Il professore e lo studente: il dialogo per sfatare i pregiudizi contro la religione islamica

Michele Trabucco, insegnante di religione in un Istituto professionale, attraverso il suo libro-racconto "Storia Di Bhen" parla dei rischi degli stereotipi

Islam e cristianesimo

Islam e cristianesimo

globalist 1 agosto 2021

di Antonio Salvati

 

Nel contesto scolastico, quello dell’islam è un tema che non sempre emerge nei curricoli delle diverse discipline, sebbene sia una questione spesso al centro del discorso sia pubblico sia mediatico che politico. Sull’islam tutti sanno o vogliono dire qualcosa, molto spesso con il rischio di scadere in eccessive semplificazioni, se non stereotipi e pregiudizi.

Michele Trabucco, insegnante di religione in un Istituto professionale, attraverso il suo libro-racconto, Storia Di Bhen. Un incontro tra i banchi di scuola ((Intrecci edizioni 2021 pp. 125, € 14), narra un dialogo con un suo studente che vuole sciogliere dei dubbi e sfatare anche molti pregiudizi nei confronti della religione islamica.

L’alunno proviene dall'Afghanistan, giunto in Italia da due anni dopo un viaggio non troppo lungo né difficoltoso. Il padre è riuscito a spostare tutta la famiglia con un viaggio aereo preso dal Pakistan.

Il libro, snello ed accattivante, è un viaggio dentro la scuola di oggi di un istituto professionale – dove «solo pochi resistono per anni, per decenni […]. È come andare in battaglia. Non hai di fronte, generalmente, studenti altamente motivati allo studio» - tra alunni stranieri provenienti da tanti Paesi e di diversa religione, alunni poco motivati e con grosse difficoltà di apprendimento. Una scuola che richiede tanto tempo per ascoltarli e per capirli, nella loro età di adolescenti e spesso nella diversità culturale e sociale.

La Storia di Bhen.è tante cose ma soprattutto una vicenda nata in una classe e vista dagli occhi di un insegnante di religione e un alunno adolescente con tanta voglia di riscatto, proveniente da un paese complicato e martoriato dalla guerra. Il racconto è un mix di biografia, narrativa, saggistica perché nel dialogo tra alunno e insegnante si affrontano alcuni temi quali il rapporto tra scuola e lavoro, tra religioni diverse, tra Cristianesimo e Islam, tra inclusione e integrazione, tra giovani e adulti. In una serie di capitoli l’autore cerca di raccontare uno spaccato della scuola e della nostra società multietnica e multi religiosa, ma anche laica e spesso antireligiosa.

Il libro offre così la possibilità di riflettere sulla propria identità culturale in confronto ad altre, le caratteristiche della identità di un Paese e di una civiltà, quali strumenti oggi occorrono per integrare e motivare gli alunni, come rendere la scuola italiana sempre più accogliente e stimolante.

La lettura di questo volume ci incoraggia a valorizzare la necessità del dialogo Tutti – sostiene Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti - «possiamo cercare insieme la verità nel dialogo, nella conversazione pacata o nella discussione appassionata», consapevoli che nell’umanità ci sono «semi di bene». Inoltre nel dialogo si può vivere la gentilezza. Si potrebbe dire che la a cultura sulla quale si fonda l’enciclica è la cultura del dialogo, il perno centrale che consente fratellanza e amicizia sociale tra diversi. L’autore idealmente apprezza, in particolar modo, l’espressione di Papa Francesco «avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”» e l’aggancia a quella di Paolo VI, del 1964, contenuta nell’Ecclesiam suam, nella quale Papa Montini propose a tutti i cattolici una «prassi umile, fatta di ascolto del mondo, fondata sulla stima, simpatia, bontà, e che esclude ogni condanna aprioristica, polemica, offensiva ed abituale, ogni vanità d’inutile conversazione, ma che mira al vantaggio dell’interlocutore nel rispetto della dignità e libertà altrui, per una più piena comunione di sentimenti e convinzioni».

Le migrazioni in sé sono un processo storicamente presente da sempre nella vita dei singoli e delle comunità e per questo molti studiosi non esitano a parlare dell’uomo come una “specie migratoria”. Tuttavia l’accelerazione e la globalizzazione del fenomeno migratorio nelle forme e dinamiche più o meno simili a quelle che oggi conosciamo, sono legate alla storia moderna e alle trasformazioni strutturali avvenute nelle società in epoche relativamente recenti. Nel 2019 sono arrivati a 272 milioni i migranti internazionali, che costituiscono quindi più di 1 ogni 30 abitanti della Terra (il 3,5% di una popolazione mondiale di 7,6 miliardi di persone).

L'integrazione è la sfida dell'oggi, ci ricorda Marco Impagliazzo: «come è stata la sfida del passato. Dell'Europa delle cattedrali e delle università, dell'illuminismo e della democrazia». L'Europa è stata, fin dalla caduta dell'impero romano il risultato di un meticciato culturale ben riuscito, sosteneva Umberto Eco: «oggi però non sono più i popoli germanici da nord, bensì il Terzo Mondo che si muove da est e da sud a bussare alle porte del continente». In altri termini, si tratta di portare avanti e di rinnovare una sfida, consolidando il nostro destino da secoli caratterizzato da meticciato culturale. Non possiamo rinunciare a integrare perché vorrebbe dire interrompere il lungo cammino dell'homo europaeus. «È una scelta di continuità, eredità di un continente aperto consegnato dai nostri padri, perché resti un'oasi di pace in un mondo percorso dai venti del conflitto. Integrare è una formula antica e sempre attuale». È stato il segreto dei romani: «Fecisti patriam diversis gentibus unam», «Urbem fecisti, quod prius orbis erat» («Hai riunito popoli diversi in una sola patria», «hai trasformato in una città ciò che prima era il mondo»), cantava Rutilio Namaziano. È il «miracolo di società come la nostra, quando non esalta il fremito e le crepe dei mille particolarismi e delle differenze, bensì punta sul cemento e sulla solidità della coesione, dell'unità nei valori e delle scelte di fondo».

Per Bhen è forte e la convinzione che la religione islamica sia un deterrente al male, un aiuto a vivere bene, «se la segui non fnirai nei guai!». Bhen racconta quando nel suo paese trascorreva i venerdì in moschea dove «il Corano è scritto e letto sempre e solo in arabo e sono pochi quelli che lo conoscono bene», mentre «l’Imam parla la tua lingua. Lo ascolti più volentieri perché lo capisci». Bhen confessa di non essere «un vero praticante, soprattutto da quando sono venuto qui in Italia» e «non è colpa di nessuno se non mia. Dico solo che da quando sono qui ho capito tante cose dell’Islam e soprattutto che quello che mi hanno insegnato non è il vero islam. Non è l’odio né la divisione la vera essenza del messaggio di Maometto». Francamente colpisce la consapevolezza del giovane che il cuore di una religione, di una fede possano essere travisati e strumentalizzati dall’uomo stesso, dal potere o semplicemente dalla cultura radicata in un popolo in una terra.

Cosa è cambiato della sua fede, qual è il suo atteggiamento verso la religione da quando è in Italia? Sono decisamente toccanti le parole di Bhen: «Sa quando ero in Grecia, un giorno ero seduto sulla banchina del porto a piangere. Ripensavo alla mia famiglia, alla mia terra. Mi manca da morire mia mamma, che avevo perso di vista nelle ultime settimane a causa del viaggio diviso che dovevamo fare. Ero solo. Ero via da pochi mesi ma mi sembrava fosse un’eternità. […]. Solo in un paese straniero, senza sapere cosa mi aspettasse, senza sapere i tempi certi di una casa accogliente, di una regolarità nel cibo e delle attività quotidiane. Ormai le mie speranza e illusioni di fare un viaggio comodo, sicuro e trovare un approdo sereno e confortevole si erano infrante, frantumate, collassate. Dopo quella prima notte passata a dormire su uno stuoino, nel buio, mi ero sempre più appesantito dal mio vuoto interiore e dal carico di nostalgia e tristezza. Ma quel giorno al porto del Pireo arrivò una sorta di angelo, sotto le sembianze di una donna anziana del posto. Non sapeva nulla di me né conosceva una parola di inglese o altra lingua con cui poter comunicare, ma mi colpirono i suoi occhi e modi gentili. Mi si avvicinò, probabilmente perché ero un bambino che piangeva tanto e mi disse alcune parole, immagino in greco, che io non capii. Poi prese dalla sua borsa della spesa alcuni frutti e me li diede. Fu come un fulmine a ciel sereno. Mi chiesi perché questa infedele, mi mostrava affetto, comprensione e mi dava aiuto. Mi chiesi perché proprio una donna stava facendo questo. Mi chiesi perché una persona non musulmana si era avvicinata a me per aiutarmi. Mi chiesi perché, perché, perché Ecco che iniziò a cambiare qualcosa nel mio cuore, nella mia mente. Mi sono detto: ma allora non è vero che gli infedeli sono tutti cattivi, non è vero che solo i musulmani sono le persone brave che fanno del bene, non è vero che solo la tua famiglia ti è vicina e cerca di capirti. Così iniziai a guardarmi attorno in modo diverso. Guardavo le persone non musulmane, quelle europee soprattutto, in modo positivo, senza pregiudizi né astio o rabbia. In effetti non mi avevano fatto nulla, non mi avevano personalmente fatto nessun torto. Perché odiarli? Perché generalizzare e considerarli tutti malvagi? Quella semplice donna anziana aveva dato un primo durissimo colpo alla mia intransigenza religiosa e ottusità mentale. Si stava sgretolando quel duro pregiudizio e quella pericolosa ignoranza che mi avevano dato alla scuola islamica».

Una storia di umanità, contraddizioni, diffidenze e riconciliazione che porta a riflettere sull'incontro scontro tra culture e religioni diverse.