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Difesa della filosofia dai filosofi: riflessione partendo da Cacciari e Agamben

Se è vero che il pensiero filosofico è per sua natura critico è altrettanto vero che il dissenso non si esercita soltanto pensando contro, ma pensando in maniera alternativa.

Difesa della filosofia dai filosofi:  riflessione partendo da  Cacciari e Agamben

Antonio Rinaldis

15 Gennaio 2022 - 21.01


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Gli ultimi, tormentati mesi del nostro mondo, hanno riportato alla luce brandelli di filosofi e di filosofie, che hanno occupato lo spazio pubblico e politico, con la gravità e l’autorevolezza del cosiddetto pensiero critico. 

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Per comprendere meglio quanto sta accadendo è necessaria una premessa. Ogni volta che la filosofia e i filosofi hanno preso parte alla vita politica, le cose non sono mai andate per il verso giusto. Da Platone fino ad Heidegger i filosofi hanno creduto di poter convertire la loro visione del mondo in una Costituzione, in un governo che ricalcasse perfettamente la struttura e l’impianto concettuale del loro sistema. Nasce così lo Stato autoritario di Platone, sulla base della convinzione che i filosofi stessi, oppure i politici convertiti alla filosofia abbiano diritto esclusivo al governo, fino all’inquietante adesione al nazionalsocialismo di Heidegger. Teorie che si sovrappongono alla realtà e che producono mostri. Da questo amore non corrisposto della filosofia per l’arte del governo sono scaturite vicende al limite del grottesco, e nel migliore dei casi i filosofi sono stati venduti come schiavi, come accadde a Platone, oppure hanno finito pe rimetterci la testa e non solo metaforicamente, come Severino Boezio e Tommaso Moro. Da queste brevi considerazioni dovrebbe sorgere il sospetto che filosofia e politica non siano così compatibili, soprattutto nel caso di filosofi che pretendono di piegare la complessità della realtà alla loro visione del mondo. 

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Negli ultimi mesi alcuni filosofi piuttosto celebri come Cacciari e Agamben hanno sostenuto con vigore tesi no vax, no green pass e si sono schierati apertamente contro le decisioni del governo italiano, accusato, insieme al resto dei governi europei di minacciare l’ordinamento costituzionale, e di avere, nel caso di Agamben, introdotto in maniera surrettizia lo stato d’eccezione, ovvero una forma di totalitarismo, con il pretesto della pandemia.

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Non è possibile entrare nel merito delle argomentazioni di Cacciari e Agamben, ma ciò che preme sottolineare è il fatto che nella dinamica della polemica politica e culturale la posizione dei filosofi è stata ritenuta l’unica forma di dissenso, sulla base dell’assunto che il dubbio, la precauzione sono gli strumenti della filosofia, e che quindi chi pratica la filosofia non può che essere critico nei confronti dell’attuale emergenza e delle decisioni che sono state assunte. È una premessa che non ci sentiamo di condividere. Se è vero che il pensiero filosofico è per sua natura critico, giudicante, secondo l’etimologia greca originaria, è anche altrettanto vero che il dissenso non si esercita soltanto pensando contro, ma pensando in maniera alternativa. La confusione tra essere contro ed essere alternativi è all’origine dell’equivoco tragico nel quale ci troviamo. 

Non si deve scambiare la posizione di alcuni filosofi con la filosofia e soprattutto il pensiero critico non si può ridurre a un semplice pensare contro, ma si deve declinare in un pensare per, in vista in vista di qualcosa che è altro da ciò che esiste. La filosofia deve promuovere dubbio e critica ma questo non è sufficiente. Nel momento in cui manca una pars costruens la critica diventa protesta nichilistica e si consegna alla sconfitta. Dopo il fallimento delle ideologie che promuovevano un’alternativa al mondo capitalistico abbiamo assistito alla nascita di movimenti di pura protesta, come i forconi in Italia, i gilet gialli in Francia, che una volta esaurita la carica violenta e rabbiosa, si sono estinti senza avere ottenuto alcun risultato sul piano politico e sociale. In alcuni di questi intellettuali-filosofi come per esempio Agamben, risuonano gli atteggiamenti di una certa sinistra degli anni ‘80 , fortemente critica nei confronti del capitalismo, ma incapace di uscire dal ribellismo, e che ha dato vita a esperienze protestarie come Autonomia operaia, Indiani metropolitani, che, non avendo trovato un terreno fertile nella dialettica democratica, in alcuni casi si sono poi condannati alla disperazione della lotta armata. 

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Marx ha scritto che i filosofi devono cambiare il mondo. La vera rivolta infatti non si limita a contestare l’ordine delle cose, ma costruisce un orizzonte di cambiamento. La critica senza una prassi rivoluzionaria è sterile e perdente. La forza di Marx è stato il comunismo, senza quella utopia la critica al capitalismo sarebbe stata inefficace e non avrebbe alimentato le lotte popolari per quasi due secoli. Il bisogno di un pensiero dissenziente è enorme, perché nessuno di noi vuole vivere in un mondo a una sola dimensione, e l’idea del Grande Rifiuto non si è spenta, ma come insegna un grande rivoltoso come Stèphan Hessel nel suo pamphlet Indignatevi!, uscito nel 2010, alla critica si deve accompagnare la proposta, l’utopia concreta, che trasforma la protesta in rivolta e riaccende la speranza, unico antidoto contro la disperazione nichilistica. Il mondo nel quale viviamo non ci piace. Non si tratta di correggere la realtà per adeguarla all’ideologia, quanto piuttosto si deve ascoltare il grido di tutti coloro che soffrono per la logica crudele del profitto capitalistico, che ha colonizzato ogni aspetto della vita e offrire una possibilità di cambiamento, per far valere la convinzione che un altro mondo è ancora possibile.

Troppe sono le ingiustizie, a cominciare dalla distribuzione disuguale della ricchezza, che ha allargato il solco fra una minoranza di privilegiati e una maggioranza di umiliati, costretta a emigrazioni forzate, per continuare con la violenza con cui il capitalismo aggredisce la Natura, e la crisi della democrazia rappresentativa, a causa della progressiva esautorazione della politica da parte dell’economia, e si potrebbe continuare ancora. 

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C’è molto da fare e lo sforzo quindi non è quello di impoverirsi in una sterile contrapposizione tra critici pensosi da una parte e conformisti omologati dall’altra, ma deve arricchirsi nella felice ricostruzione di un orizzonte del dissenso che sia anche capace di fornire risposte alternative e progressive alle storture del nostro tempo, per proporre una Trascendenza storica della speranza, che vada oltre l’Immanenza disperante del capitalismo.   

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