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Il Lodo Moro di Valentine Lomellini: una riflessione necessaria per la storia d’Italia

Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986 (Laterza 2022, pp. 224, € 22), riempie in maniera significativa uno spazio della conoscenza, offrendoci una riflessione necessaria per la storia del nostro paese attraverso una seria e documentata ana

Il Lodo Moro di Valentine Lomellini: una riflessione necessaria per la storia d’Italia
Il Lodo Moro

GdS

19 Aprile 2022 - 13.11 Giornale dello Spettacolo


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di Antonio Salvati

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Nell’immaginario collettivo è assai forte la percezione che il terrorismo internazionale sia un fenomeno tutto sommato “nuovo” e che si sia diffuso a macchia d’olio a partire dai fatti drammatici dell’11 settembre 2001. Come se fino a quel mattino di settembre in Europa e nel resto del mondo non fossero esistiti fenomeni di destabilizzazione armata, riconducibili nei parametri classici di una logica di guerra tra gli Stati. In realtà, gli anni della seconda metà del “secolo breve” sono stati funestati da gravi attentati del terrorismo internazionale. A differenza di quanto si crede il numero delle vittime di attacchi terroristici in Europa occidentale tra il 1970 e il 2020 mette in rilievo la sproporzione tra il numero di vittime degli attentati terroristici nella sola Europa tra il 1970 e la fine degli anni Novanta e il ventennio post 11 Settembre 2001, come attestano le cifre del Global Terrorism Database

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Ovviamente quando si analizza la violenza politica armata è necessario contestualizzare e differenziare le pratiche terroristiche – sia per motivazioni ideologiche, sia in base alle forme della lotta o della reazione, che per contesti socio-culturali. Tenendo conto che quando si parla di lotta al terrorismo facciamo riferimento a una relazione e, quindi, a una percezione e ricezione del pericolo da parte delle istituzioni (a prescindere dalle diverse analisi della radicalizzazione armata dei gruppi, dalle motivazioni politiche etc.). Infatti, con il termine “terrorismo” intendiamo tutte quelle attività armate percepite dagli Stati (e dal diritto penale) come pericolose per l’ordine democratico costituzionale. Solitamente uno Stato non riconosce, e quindi non legittima, la lotta armata come tattica e pratica politica. Pertanto, qualsiasi atto militare volto a creare disordine nella società o che procura vittime sia tra i civili che tra i rappresentanti dello Stato è considerato dallo Stato come “terrorismo”.

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Un recente ed interessante volume di Valentine Lomellini, Il «lodo Moro». Terrorismo e ragion di Stato 1969-1986 (Laterza 2022, pp. 224, € 22), riempie in maniera significativa uno spazio della conoscenza, offrendoci una riflessione necessaria per la storia del nostro paese attraverso una seria e documentata analisi come dimostra l’ampia e corposa parte riservata alle note. Per «lodo Moro» s’intende – stando alla definizione data diversi anni dopo da Francesco Cossiga – un accordo sottobanco a opera dei servizi segreti effettuato su mandato di Aldo Moro per arginare il dilagante terrorismo arabo-palestinese in Italia. In questo lavoro l’autrice ricostruisce l’esistenza effettiva del Lodo, precisando che non si è trattato di una devianza delle politiche dello Stato, ma che è stato una vera e propria politica dello Stato. Inoltre, dimostra che la sua paternità non è di Aldo Moro, ma coinvolge anche altri rappresentanti del governo come Mariano Rumor, Giulio Andreotti, Bettino Craxi. In tal senso, più che di “Lodo Moro” per la Lomellini bisogna quindi parlare di “Lodo Italia”, nel senso di una politica sostenuta e incoraggiata dai rappresentanti delle più alte istituzioni.

In particolar modo, la Lomellini si sofferma su ciò che essa considera il punto di svolta quel rapporto di scambio e di tacita collaborazione tra governi italiani e terrorismo di matrice palestinese ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica: il primo grande attentato all’aeroporto di Fiumicino, messo a segno il 17 dicembre 1973 da un commando di terroristi palestinesi e costato la vita a 29 persone. Nel corso delle indagini condotte dalla nostra intelligence apparve subito chiaro agli esponenti del governo, guidato allora da Mariano Rumor e con Aldo Moro allora ministro degli esteri, la pesante implicazione della Libia di Gheddafi, salito al potere nel 1969 e subito proclamatosi difensore della causa palestinese. 

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Tuttavia poche settimane dopo l’attentato, nel gennaio 1974, l’Italia ricevette con tutti gli onori il primo ministro libico Abdessalam Ahmed Jallud: «Invece di chiedere spiegazioni il governo adottò una politica diametralmente opposta di apertura – spiega Lomellini –. Gli scopi erano sia quello di evitare nuovi attentati sul territorio italiano, sia di ottenere gli approvvigionamenti assolutamente necessari in quell’epoca di shock petrolifero globale». Nell’ottobre 1973 infatti, in seguito alla guerra del Kippur, i Paesi dell’OPEC avevano aumentato il prezzo del petrolio del 70%, promettendo ulteriori ritorsioni fino a che Israele non avesse restituito tutti i territori occupati. Non solo Moro fu assertore di questa linea. 

Arafat nelle sue memorie ricorda che fu fatta propria da Andreotti. è stato”. Con questo lavoro la Lomellini ricostruisce intanto l’esistenza effettiva del Lodo – chiamato anche “Lodo d’intelligence – e, in secondo luogo, il fatto che non si è trattato di una devianza delle politiche dello Stato, ma che è stato una vera e propria politica dello Stato, una vera e propria preminenza della politica sui servizi segreti. Per alcuni un modo cinico di preservare i propri interessi che in quegli anni accomunò l’Italia ad altri Paesi europei: del resto anche i tedeschi avevano permesso ai tre attentatori superstiti delle olimpiadi di Monaco nel 1972 di scappare in Libia, così come i francesi avevano fatto partire su un aereo per il Kuwait i terroristi che avevano fatto irruzione nell’ambasciata saudita a Parigi il 5 settembre 1973. 

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Il lodo entra in crisi nel 1985 con il sequestro della nave italiana Achille Lauro e l’uccisione dell’ostaggio Leon Klinghoffer (7-10 ottobre) e con le 13 vittime e i 65 feriti del secondo attentato all’aeroporto di Fiumicino (27 dicembre). Come tanti ricordano il governo Craxi, con Andreotti ministro degli esteri, pur di mantenere la propria libertà di azione arrivò a scontrarsi direttamente con gli Stati Uniti di Reagan attraverso la famigerata vicenda di Sigonella. Tuttavia, avverte la Lomellini, qualcosa si era rotto irrimediabilmente nelle velleità italiane. Da allora i governi repubblicani statunitensi serrarono le fila contro la minaccia proveniente dagli “Stati canaglia”.

Dall’attentato di Fiumicino del 1973 in poi i terroristi stranieri operarono in Italia in un regime di sostanziale libertà, con una vera e propria protezione da parte delle autorità, seppur nello stesso periodo si continuasse a colpire obiettivi anche nel territorio nazionale. Come accade il 9 ottobre 1982 con l’attentato alla sinagoga di Roma, che lasciò a terra una trentina di persone e uccise il piccolo Stefano Gaj Taché.

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Il libro ha il pregio di dar conto della complessità delle esigenze diplomatiche e strategiche del nostro paese in un preciso periodo storico, ricostruendo una vicenda particolarmente importante riguardante la struttura e la composizione della politica estera italiana. Per la Lomellini l’esecuzione del “Lodo Italia” fu «una scelta eticamente discutibile ma sotto molti aspetti funzionale: sia perché il territorio italiano fu in parte preservato dalla violenza politica straniera, sia perché garantì la tenuta della politica estera ed economica del nostro Paese. Altra cosa ovviamente è il rispetto del diritto alla giustizia e alla verità soprattutto da parte delle vittime e dei loro familiari, che a differenza di quelle del terrorismo politico interno sono state completamente rimosse dalla memoria pubblica».

Il libro, infine, dimostra che è opportuno continuare ad indagare sulla cooperazione antiterrorismo istituita e promossa da diversi Paesi negli ultimi decenni. Si tratta di una storia fatta di atti concreti, di operazioni di polizia e di sorveglianza transfrontaliera. Sono necessarie le analisi miranti a scoprire i legami – spesso anche personali – che sono intervenuti nella risoluzione di determinati casi d’emergenza. Le vicende trattate nel libro – e le eventuali nuove analisi che seguiranno – contribuiscono a confermare (o meno) un mutamento nella percezione da parte dell’opinione pubblica e dei governi sia dell’idea di Sicurezza Interna, che dell’ordine pubblico, che della difesa dello Stato e dello Stato di Diritto. Quando – com’è accaduto anche di recente – si sviluppa una più stretta collaborazione tra Stati avviene, inevitabilmente, quel processo di de-nazionalizzazione – come hanno sottolineato Lisa Bald e Laura Di Fabio – per cui in alcuni settori specifici la sovranità politica viene erosa in cambio della negoziazione e del soccorso mutuale. 

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Le entità nazionali perdono dei margini di manovra nel momento in cui decidono di condividere informazioni sensibili con i “vicini”. A questo proposito, «si può analizzare la cooperazione degli Stati europei contro il terrorismo politico degli anni Settanta e Ottanta come un campo di prova dei processi integrativi e/o disgreganti nel processo di europeizzazione della sicurezza. Ad esempio, cosa intendiamo per antiterrorismo? In cosa si differenziano i vari terrorismi che appaiono sulla scena mondiale degli anni Settanta e le risposte statali in relazione ai diversi sistemi politici di riferimento? A cosa ci riferiamo quando parliamo di Stato? Ai partiti politici, alle associazioni non governative, alle polizie, alle forze armate, alla magistratura? Cosa s’intende per lotta al terrorismo efficiente? Come misuriamo l’efficienza di strategie i cui risultati dipendono massivamente dal contesto storico-sociale su cui agiscono (ad es. il consenso sociale), in relazione anche alle dinamiche evolutive dei processi di radicalizzazione politica e alle manifestazioni di violenza armata». Sono domande importanti da non eludere.

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