L’epifanica e sorprendente geografia spaziale di Lucio Fontana
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L’epifanica e sorprendente geografia spaziale di Lucio Fontana

Presso la suggestiva location della Fondazione Magnani-Rocca,fino al 3 luglio 2022, è possibile visitare la ragguardevole mostra temporanea Autoritratto dedicata a Lucio Fontana.

L’epifanica e sorprendente geografia spaziale di Lucio Fontana
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19 Aprile 2022 - 15.32


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di Francesca Parenti

Presso la suggestiva location della Fondazione Magnani-Rocca,fino al 3 luglio 2022, è possibile visitare la ragguardevole mostra temporanea Autoritratto dedicata a Lucio Fontana.

L’artista, Maestro indiscusso e assoluto del Movimento Spazialista, è stato un pioniere acclamato dell’arte del XX secolo, un anticipatore riconosciuto di quella del XXI e rimarrà un’irraggiungibile figura carismatica per le epoche future.

Fontana (Rosario di Santa Fe 1899-Comabbio 1968) ha unito lo spirito indomito di rivoluzionario, radicale e dirompente, alle doti di animo generoso e umanità.

Si è anche distinto per l’attitudine nel prodigarsi a sostegno di un’intera generazione di giovani agli inizi, accolti e guidati con la cura e l’attenzione che solo l’umile altruismo di un affermato artista possono offrire, divenendo per loro un assodato punto di riferimento.

Nell’incontro con le sue opere risiede un’occasione epifanica, traboccante di scoperte inattese e rivelazioni continue. Noi fruitori siamo investiti dallo stupore per la totalizzante sperimentazione, colpiti dallo spalancarsi delle possibilità infinite e, al contempo, dalla proficuità della produzione.

La sua pratica artistica abbraccia l’integrità della rappresentazione figurativa e non l’abbandona nemmeno quando la perspicacia lo porta a valicare la mera superficie del supporto, attraversandola, superandone i limiti, fendendola servendosi di tagli, buchi, perforazioni.

Un andare oltre che travalica i confini, poiché li abbatte superandoli, e ci trascina al di là del previsto, del consono e dell’usuale.

Promotore di numerosi manifesti dello spazialismo, ricordiamo il Manifiesto Blanco (1946) nel quale si sostiene che “la materia, il colore e il suono in movimento sono i fenomeni, lo sviluppo simultaneo dei quali sostanzia la nuova arte.

Per comprendere, la condizione necessaria e sufficiente è decifrarne l’azione, magari guidati e sostenuti dalle magistrali sequenze fotografiche di Ugo Mulas che, in molteplici occasioni, ritrasse Fontana al lavoro. Diverse di queste serie arricchiscono sapientemente l’esposizione e ci introducono alla più pura delle astrazioni, catapultandoci al suo interno con consapevolezza accresciuta. Fungono, quasi, da rimedio per non farsi spaventare dall’abisso dell’incapacità di capire. Mulas, infatti, ne documenta fotograficamente l’intera genesi, dal primo buco all’opera compiuta in un unicum esplicativo.

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Lo stesso Fontana lo enuncia con un pugno di parole, disarmanti per semplicità e sintesi: “La scoperta del cosmo è una dimensione nuova, è l’infinito, allora buco questa tela, che era alla base di tutte le arti e ho creato una dimensione infinita, un’x che, per me, è la base di tutta l’arte contemporanea” (dall’intervista di Carla Lonzi in Autoritratto, 1969).

È un’intuizione della più alta caratura intellettuale e inarrivabile perché degna di una spontanea purezza onirica, originatasi in virtù del nuovo rapporto che spazio e tempo instaurano, oltrepassando le desuete coordinate di orientamento.

L’esposizione, inaugurata il 12 marzo, vanta la prestigiosa curatela di Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcore e Stefano Roffi (Direttore Scientifico della Fondazione) e trae origine dal rapporto tra l’artista e la storica dell’arte Carla Lonzi. L’allieva di Roberto Longhi, a sua volta, ha mutato in maniera rivoluzionaria le posizioni della critica militante, a partire dalla pubblicazione del volume di interviste Autoritratto. Accardi, Alviani, Castellani, Consagra, Fabro, Fontana, Kounellis, Nigro, Paolini, Pascali, Rotella, Scarpitta, Turcato, Twombly (De Donato, Bari, 1969).

Un importante insieme di circa cinquanta opere ripercorre la parabola artistica e personale di Lucio Fontana, il suo pensiero e il rapporto con i colleghi, tra i quali si enumerano i nomi menzionati dalla Lonzi a cui si aggiungono Enrico Baj, Paolo Scheggi, Piero Manzoni, Alberto Burri, Enrico Castellani, Luciano Fabro, Giulio Paolini. Proprio di questi troviamo, in conclusione del percorso, opere esposte provenienti dalla collezione personale di Fontana, come testimonianza ulteriore del legame intenso con gli esponenti più giovani, da lui seguiti e promossi.

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A riprova, inoltre, che non può essere l’accumulazione quantitativa a costruire l’impalcatura di una mostra significante, quanto piuttosto una scelta accurata, una selezione ragionata e sorretta da un fil rouge agglomerante. Infatti, in Autoritratto dimora un racconto che permette di scoprire, narrativamente, il dialogo tra Fontana e la Lonzi e, al contempo, sostanzia un tragitto antologico sfaccettato, un atlante orientato, eppure mai depauperato o deviato dal facile dogmatismo.

Una peculiarità ulteriore risiede nel recupero del file audio (originale ed integrale) della loro conversazione: possiamo ascoltare la voce di Fontana mentre riflette sul suo lavoro, la sua vita, la sua attività di collezionista o sulle esperienze che hanno animato la sua quotidianità. Un eloquio che funge da installazione sonora e rete descrittiva di Autoritratto.

Un itinerario stabilito, di cui è indicata la rotta, consente di navigare tra lavori che toccano certo i passaggi salienti, ma tiene conto anche del prima, durante e dopo, inglobando un ricco corpus di testimonianze scritte, video, progetti, documenti cartacei e altri apparati. Un corollario basilare per ancorare l’arrivo alla nuova dimensione che è oltre e altro inscindibilmente.

Dopo i lavori in marmo, gesso e ceramica del primo periodo e il rapporto dialettico e costante con prestigiosi architetti, nel 1949 Fontana inizia i suoi sorprendenti Buchi; al 1951 risale la famosa Struttura al neon per la IX Triennale di Milano; passa da progetti site specific concepiti per trasmissioni televisive (1952) per giungere ai celeberrimi Tagli nel 1958. Nel suo complesso e fruttuoso percorso ha esposto nei più autorevoli musei e istituzioni internazionali, partecipando a numerose edizioni della Biennale di Venezia e Documenta di Kassel.

Grazie ad Autoritratto, ci si avventura tra le sculture degli anni Trenta ai Concetti spaziali (Buchi e Tagli) dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, oltre ai Teatrini e alle Nature bronzee; si provano stupore e incredulità di fronte all’enorme New York 10 (1962) in cui pannelli di rame, costellati di lacerazioni e graffiti, conversano con la luce per evocare la scintillante modernità della metropoli. Altrettanto potente è La fine di Dio (1963): una grande opera realizzata a olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela, emblema e geografia ideale della concezione spazialista.

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La mostra si fregia del prestito di un notevole nucleo di opere della Fondazione Lucio Fontana di Milano. Altre opere di rilievo provengono dal Mart (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto), dal Museo del Novecento di Firenze, dalla Collezione Intesa Sanpaolo, dal Patrimonio Artistico del Gruppo Unipol, dalla Collezione Barilla di Arte Moderna, dall’Archivio Ugo Mulas e da altri archivi e collezioni private.  

Lucio Fontana. Autoritratto. Opere 1931-1967 è il titolo del catalogo, dalla copertina di colore bianco candido a ricordare l’incontaminata ricerca, edito da Silvana Editoriale. Il volume, ideato dai medesimi curatori della mostra (Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone e Stefano Roffi), contiene, oltre ai loro contributi critici, ulteriori approfondimenti di Paolo Campiglio, Mauro Carrera, Lara Conte, Maria Villa, nonché la riproduzione di tutte le opere esposte.

Prima o dopo l’immersione in Autoritratto e nell’universo inaspettato che spalanca ai nostri occhi, i visitatori potranno godere di altri capolavori che costituiscono la collezione permanente della Fondazione Magnani-Rocca: da Gentile da Fabriano, Filippo Lippi, Albrecht Dürer e Tiziano Vecellio a Anton Van Dyck, da Giambattista Tiepolo e Antonio Canova a Francisco Goya, da Claude Monet e Paul Cézanne fino a Giorgio de Chirico.

Avvolto ed ammaliato dalla bellezza, il nostro sguardo avrà il suo bel da fare per ammirare, con la giusta concentrazione, una raccolta così estesa e considerevole.

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