Marcello Cotugno racconta la 'pacchiona', ossia la bella ma in sovrappeso

Il regista ha inserito la commedia nel cartellone del Teatro Stabile di Catania

Marcello Cotugno (foto di Tommaso Le Pera)

Marcello Cotugno (foto di Tommaso Le Pera)

globalist 24 luglio 2021

di Alessandra Bonaccorsi

A Palermo il termine pacchiona indica una donna grassa, a Catania, invece, una decisamente bella. Una sorta di ossimoro che il regista e drammaturgo Marcello Cotugno ha trovato particolarmente interessante tanto da farne il titolo dello spettacolo inserito nel cartellone del Teatro Stabile di Catania. 
La commedia La pacchiona, versione siciliana di Fat Pig di Neil LaBute, proposto nella traduzione dello stesso Cotugno e di Gianluca Ficca, sarà in scena fino al 31 luglio al Palazzo della Cultura del capoluogo etneo. Nel cast Paolo Mazzarelli, Federica Carruba Toscano, Chiara Gambino, Alessandro Lui.   
Il tema dell’aspetto fisico, dell’essere esteticamente gradevoli e socialmente omologati, è centrale in Fat Pig, come in altri due testi dell’autore americano: La forma delle cose e Reasons to be Pretty. 
In questo senso, la contrapposizione di significato del termine siciliano punta dritto al tema di questo testo: Tommaso si invaghisce di Elena, una bibliotecaria gentile, simpatica e dai molti talenti ma sovrappeso. 
Un “dettaglio” al centro dei commenti e dei giudizi degli amici di lui. “L’aspetto fisico –spiega Marcello Cotugno-  non deve deludere i gusti dell’ambiente sociale a cui apparteniamo: molti tra i personaggi di LaBute finiscono quindi col permettere al giudizio degli altri di dominare le proprie vite e di determinare le proprie scelte, anche a costo di rinunciare alla felicità in nome del pensiero comune ”. 
Perché la scelta di un adattamento siciliano?
“L’idea di trasportarla in Sicilia nasce dalla mia collaborazione con Paolo Mazzarelli e Federica Carruba Toscano, attori con cui condivido un’idea di teatro vivo, calato nella realtà e nel divenire del nostro tempo. 
D’altra parte, come è stato messo in risalto da Thomas Bell, professore universitario di geografia urbana, è lo stesso LaBute a suggerirci che i suoi testi, non avendo quasi mai una reale collocazione geografica, sono scritti per poter adattarsi ad ambientazioni differenti. Fat Pig è anche un testo sul concetto di diversità. 
Il meridione, e la Sicilia in particolare, ha una fortissima cultura del cibo, spesso visto come un collante sociale. Ma il cibo è anche rifugio, valvola di sfogo e rimedio contro l’insoddisfazione di un individuo emarginato”. 
Lo spettacolo segue lo stile del teatro da camera, citando l’Intima Teatern di August Strindberg. Siamo, quindi, lontani dalle ambientazioni di Broadway dove lo spettacolo debuttò nel 2004.  
“Gli americani, ancor più degli inglesi, tendono a delle messinscene iperrealiste, vicino alla trasposizione cinematografica. Il nostro è un teatro relazionale con linguaggi che lo rendono anche simbolico e astratto. 
Nello specifico questo testo deve andare al di là del realismo perché permette di esplorare dei livelli multipli. Ci sono spesso significati diversi meta teatrali che non sono nel plot. La scenografia, infatti, di Luigi Ferrigno e Sara Palmieri (che hanno curato anche i costumi), non ha nulla di realistico. Nel suo appartamento (il suo rifugio sicuro) Elena trova compagnia nei personaggi e nelle scene dei vecchi spaghetti western (nell’originale film di guerra), solitamente parte di un immaginario prettamente maschile. 
Per questo motivo per le musiche mi sono ispirato a questo filone, d’accordo con LaBute. Le luci di Gaetano La Mela assecondano questa atmosfera donandole un che di espressionista”. 
Proviamo, quindi, a sintetizzare. Una commedia leggera a cui attribuire un forte significato simbolico, con un testo che non tradisce l’originale ma che lo inserisce in un contesto tipicamente italiano. 
“Non si può tradire questo tipo di drammaturgia, va rispettata. Però il regista è un mago invisibile che regola i fili quindi può rendere uno spettacolo simbolico, metaforico. E questo è esattamente quello che ho fatto io. Il testo si chiude con la musica straordinaria di Max Richter su voce recitante di un’attrice che espone la dichiarazione dei diritti umani di Eleanor Roosevelt.  Come nella tradizione postmoderna, sarà il pubblico a dover trovare le risposte alle azioni degli attori in scena e, una volta tornato a casa, a rivolgere lo sguardo su sé stesso. È questa l’amara catarsi di LaBute: offrirci un’occasione per guardare a ritroso le nostre vite”.
LaBute dedicò questo testo al drammaturgo David Mamet, suo idolo in gioventù. Lei a chi lo dedica?
“Direi alla mia famiglia che mi ha seguito, cani e pappagalli compresi, in questo tour a Catania”.