dovevo denunciare la mattanza che avevo sotto gli occhi, testimoniarla con la fotografia”.

Tra i giovani conosciuti presso L’Ora, il giornalista Saverio Lodato sintetizza la portata prodigiosa dell’operato della collega: “a fare la cronaca nera ci si sporca, diceva il grande fotografo americano Weegee, che di morti ammazzati ne aveva fotografati a migliaia. Ma il fatto è che Letizia Battaglia è miracolosamente riuscita a non sporcarsi. Forse anche per questo Palermo e i palermitani devono molto a Letizia Battaglia. E forse non tutti lo sanno. Le devono un’immagine che si è affermata nel mondo, lasciando sullo sfondo orrori senza fine, violenza insensata, pagine truculente di cronaca nera, decenni di sangue senza speranza proprio perché lei volle e riuscì a documentarli. Grazie a Letizia Battaglia, il No della parte migliore di Palermo e dei palermitani a tutto quello scempio fu immortalato per sempre. Grazie alle decine di migliaia di clic d’autore, a firma Letizia Battaglia, anche in un domani molto lontano i posteri potranno visitare un museo d’immagini che racconteranno cosa accadde, perché accadde e come fu possibile. E, per finire, va aggiunto che Letizia Battaglia ha avuto da Palermo e dai palermitani, molto meno di quanto lei ha dato loro. Con la sua testimonianza d’eccellenza, con l’amore per la sua città, con il suo rifiuto della rassegnazione. E perché è rimasta una persona pulita.” (Parole di Saverio Lodato tratte da Letizia Battaglia Anthology, Drago Edizioni, 2016).

Ogni situazione affrontata insomma a testa alta, non con presunzione o spavalderia, ma con la ferma convinzione, semmai, che portare testimonianze fosse un atto dovuto alla società. Va considerato, inoltre, che il suo talento è sbocciato alla soglia dei quarant’anni, peraltro attraverso uno scivolamento fortuito del suo destino nella fotografia: “ho cominciato a fare fotografia per caso, ma lentamente questa è diventata per me come una sorta di colonna vertebrale nuova. Nessuno mi ha insegnato, ho imparato da sola, sempre sbagliando.

Ancora adesso non so com’è una macchina fotografica, ma lavoro molto d’istinto. Con la fotografia sono riuscita a essere una persona che faceva testimonianza di qualcosa. Con molta convinzione. Una persona che aveva una sua identità, una sua vocazione, una sua necessità. È così. E quando tornai a Palermo mi accorsi di questa grande tragedia che era la Mafia. Era cominciata una vera guerra.” (Dal libro-intervista realizzato con Goffredo Fofi, Volare alto volare basso. Conversazioni, ricordi e invettive, Contrasto, 2021).

Letizia continua fino al 1992 quando, come rammentato, in un solo anno e a distanza di pochi mesi, due giudici vengono ammazzati. Falcone e Borsellino, orgoglio di Palermo e dell’intera nazione, sono stimati immensamente da Letizia e atrocemente tolti di mezzo. Delle stragi di Capaci e Via D’Amelio lei è presenza impotente. Paralizzata, non riesce a fare nessuna foto. Un macigno d’indescrivibile angoscia la schiaccia: “quel 23 maggio del 1992 come ogni domenica ero a casa di mia madre, malata di Parkinson, e insieme stavamo guardando la televisione. All’improvviso la programmazione venne interrotta drammaticamente per passare la linea al telegiornale che dava la sciagurata notizia.

Una esplosione di tritolo aveva squarciato l’autostrada all’altezza di Capaci, le due auto con Giovanni Falcone, Francesca, la moglie e gli uomini della scorta erano saltate in aria. Rimasi pietrificata per lunghi secondi davanti al televisore che aveva già ripreso la programmazione. Sapevo che dovevo mettermi in azione immediatamente, raggiungere l’autostrada e fotografare. Non volevo vedere più stragi, andai invece in ospedale con la speranza che potessero ancora arrivare vivi, anche se feriti. Per tre lunghe ore rimasi immobile davanti al Pronto Soccorso con mia macchina appesa al collo, pesante e inutile come mai prima di allora.

Scese il buio. Rimasi immobile ad aspettare il nulla. Falcone e sua moglie erano morti. Sono stata lì, sapevo dentro di me che era un’attesa vana, che ero andata lì solo per evitare di fotografarli morti. E così della strage di Capaci non ho neanche una foto, neanche una brutta. Non ce l’ho. Le foto che non ho fatto mi fanno più male di quelle che ho fatto. Le ho tutte dentro la mia testa. Giovanni Falcone era l’orgoglio della nostra terra, noi eravamo fieri che ci fossero delle persone come lui che rappresentavano la nostra voglia di giustizia. Anche davanti alla carneficina di via D’Amelio rimasi paralizzata, con la macchina fotografica che mi pendeva, la testa in giù, vedevo la pancia di Paolo Borsellino, brandelli del suo corpo sparsi e restai immobile. Ero lì in via D’Amelio, sembrava Beirut dopo i bombardamenti, l’auto era volata su un albero, le mie gambe non si muovevano. Mi pento ancora oggi e mi vergogno di non averlo fatto perché il dovere del fotografo è proprio è proprio quello di documentare. Che fotografa incapace sono stata! Non posso dimenticare Paolo Borsellino, durante i funerali di Falcone a Palazzo di Giustizia.

Il viso triste, tristissimo, andava su e giù, in fondo al grande salone dove era stata allestita la camera ardente con i feretri di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, con sopra il berretto e la toga rossa e nera dei Giudici di Stato, e le bare degli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, con sopra il cappello blu della Polizia. Anche qui non fotografai. Queste fotografie mancate pesano sulla mia coscienza molto più delle centinaia che ho fatto, perché le altre immagini posso condividerle con il mondo mentre queste sono nella mia testa e mi fanno soffrire molto più delle altre.”

Quella che Letizia chiama la sua colonna vertebrale, la scrittura luminosa che le ha consentito di nascere come testimone del suo tempo, di fronte a tanto non può nulla. Anche queste ammissioni sono parte di un coraggio che non ha eguali, di un incedere impavido in cui, fotograficamente e frequentemente, speranza e disperazione parlano la stessa lingua.

Nonostante tutto e tutti: “la mia storia non è stata una linea retta. Mi sono spezzata e sono ripartita più volte, ogni volta con più consapevolezza di prima. Sono nata come persona solamente a trentanove anni: è stata la fotografia a reiventarmi come donna, a darmi un’identità, un’autonomia, a farmi superare timori e ostacoli. È stata la macchina fotografica, arrivata nelle mie mani un po’ per caso, un po’ per necessità, che ha aperto le porte di quella prigione interiore in cui ero rimasta intrappolata, facendomi scoprire me stessa e la mia libertà. Non mi sentivo né pensavo, e non lo penso neanche oggi, di essere un’artista, facevo la fotografa per mantenermi e fermare in immagini quello che mi suscitava rabbia, pietà, amore e bellezza”.

Lei, Battaglia di nome e di fatto, è una combattente. Agguerrita ed integerrima, riesce nell’impresa di articolare un racconto come lotta continua contro la Mafia (con la M sempre maiuscola), gli abusi, le soperchierie, le barbarie: sa che le cose non possono essere lasciate così come sono. Non ci si può adagiare o stare a guardare.

È riduttivo e fuorviante relegare Letizia al ruolo di fotografa della Mafia, etichetta restrittiva e soffocante che spesso le viene apposta. Il fuoco del suo versatile obiettivo si rivolge alle tradizioni religiose e popolari, anima di Palermo e della Sicilia; ai rituali familiari e agli interni domestici, poveri e semplici, contrapposti allo sfarzo barocco dell’aristocrazia abbiente: ne esce un divario straziante tra una povertà diffusa al limite dell’indigenza e una ristretta cerchia di ricchissimi che ostentano opulenza. E ancora, una ricerca fondamentale è annodata all’interesse e al trasporto per la sfera femminile: bambine, ragazze e donne. Un’indagine emotiva che si sposa alla sua necessaria emancipazione, ottenuta con tribolazione e pagando il prezzo dell’esclusione; la medesima liberazione che desidera per i soggetti ritratti.

“Ho fotografato tanti bambini. Tanti troppi bambini! Tutti un po’ disperati, in verità. Mi rendo conto che quando spostavo il mio interesse e il mio obiettivo su di loro, cercavo più che una ritrovata innocenza, l’inizio della vita, il momento in cui nell’animo non c’è ancora corruzione, perché più che dei morti ammazzati, nei miei anni di fotografia sono stata colpita proprio dalla diffusione della corruzione. Un’altra mia ricerca, veramente profonda e personale, è stata quella delle bambine. Per molto tempo ho fotografato con passione le piccole bambine di dieci anni trovando in questo emozione vera. Le cercavo in quella fase molto particolare della vita, quando non sono più veramente bambine ma ancora non sono donne.

Quando ancora la pubertà non le ha veramente sfiorate, quando ancora sognano. Ero, e in parte lo sono ancora, attratta da questi visi con le occhiaie, magri, dallo sguardo proteso verso il futuro, forte, convinto. Forse era un bisogno di cercare me stessa, di ritrovarmi in quel periodo in cui anch’io sono cambiata e diventata un’altra. Sai com’è: sei bambina e poi di colpo, cominciano i casini! Ne ho tante di fotografie di queste bambine che ho cercato, che ho amato e che ho fotografato con molta attenzione. Erano questi, davvero, i miei momenti di respiro.” (Dal libro-intervista realizzato con Goffredo Fofi, Volare alto volare basso. Conversazioni, ricordi e invettive, Contrasto, 2021).

Con la notorietà e i numerosi riconoscimenti di cui è stata insignita (nel 1985 è la prima donna europea a ricevere l’Eugene Smith Awarda New York per la fotografia sociale e nel 1999 il Mother Johnson Achievement for Life a San Francisco; nel 2007 vince il Premio Erich Salomondalla DGPh, la Società Tedesca per la Fotografia a Colonia e nel 2009 il Cornell Capa Infinity Awardall’International Center of Photography di New York) avrebbe potuto vivere di gloria, rendita e ovunque. Viene addirittura inserita nella lista delle mille donne per il Premio Nobel per la Pace.

Eppure, sceglie di restare a Palermo, dov’è nata. È lì che c’è bisogno che lei stia. Della Sicilia e della città natale parla spesso. Se si esclude la breve ma significativa parentesi milanese (1970-74), tutte le sue foto sono scattate lì: “Palermo è una malattia. Una malattia terribile di cui vorrei liberarmi perché mi ha sempre costretta a scelte faticose, senza vantaggio per me. Compresa la scelta di rimanere. Io di carattere sono un’avventuriera e con questo spirito sono rimasta, ma anche se ogni tanto vado in giro rimango sempre a Palermo, la mia base è Palermo. Ho sempre paura che a Palermo succeda qualcosa mentre io non ci sono, questa è la verità. Forse la mia è presunzione di controllare tutto ma ho veramente bisogno di starci, di seguire i suoi percorsi, anche se poi magari sono sempre più chiusa in me stessa.

Però voglio seguire, voglio sapere se la gente è ancora corrotta, se le cose migliorano o no, e cosa succede dentro l’anima delle persone, proprio lì dentro. La gente di Palermo è stata molto corrotta, era proprio perduta e in parte lo è ancora. Però ci sono dei risvegli, da un po’ di anni.

Persone che lavorano dove prima non c’era niente; dove prima era pieno di gente che tramava e si arricchiva sulle nostre spalle. Siamo stati molto umiliati, tutti noi, un’umiliazione incredibile.

E allora, sai, dopo aver fatto la fotografa per tanti anni, dopo aver visto tutto quel sangue, e le lacrime di quella gente… Non voglio essere solo la fotografa. Ho scelto di stare a Palermo, ed è stata una scelta forte.” (Dal libro-intervista realizzato con Goffredo Fofi, Volare alto volare basso. Conversazioni, ricordi e invettive, Contrasto, 2021).

Una scelta dura, segnata anche dalla lunga attesa prima di veder concretizzato il suo rilevante progetto. Infatti, attende infatti decenni per riuscire ad ottenere l’apertura del Centro Internazionale di Fotografia, ribattezzato il miracolo di Palermo. Inaugurato nel 2017 e realizzato all’interno dei Cantieri Culturali della Zisa, è uno spazio polifunzionale di 600 metri quadrati riconvertiti a sede espositiva, archivio, biblioteca. Ne assume, con merito e a titolo gratuito, la direzione, ma viene ingiustamente accusata per questo: “tante persone credevano che fosse uno spazio per mettere in mostra le mie fotografie ma non è così. L’ambizione è più alta: farne ogni giorno un’agorà, un posto per pensare e crescere confrontandosi con artisti che vengono da tutto il mondo”.

E Letizia che fa? Alla domanda ripetitiva Picchì idda? (in siciliano, perché lei?) che è sulla bocca di tutti, reagisce con dedizione imperterrita e facendosi costruire una scritta al neon che appone proprio nel Centro, affinché tutti possano ben vederla: “organizziamo workshop fotografici ed eventi culturali, dalla musica al teatro, alla poesia. Questo spazio è un sogno che coltivavo da quarant’anni. Amo lavorare con gli altri e portare a Palermo i grandi fotografi di valore e di fama internazionale è uno dei tanti intenti che mi sono prefissata.

L’elenco delle mostre realizzate in questi anni comprende grandi nomi come Josef Koudelka, Donna Ferrato, Susan Meiselas, Mary Ellen Mark e Franco Zecchini. L’impegno è anche per sostenere i giovani, i talenti emergenti. È un luogo aperto a tutti: dai giovani ai vecchi. Non mi piacciono le divisioni nella società perché mettono dei limiti, voglio che vecchi, giovani e bambini stiano insieme, perché tutti hanno qualcosa da insegnare e imparare. Io posso imparare da una ventenne e una ventenne può imparare da me. La realizzazione di questo Centro mi ha reso profondamente felice, ancor più del mio successo personale perché è una vittoria di tutta la città: è un sogno civile, collettivo.

Non è solo un luogo di educazione alla cultura fotografica, ma qualcosa di più ambizioso: un presidio di resistenza perché ogni volta che un bel progetto si realizza solo grazie all’impegno di chi ci lavora, la mafia viene sconfitta. Il danno che politica corrotta e mafia hanno fatto è incalcolabile. Ma l’insieme dei gesti onesti può ancora fare la differenza. Questo Centro è un piccolo cambiamento che si realizza, una goccia certo, ma che con altre gocce può scavare la roccia di questa città con i suoi mali duri a morire”.

Letizia è tuttora a Palermo, forse si aggira, per i vicoli dei quartieri, con il suo caschetto di tinta fluorescente, la sigaretta in bocca e la fotocamera al collo; o forse, è seduta alla Zisa, quel Centro che per lei è una dimora: “questo posto per me è come una casa. Le mura sono ali che si aprono al mondo. Qui dentro c’è tutto: il passato, il presente e il futuro, rappresentato dai giovani”.

Ecco spiegati in un baleno il valore della trasmissione, la pulsione per la fiducia, l’etica del duro lavoro e la possibilità di rimanere giovani attraverso l’apertura innegabile al prossimo. Del resto, ha sempre sostenuto che “invecchiare è un pregiudizio”: questo ha permesso al suo sguardo di rimanere lucido, indagatore e, in grado, di continuare a descrivere il mondo con curiosa sete di verità.

“La mia passione è rimasta la stessa e l’ho messa in tutto quello che ho fatto: nella fotografia, nella politica, nel teatro, nel volontariato in un ospedale psichiatrico, come editrice di riviste e libri, nella vita quotidiana. Oggi, nonostante l’età, sento di avere ancora energia e voglia di fare. Sino a quando potrò ce la metterò tutta”.

L’imperitura lezione di Letizia volteggia tra l’onestà, l’impegno e l’umiltà: “mi trattano come una star, una eroina, ma non lo sono e non mi ci sento. Sono una donna normale, che ha fatto e continua a fare una vita normale. Eppure vengo considerata un simbolo e questo mi mette in difficoltà, non so se mi piace, ci rifletto costantemente, devo farci i conti. Sono anche, senza averlo mai desiderato, entrata nell’immaginario collettivo non solo in Italia, ma anche nel mondo, dagli Stati Uniti all’Europa. Rappresento, in fondo, molto di più di quello che in realtà sono. Non smetto mai di riflettere su quello che le persone vedono in me”.

Agli incontri umani, specialmente quelli con le donne e le nuove generazioni, riserva un’ultima e decisiva attestazione di riguardo e contatto appassionato: “in questi ultimi anni sono sempre di più i giovani che mi cercano, mi scrivono, vengono al Centro. Ricevo continui attestati di stima che mi emozionano e ogni volta mi colgono di sorpresa, impreparata. C’è un sentimento autentico che mi lega alle persone, soprattutto alle ragazze e alle donne, che, nei pochi secondi di una stretta di mano, mi pongono interrogativi la cui risposta vale un’intera esistenza. Intere classi di studenti vengono da tuta Italia per partecipare ai miei workshop di fotografia.

Appena si siedono li osservo e vedo molti occhi spenti, distratti, i corpi pesanti sulle sedie ma dopo un po’, quando cominciamo a parlare, vedo che le pupille vibrano di luce, si accendono e d’un tratto i visi diventano luminosi. E iniziano a uscire fuori i loro sogni, i loro dubbi sulla vita, le loro paure. Esce fuori la voglia di credere in qualcosa che hanno dentro ma pensano di non poter realizzare. La fotografia si rivela sempre un’arma maieutica.

A loro dico di avere il coraggio di ribellarsi, di osare, di non lasciarsi crocifiggere e sconfiggere. Per loro è fondamentale, come lo è stato per me, trovare dei maestri, degli esempi di coraggio, libertà e giustizia. Da me cercano la conferma che è possibile credere nei sogni, nelle cose belle, nella possibilità di un mondo migliore in un Paese in cui la politica mostra troppo spesso odio e rancore. Alla fine di ogni incontro qualcuno viene verso di me con le lacrime agli occhi, vengono ad abbracciarmi, a baciarmi, a stringermi la mano.

E poi mi scrivono. È commovente. Le loro lacrime mi fanno capire che, nonostante abbiano più libertà rispetto alle vecchie generazioni, mancano i modelli di una società gloriosa che vuole bene, che crede in loro. Non voglio, non ho la competenza per essere una maestra. Sono una persona che a un certo punto della sua vita si è rimboccata le maniche e ha iniziato un percorso faticoso ed entusiasmante. Ho lavorato molto, con senso di responsabilità, senza inseguire né desiderare la fama, senza vanità, ma solo per fare il mio dovere e guadagnarmi di che vivere.

È stato molto faticoso, questo racconto ai giovani, e che senza impegno non si ottiene nulla. A loro racconto la mia storia con generosità, sperando che possa servirgli nei momenti difficili della loro giovane vita. È bello ed esaltante essere giovani, ma è bello ed esaltante anche essere vecchi. Lungo la strada non ho perso che il banale”.

La storia di Letizia e la storia che Letizia ci ha raccontato sono indissolubili: “un’oscura potenza che viene dalla scrematura” del vissuto, “dal bene e dal male.” È un racconto d’amore incondizionato per la vita, la famiglia, i compagni, le persone pulite, l’eterno femminino, la fotografia, il lavoro, la sua città, la nostra nazione, l’umanità intera. Un diario civile e di civiltà, in cui la bellezza, inseguita nel suo palesarsi repentino, e l’orrore, testimoniato senza censura ed inseguito nell’addentrarsi tra le pieghe tortuose degli animi depravati, si alternano senza riserve. Splendore e cupezza sono i pilastri della sua narrazione.

“È la storia che ci portiamo dietro a renderci indistruttibili”.

È la vicenda non solo di una donna; non soltanto di una fotografa; non esclusivamente di Palermo; non riduttivamente della Sicilia. È una storia italiana e universale.

A sancire la differenza, sta lo scarto tra chi decide di chiudere gli occhi e fuggire e chi, invece, non si rassegna allo stato delle cose e decide di restare.

Per mostrare, lottare, rischiare e non arrendersi.  Per imparare a sperare, con convinzione.

È la sola direttrice che consente, davvero, di prendere il mondo ovunque e comunque sia, prima di esserne preda e farci attanagliare dall’immondezzaio delle sue brutture.

“Serve solidarietà umana per vincere le battaglie”.

Nell’abbraccio caloroso che ci avvolge con queste parole, ripetute ostinatamente e in cospicue versioni declinate, risiede lei: la battaglia della Battaglia.

Un inchino, dunque, a e per Letizia. Anche a costo di farla arrabbiare, glielo dobbiamo.

A Letizia, che fortissimamente volle tutto il possibile. Ed ottenne anche di più.

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