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"Gli anni belli": quell’estate come nessun’altra

Gli anni belli di Lorenzo D’Amico De Carvalho è una riflessione divertita sull’Italia dei Mondiali dl 94’ con i suoi sogni e le fragilità

"Gli anni belli": quell’estate come nessun’altra
Gli anni belli - foto di Francesco Talarico

Marco Spagnoli

14 Febbraio 2022 - 09.52


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Estate, 1994. Un nuovo governo è da poco salito al potere ed Elena, 17 anni, amante dei Nirvana e pasionaria in erba non vede l’ora di farlo cadere. Purtroppo per lei i suoi genitori hanno altri programmi. Il Padre, burbero insegnante di greco, e la Madre, paziente mediatrice, si trascinano una consuetudine dagli anni ’70: saltare in macchina e recarsi sempre nello stesso, identico campeggio. Quest’anno però li aspetta una sorpresa: c’è un nuovo Direttore in città e ha cambiato tutto, a cominciare dal nome. Il nuovo sta avanzando, e il “Bella Italia” intende essere il nuovo fatto vacanza. Elena approda al “Bella Italia” rassegnata a un’estate infernale, ma non ha fatto i conti con l’arrivo a sorpresa di un gruppo di ventenni (ai suoi occhi grandi e fichissimi) e soprattutto con l’apparizione angelica di André, diciottenne italo-francese bello quasi più di Kurt Cobain…

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Questa la premessa de Gli Anni Belli con Ninni Bruschetta e Maria Grazia Cucinotta, esordio alla regia di un lungo per Lorenzo De Carvalho che spiega “Gli Anni Belli è il racconto di formazione di una generazione, la mia, in cerca di Rivoluzione in un mondo dove ci veniva detto che la Storia era ormai finita. Nati in una società super-privilegiata, la fine della guerra fredda ed il procedere dell’integrazione europea ci promettevano un futuro di pace, libertà, ed eterna crescita economica. Un mondo perfetto, contro il quale sentivamo comunque l’urgenza di ribellarci.” Aggiunge il regista sceneggiatore del film insieme a Anne-Riitta Ciccone “La nostra adolescenza – dal latino adolesco, che significa crescere ma anche bruciare – ci spingeva comunque a rivoltare il mondo. Un’operazione ben difficile quando tutto intorno a te sembra costruito al solo scopo di soddisfare il principio del piacere, e la felicità mostrata come alla portata costante di tutti, a patto che si sia in condizione di comprarla. Un mondo in cui metter in questione lo status quo, per noi, ragazzi borghesi occidentali, poteva sembrare un atteggiamento ingrato, infantile, e in fin dei conti senza senso: come si può sostenere ci sia qualcosa di sbagliato, se tutto sembra andare a tuo favore? E soprattutto come si può restare convinti di poter cambiare il mondo, quando le Grandi Questioni appaiono completamente al di fuori della tua portata?

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Perché tornare cinematograficamente agli anni Novanta: cosa rappresenta quel periodo per te?

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Gli anni ’90, che sono fra l’altro uno dei decenni brevi del ‘900, vengono spesso un po’ bistrattati. Per me a livello personale sono ovviamente gli anni del cuore, in quanto quelli della mia adolescenza, ma, nel cercare di guardarli con un po’ distacco, ho l’impressione che siano anni oggettivamente adolescenziali, nel senso di pervasi di un sentimento di forte cambiamento. Sono anni in cui una serie di certezze costruite nell’arco del secolo breve si cominciano a sgretolare – se non si schiantano di colpo come l’URSS – e dove esplode definitivamente la rivoluzione tecnologica che plasmerà il mondo in cui viviamo. Un periodo di grandissimo cambiamento, estremamente confuso, ma pieno di possibilità, di paura per la perdita di punti riferimento, ma soprattutto di entusiasmo riguardo queste possibilità. E questo sentimento tracima nella produzione artistica, che mai prima di quel momento era stata così ricca in termini di varietà. E questo, a mio avviso, perché mai prima di quell’epoca si aveva avuto un tale grado di accesso alla produzione culturale del passato. Dalle fanzine a Napster passando per i VHS e Mtv, la nostra generazione è cresciuta esposta ad un bombardamento di stimoli visivi, musicali, concettuali, stilistici, sia contemporanei che passati, assolutamente senza precedenti. E nel contempo però in una dimensione tecnologica che da un lato prevedeva periodi più o meno lunghi di disconnessione, e dall’altra in qualche misura costringeva alla fruizione fisicamente condivisa. Potevi anche scoprire “Reservoir dogs”grazie ad una cassetta, ma quando usciva “Pulp fiction” ti fiondavi al cinema per vederlo bene, e poi magari subito dopo saltavi nella sala a fianco a vedere “Quattro matrimoni e un funerale”, perché avevi ancora voglia di storie, e a casa non c’era ad aspettarti una library infinita di titoli. Ecco questo senso ricchezza di stimoli, di continuo mash-up di generi, di rimasticamento e mescolanza di influenze, credo sia la cifra di quegli anni che più mi affascina, unita ad un sentimento di voglia di futuro, a tratti anche ingenua, ma estremamente vitale.

Una storia di formazione sospesa tra commedia all’italiana e scoperta dei diritti: quanto è stato complicato individuare questa cifra stilistica?

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Il film parte da un soggetto di Anne-Riitta Ciccone, legato ai suoi ricordi adolescenziali delle estati passate in campeggio con la sua famiglia. Come spesso succede, in qualità di regista ho portato il film a me in fase di scrittura, inserendo l’elemento politico quale punto nodale della sua espressione di sé perché è una cosa che appartiene al mio percorso personale.

Il cuore tematico rimane sempre la volontà/necessità di una adolescente di essere riconosciuta in quanto adulta, intendendo con questo termine una persona con proprie opinioni, capacità decisionale, autonomia, ecc…, solo che nel soggetto originale questa cosa era legata più al fatto di fare cose da grandi, soprattutto nella sfera amorosa, laddove lo abbiamo poi fatto virare verso una dimensione un po’ diversa quale è quella del voler incidere sul mondo circostante, e, appunto rivoluzionarlo. Col senno di poi capisco anche quanto sia stato necessario questo slittamento per potermi entrare in comunione con il personaggio protagonista, in quanto ci sono ovviamente degli aspetti nel percorso di crescita di una giovane donna che sono in grado di capire, ma non sarò mai in grado comprendere fino in fondo, e avrei corso il rischio di risultare superficiale se il cuore del film fosse stato un evento più intimo e squisitamente fisico, come ad esempio la perdita della verginità.

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Lorenzo D’Amico De Carvalho (foto di Francesco Talarico)

Parliamo della protagonista Romana Maggiora Vergano? Come hai costruito questo personaggio e dove hai trovato questa giovane attrice di talento?

Come dicevo prima, l’ho innanzitutto tirata a me inserendo questo elemento di passione politica, ancora informe e naïf, ma molto sincero. Certo, si potrebbe obbiettare che sarebbe stato ancora più semplice completare questo avvicinamento facendone un maschio, ma la verità è che sono sempre molto più affascinato dai personaggi femminili, in quanto ritengo che le donne siano intrinsecamente portatrici di una maggiore complessità. Con questo non voglio dire che i miei personaggi maschili siano privi di spessore, solo che, da uomo, mi appare più forzato per un personaggio maschile non scegliere la linea retta per andare dal punto A al punto B, cosa che nella vita potrà essere più veloce, ma in una storia non è quasi mai la scelta più interessante. L’incontro con Romana Maggiora Vergano è stato folgorante. Lei era molto tesa, quasi rabbiosa per un fisico che mal si sposa con i ruoli da adolescente che vengono normalmente proposti ad una attrice della sua età. E questa rabbia, questa voglia di essere riconosciuta, presa sul serio da un mondo che (ancora) non le stava dando lo spazio che considerava di meritare erano degli elementi estremamente vicini a quello che vive la protagonista Elena nel film. Poi ovviamente ho avuto modo di constatare il suo talento, così come la sua etica del lavoro legata ad un lungo percorso di apprendistato in teatro, e di formazione professionale. Cose queste molto importanti per me in quanto sono abituato, per il mio percorso di regista teatrale, a relazionarmi con più efficacia con attori che condividano un approccio al personaggio fatto di introspezione e tecnica, più che di immediatezza.

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E’ anche una storia sull’Italia di quegli anni e su una società che sembrava uscita da Drive In o che forse ne era un po’ lo specchio: come hai individuato i caratteri presenti nel film?

Durante la lunga fase di gestazione del progetto, con Anne-Riitta Ciccone abbiamo partecipato al workshop MFI Script 2 film, durante il quale abbiamo avuto modo di discutere la sceneggiatura con colleghi provenienti da tutto il mondo. Al di là dell’ovvio beneficio sul piano dei feedback tecnici, un apporto fondamentale di questa esperienza è stato quello di confermarci quanto potesse essere interessante per un pubblico internazionale ambientare questa storia su uno sfondo storicamente e culturalmente così definito. Sarebbero riusciti a capire i riferimenti? Li avrebbero divertiti? Ricordo che il film è sempre stato pensato come una co-produzione internazionale, cosa sulla carta assolutamente folle, dal momento che si trattava di una commedia (genere storicamente di difficilissima esportazione), senza elementi evidenti di multiculturalità (non è un road-movie ambientato in diversi paesi), e che per di più richiamava a elementi storici, politici e culturali italiani estremamente specifici. Con mia grande gioia, tanto il percorso al MFI, quanto soprattutto il riscontro avuto dai nostri co-produttori, mi ha confermato quello che è il mio sentimento di spettatore, e cioè che la nostra società, ormai pienamente globalizzata, non ricerca storie nelle quali riconoscersi culturalmente, ma altresì narrazioni nelle quali rispecchiarsi sì in termini umani e psicologici, ma inserite in contesti storici e culturali altri, di cui magari non sarò in grado di cogliere tutte le sfumature, ma che mi affascinano e mi arricchiscono proprio perché distanti e diversi dal mio quotidiano.

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C’è un po’ di nostalgia in quell’innocenza predigitale e presocial media: erano anni ‘belli’ comunque, nonostante tutto?

In quanto racconto su quella fase della vita fantastica e terrificante che è l’adolescenza, è ovvio come il film non possa non essere permeato di nostalgia. In piena sincerità mi è impossibile dire se tale nostalgia sia più oggettiva o soggettiva, se cioè il fatto che lo sviluppo tecnologico sia arrivato ad un punto dove non esista più quello spazio di disconnessione cui facevo riferimento prima possa essere considerato oggettivamente un male, mitizzando di riflesso quegli anni a connessione ridotta. Una cosa la posso però dire. Le riprese sono state effettuate per lunga parte all’interno di un vero campeggio, dove la troupe ha alloggiato in una sorta di quarantena auto-imposta, per ragioni di CoVid. Bene, in questo campeggio non c’era la televisione in camera, e la connessione era scarsa. Dopo un primo momento di malumore per essere stati strappati alle nostre abitudini, alla terza sera stavamo tutti a suonare la chitarra davanti al fuoco, a ballare, a raccontarci storie… Un esperienza di contatto umano estremamente intensa, galvanizzata ovviamente dal fatto che venivamo da mesi chiusi in casa, ma che molti, per loro stessa ammissione, non vivevano da molto prima del lockdown. Ancora oggi ci sono maestranze che mi chiamano per chiedere “Quando facciamo la serie?”

Tu hai recentemente diretto anche un documentario sul Portogallo: a quali progetti ti stai dedicando?

Nell’immediato sono al lavoro sulla distribuzione del film, e contemporaneamente del documentario “Rua do Prior 41”, progetti che ovviamente seguono strade diverse vista la loro diversa natura. Sto sviluppando il mio prossimo progetto di finzione, sempre scritto con Anne-Riitta Ciccone, una commedia sul rapporto di coppia, questa volta più segnatamente multiculturale nel senso che è stata scritta per essere recitata in quattro lingue diverse (sempre perché mi voglio male). E soprattutto non vedo l’ora che ci siano le condizioni per tornare a lavorare in teatro, che in questi ultimi due anni mi è mancato moltissimo.

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