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L'inclusività di Sanremo? Per le donne i soliti ruoli ancillari

Positiva la scelta delle conduttrici non solo in base a bellezza e popolarità ma anche sulla loro capacità di incarnare differenti modelli di identità femminili. Ma non basta se...

L'inclusività di Sanremo? Per le donne i soliti ruoli ancillari
Amadeus e Sabrina Ferilli

globalist

8 Febbraio 2022 - 10.43


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di Tiziano Bonini*

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Sanremo è appena finito e la nuvola di conversazioni nate intorno alle serate del festival si sta lentamente esaurendo. Uno degli argomenti più discussi è stato il tentativo della Rai di fare un festival più “inclusivo” e “rappresentativo”. Questo tentativo, ad esempio, si è tradotto in una scelta delle conduttrici non più fondata sulla loro “bellezza” e popolarità, ma sulla loro capacità di incarnare differenti modelli di identità femminile, più vicini alla varietà di questi modelli esistente nel “mondo reale”.

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La Rai arriva tardi a questa consapevolezza, ma ci arriva, ed è già una notizia positiva, perché non solo queste strategie la avvicinano allo standard degli altri servizi pubblici europei ma le permettono di assolvere meglio a quei vincoli che sono stabiliti nel contratto di servizio che ha con il suo editore. Tra questi vincoli, da sempre si richiede alla Rai di rappresentare la società italiana nella sua complessità, senza cadere in rappresentazioni stereotipate dei diversi gruppi sociali o dei generi che la compongono.

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Finalmente su questo fronte si fanno passi avanti rispetto al passato, e Sanremo è uno dei laboratori più “esposti” per queste nuove strategie di rappresentatività non solo del corpo femminile ma anche di altri gruppi sociali. 

Eppure, come abbiamo visto in queste sere, il rischio di queste strategie è che si fermino al “grado zero” dell’inclusività: quello di chiamare qualcuno sul palco solo in rappresentanza della categoria a cui appartiene. Mi spiego meglio: che le conduttrici di Sanremo non siano più solo giovani modelle o attrici, ma anche donne di età diverse, con colori della pelle diverse e con background professionali diversi è una buona pratica. Ma se poi queste conduttrici sono chiamate a svolgere sempre un ruolo da comprimarie, un passo indietro rispetto al conduttore, e continuano ad essere trattate con paternalismo, ecco che queste strategie di inclusività mostrano tutta la loro ipocrisia e la loro mediocrità. Non basta, quindi, invitare sul palco donne che rappresentino idee diverse di femminilità, serve anche pensare per loro dei ruoli attivi e paritari sul palco. E questo discorso tira in ballo il ruolo degli autori televisivi che “scrivono” Sanremo e in generale i programmi tv.

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Se questi autori pensano per queste donne i soliti ruoli ancillari, preparando sketch e battute che le imbrigliano nel solito ruolo di “lettrici del cartello”, o peggio, “annunciatrici della vecchia Rai”, allora facciamo di nuovo un salto indietro nel conservatorismo retrogrado. 

Bisogna quindi, non solo interrogarsi sulla varietà e inclusività delle rappresentazioni “on screen”, cioè sullo schermo, ma anche sulla varietà e inclusività dei lavoratori dei media, in questo caso degli autori tv, che di solito, sono vecchi maschi bianchi abituati da anni a fare tv in un “certo modo”. 

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Questo dibattito è un dibattito urgente e necessario, che in altri paesi europei è ormai comune, mentre da noi è del tutto invisibile. Devono cambiare gli autori, la Rai dovrebbe costruire team autoriali che portino dentro idee diverse, frutto di background socio-culturali molto diversi: non solo più donne, o più giovani, o più figli di immigrati, ma anche più autori provenienti dalle provincie e più rappresentative di differenti gruppi sociali, non solo i figli della “buona” borghesia urbana.

Senza una politica di diversità culturale e inclusività di chi fa, produce, scrive i programmi televisivi, continueremo ad assistere ai soliti siparietti imbarazzanti in cui le donne, benché di colore, età e identità sessuale diversa, continuano ad essere messe in un angolino. 

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*professore associato in Media Studies dell’Università di Siena 

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