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Mimmo Lucano, il tempo dell'utopia e quello della realtà

Domenico Lucano è stato il visionario che ha realizzato la città cosmopolita in quel lembo di terra calabrese ed ha restituito dignità a una regione che occupa gli ultimi posti delle statistiche europee

Mimmo Lucano

Antonio Rinaldis

10 Ottobre 2021


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Quando ho parlato per la prima volta con Domenico Lucano per proporgli di scrivere un libro che fosse una riflessione sulla sua utopia concreta, la risposta che mi è arrivata è stata sorprendente. “Non cerchiamo pubblicità, se vuoi venire a Riace puoi farlo, ti ospitiamo, ma non abbiamo bisogno che si parli di noi”.

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Era il 2015, la rivista americana di business Fortune lo aveva indicato fra gli uomini più potenti dell’anno, eppure Domenico Lucano aveva conservato la ritrosia e il carattere riservato di molti calabresi. Non voleva apparire, non era interessato a finire sulle prime pagine dei giornali e neppure in televisione. Aveva però ambizioni molto alte.

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“Non voglio fare il Sindaco per cambiare le lampadine dell’illuminazione pubblica e neppure per coprire le buche delle strade, voglio contribuire a cambiare l’umanità”, era solito dire. Abbiamo trascorso un tempo bello a Riace, nel villaggio globale, a girare per le strade del centro storico, tra bambini che correvano, donne con abiti colorati e maschi monumentali che si erano scoperti giardinieri.

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In quell’estate è nato un libro che racconta le voci di quella utopia concreta che è stata Riace, un libro colorato, con tante voci, su tutte quella del Sindaco riformatore dell’umanità, e sullo sfondo una terra bella e crudele come la Calabria. Quell’estate del 2015 è stato forse l’ultimo scampolo di una storia iniziata quasi vent’anni prima, con un naufragio di un centinaio di kurdi che erano stati salvati sulla spiaggia di Riace. Quel veliero che si arena sulla spiaggia di una Magna Grecia troppo spesso dimenticata è l’inizio di una storia che trasforma un problema in un’opportunità, come trasformare il bronzo in oro; i migranti non sono più un problema, ma un’opportunità, l’occasione storica per chiudere il cerchio delle partenze. Per decenni i cuori dei riacesi si sono straziati nei saluti delle persone che partivano in cerca di lavoro per paesi così lontani che neppure con la fantasia più sfrenata si potevano immaginare. Adesso la terra degli addii poteva riscattarsi e diventare un luogo sicuro, accogliente per un’umanità in cerca di fortuna. 

In mezzo a questo turbine di esseri umano, di partenze e arrivi, Domenico Lucano è stato il visionario che ha realizzato la città cosmopolita in quel lembo di terra calabrese ed ha restituito dignità a una regione che occupa gli ultimi posti delle statistiche europee.

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Ma qualcuno non voleva che il racconto dell’emergenza migranti avesse un finale felice e così sono iniziate le ispezioni, della Prefettura, inviate dal Ministero dell’Interno perché in quella storia di Riace c’era qualcosa che non doveva andare bene. I conti, le procedure, i regolamenti, gli appalti. Non ci addentriamo nella complessa architettura che ha portato alla distruzione del modello Riace, a iniziare dal Ministro MInniti, fino al campione della propaganda antimmigrazionista Salvini quando era agli Interni. Il teorema politico che aveva come premessa la distruzione del modello Riace si è dimostrato inflessibile e implacabile. Con metodo e rigore inconsueti sono stati smantellati i fondamenti dell’accoglienza, fino all’arresto di Lucano e alla chiusura delle attività e dei laboratori che avevano ridato una speranza a Riace. I pullman del Ministero dell’Interno hanno portato via i rifugiati, e li hanno reclusi nei centri di accoglienza, quando andava bene, mentre qualche famiglia è stata letteralmente lasciata in mezzo a una strada. Le elezioni del 2019 hanno portato alla vittoria di Trifoli, appoggiato dalla Lega di Salvini che però è stato dichiarato ineleggibile con una sentenza della Prefettura di Reggio Calabria, già da un anno e nonostante ciò continua a esercitare le sue funzioni. Paradossi, anomalie, un Sindaco che dovrebbe essere sostituito con nuove elezioni, che non poteva candidarsi e che continua ad amministrare e un altro che ha portato Riace all’attenzione di media, scrittori, registi e opinione pubblica che subisce una condanna durissima. 

Oggi Riace è di nuovo un borgo calabrese spopolato, come tanti, troppi; le voci dei bambini non risuonano più nelle vie, le case dei migranti sono svuotate, la scuola rischia di chiudere, il vento che arriva dalla montagna è l’unica voce che rompe il silenzio dell’abbandono. Come si voleva dimostrare. Non c’è futuro, non c’è speranza. Solo la paura e la diffidenza hanno l’ultima parola, mentre le povere anima che cercano aiuto e solidarietà continuano a lottare con la disperazione e la morte. Eppure quell’utopia concreta che ho raccontato nel mio libro, quel villaggio globale, che metteva insieme solidarietà umana, riscatto sociale e culturale di una terra calabrese prostrata, alternativa politica al pensiero neoliberista, lotta alle mafie, è disperatamente attuale e stringente. Nel momento in cui la forza del virus sembra attenuarsi la questione migratoria ritorna nuovamente a inquietare le coscienze europee, risorge la paura e la tentazione di edificare nuovi muri, come si può chiaramente arguire dalla proposta delirante di dodici membri della Comunità, che vorrebbero rafforzare i confini esterni a spese dell’Unione. 

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Ci sono altre strade percorribili per governare un processo irreversibile? Ci sono risposte inclusive, avanzate, razionali e non dettate dalla semplice paura primordiale dell’Altro? 

La lezione di Riace e di Lucano sopravvivono alle sentenze dei Tribunali, perché l’utopia concreta che ha guidato quel laboratorio di futuro appare come l’unico antidoto ai demoni che affliggono l’umanità, e perché i muri finiscono per rinchiudere anche quelli che li hanno costruiti. 

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