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Don’t look up: la cometa Netflix si abbatte su Hollywood

Perché comunque vadano gli Oscar, Netflix è diventata di colpo, sul campo, la più grande major hollywoodiana, e lo è diventata, come vuole la regola, con un film interpretato dalle più grandi star di Hollywood

Don’t look up: la cometa Netflix si abbatte su Hollywood
Una scena di Don't look up

David Grieco Modifica articolo

30 Dicembre 2021 - 16.24


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Lungi da me l’intenzione di infilarmi nel dibattito galattico sul film “Don’t look up” di Adam McKay, anche perché la sola idea di confrontarmi con quegli idioti che ne stanno scrivendo e parlando male (tutti neppure minimamente provvisti di senso dell’umorismo) mi potrebbe far venire la colite spastica. Voglio parlare innanzitutto di Netflix, che ci ha scaraventato questo film in casa come fosse la minacciosa cometa di cui parla. Stavolta Netflix ha fatto veramente bingo, molto più che ai tempi di “Roma” di Alfonso Cuaron.

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Perché comunque vadano gli Oscar, Netflix è diventata di colpo, sul campo, la più grande major hollywoodiana, e lo è diventata, come vuole la regola, con un film interpretato dalle più grandi star di Hollywood. Parliamo degli attori. Perché senza quegli attori il film avrebbe potuto anche fare flop, come accadde a film catastrofici altrettanto divertenti e intelligenti come “La seconda guerra civile americana” (1997) di Joe Dante, mentre “Don’t look up” è un esperimento più che riuscito, come lo furono “M.A.S.H.” (1970) di Robert Altman e l’inarrivabile “Dottor Stranamore” (1964) di Stanley Kubrick.

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Ma per «Don’t look up» sono stati gli attori a fare la differenza, a dimostrazione del fatto che sono e saranno sempre loro a scrivere la storia del cinema americano, e di conseguenza mondiale. Prendete Leonardo Di Caprio. Porta la barba dell’eroe di “Revenant”, ma è uno sfigato astronomo di mezza età (Di Caprio?!) con figli grandi e moglie sovrappeso, che grazie ad una ancor più sfigata stagista interpretata da Jennifer Lawrence (Jennifer Lawrence sfigata?!) scopre che una cometa grossa come una montagna sta per abbattersi sulla Terra. Di Caprio finisce in televisione dove incrocia una plastificata conduttrice troia che odia il concetto stesso di amore, interpretata da Cate Blanchett.

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La Blanchett è più brava che mai e ha la bocca piena di battute memorabili. Quella di addio, rifilata al collega nero che le propone di scopare tanto per finire la vita in bellezza è inarrivabile: “I’d rather drink and talk shit about people” (“Preferisco bere e dire merda degli altri”). Poi c’è Meryl Streep che interpreta un Donald Trump in gonnella (volevate tanto un presidente donna?) in balia di Twitter e di un capo di gabinetto a dir poco scemo (Jonah Hill, strepitoso) che in realtà è suo figlio a dir poco scemo. Meryl Streep riesce a superarsi in un finale in cui è nuda di cui riveleremo soltanto un dettaglio: non si vedono le sue tette (oscurate come si fa con i volti dei bambini) ma il suo culo lei lo porta letteralmente in trionfo. Ci sembra di vederla discutere della scena con Adam McKay: “Le tette no caro, non mi sono mai piaciute.

Ma il mio culo sì, su quello non si discute. Lo offro volentieri. E ci voglio camminare, anche”. In “Don’t look up” di attori importanti ce ne sono proprio tanti, e vengono tutti impiegati al meglio delle loro possibilità. Mark Rylance, che interpreta il capitalista pazzo avveniristico, non è mai stato così bravo. Himesh Patel è fesso come in “Yesterday”, Timothee Chalamet interpreta un ragazzino che non crescerà mai, Ron Perlman rende omaggio a Stranamore e Ariana Grande giustamente canta, ultima stucchevole cometa da palcoscenico prima dell’arrivo di quella (ferocissima) vera. Insomma, questa non voleva essere una recensione ma forse ci somiglia un po’. E allora la concludiamo con un’ultima considerazione.

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Questo film se ne fotte di tutto e di tutti, a cominciare dal politically correct. Gli uomini sono come sono, le persone di colore sono come sono, e le donne sono come sono. Tutti più difetti che pregi. Vivaddio.

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