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Danzare nella tempesta: Antonella Viola racconta il sistema immunitario (e il Covid)

Un bel libro che copre uno spazio della conoscenza, che tratta questioni spesso riservate agli esperti come ricerca sul cancro, ricerca scientifica, vaccini, allergie e con qualche collegamento con Saramago

L'immunologa Antonella Viola
L'immunologa Antonella Viola

globalist

22 Maggio 2021 - 16.21


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di Antonio Salvati

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Dall’inizio della pandemia è entrata nelle nostre case col suo bel viso dolce. Alzi la mano chi non si è innamorato dell’immunologa dell’Università di Padova Antonella Viola, in particolar modo per i suoi toni equilibrati e pacati, le sue parole comprensibili malgrado i temi trattati. Soprattutto ci ha conquistato con la sua grande competenza (oggi merce rara quanto dileggiata). Se volete altri elementi per approfondire e rafforzare il vostro “innamoramento” non potete non leggere il suo libro Danzare nella tempesta. Viaggio nella fragile perfezione del sistema immunitario, (Feltrinelli 2021, pp. 160, € 15). 

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Un bel libro che davvero copre uno spazio della conoscenza, che tratta questioni spesso riservate agli esperti come Covid-19, sistema immunitario, codice genetico, ricerca sul cancro, finanziamento della ricerca scientifica, vaccini, allergie e con qualche collegamento, apprezzabile, con la letteratura di Saramago. E tant’altro ancora come il microbiota, il nostro “secondo genoma”. In tanti sappiamo che il DNA è il nostro patrimonio genetico ereditato dai nostri genitori. Ci rende quello che siamo. Il DNA porta con sé l’informazione genetica che determinerà il colore dei nostri occhi, la forma del nostro naso o la capacità di arrotolare la lingua e di muovere le orecchie. Ma – avverte la Viola – noi non siamo solo una serie di caratteri ereditari e immutabili, bensì il risultato dell’interazione del nostro DNA con l’ambiente in cui viviamo. Il nostro fenotipo, in sostanza, è definito dall’insieme del corredo genetico ereditato e dalla storia di ognuno di noi. E, in questa storia, «i microbi hanno un ruolo fondamentale. I microbi – batteri, virus e funghi – sono ovunque nell’ambiente che ci circonda. Per quattro miliardi di anni la Terra è stata abitata solamente da microbi. Sono stati proprio loro, grazie a un lavoro incessante, a modificare il nostro pianeta e a renderlo abitabile: senza microbi la Terra non avrebbe l’atmosfera che ha, non ci sarebbero piante e animali, non ci sarebbe la vita come la conosciamo oggi».

Pertanto, gli animali – e quindi anche gli uomini«hanno dovuto co-evolversi con essi, e così abbiamo stretto un patto: noi avremmo fornito loro un ambiente protetto dove vivere e loro avrebbero lavorato al nostro servizio». Ciò detto, lo sapevate che recenti stime suggeriscono che gli esseri umani sono microbici al 50 per cento, ovvero i microbi costituiscono il 50 per cento delle cellule di cui siamo fatti? Sono presenti – spiega l’immunologa – soprattutto sulla nostra pelle, nell’intestino, nella bocca, nelle vie respiratorie e in quelle urinarie. La nostra comunità microbica, definita “microbiota”, non si limita a vivacchiare a nostre spese ma lavora per noi e influenza in misura significativa il nostro comportamento, il nostro benessere e il nostro stato di salute. Anche le funzioni che abbiamo sempre considerato tipiche dell’uomo, come la tendenza all’aumento di peso, il controllo ormonale, il benessere mentale, vengono ora attribuite, almeno in parte, ai nostri amici microbi. Alcuni scienziati si riferiscono al microbioma come al nostro “secondo genoma”, e alcuni li considerano alla pari di un nostro organo. 

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Non è un libro sul COVID-19- precisa l’autrice – che tuttavia ha il suo spazio, ma non è centrale. La pandemia, come abbiamo sperimentato, ha generato grandi cambiamenti verso i quali le reazioni sono state innumerevoli. Ma c’è stato un cambiamento, forse meno atteso di altri ed è il nuovo ruolo della scienza nella sfera pubblica. Su questo mutamento Viola si sofferma, avendo per tutta la vita svolto l’attività di scienziata. Questa relazione inedita fra scienziati e cittadini – osserva giustamente Viola – va ben oltre la conquista di una consapevolezza diffusa dell’importanza delle scoperte scientifiche e dell’innovazione tecnologica per il benessere della nostra società. Davanti a noi abbiamo qualcosa di molto più radicale: «l’orizzonte di una possibile rivoluzione, simile per capacità di trasformare la nostra concezione del mondo e il nostro stile di vita alla Rivoluzione scientifica fra il Sedicesimo e il Diciassettesimo secolo».

Che impatto avrà dunque la pandemia, con tutti i suoi risvolti sociali, economici, culturali, sulla ricerca scientifica? Probabilmente ci saranno maggiori investimenti nell’ambito delle malattie infettive, degli studi associati all’analisi delle diverse risposte immunitarie, così come sarà promosso lo sviluppo di farmaci e vaccini. Si tratta evidentemente di aspetti molto positivi e auspicabili, ma non sono gli unici, avverte Viola. L’immunologa sostiene che ci sono stati segnali di allarme durante gli ultimi mesi che non possiamo ignorare, come quello dell’invasione di campo della politica nella ricerca: «troppe volte abbiamo assistito alla disinvolta interpretazione dei dati per giustificare o attaccare scelte di natura politica; troppe volte il confine tra scienza e politica è stato superato, e le scoperte stesse – prime tra tutte i vaccini – sono diventate terreno di scontro geopolitico e di contrattazione economica. (…) Non è la prima volta nella storia che gli orientamenti della ricerca e i suoi stessi risultati sono condizionati dal contesto politico, ma in una democrazia non era mai successo. Non avevamo neanche mai avuto a disposizione una rete di amplificazione delle informazioni – di tutte, anche quelle non verificate – potente come i media di oggi”.

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In tal senso sono decisamente degne di nota le sue considerazioni sulla slow science, una sorta di paradosso per una ricercatrice biomedica che spesso deve trovare in fretta, anzi subito, le risposte alle domande dei pazienti e delle loro famiglie. Perché allora parlare di ricerca lenta? La slow science non è la lentezza intesa come pigrizia, bensì difendere due concetti: «quello dell’esplorazione scientifica basata sulla curiosità intellettuale e quello della necessità di dedicare tempo alla verifica dei risultati, prima di comunicarli. In un mondo dominato dalla fretta, dal tutto e subito, dall’utile perché immediatamente applicabile, lo scienziato deve interrogarsi sul suo ruolo e sul suo metodo». La scienza, sottolinea Viola, ha bisogno di tempo: «non solo il tempo materiale dell’esecuzione degli esperimenti ma anche il tempo per discutere, confrontarsi, sbagliare e ricredersi. E finché questa fase di confronto e verifica non è terminata, finché la comunità scientifica non ha analizzato e assimilato i nuovi dati, non è corretto renderli pubblici. Il tempo è infatti un aspetto fondamentale nel rapporto tra ricerca e comunicazione. Studi statistici pubblicati dal 2005 sostengono che la probabilità che una scoperta scientifica rimanga valida e venga confermata nel tempo è inversamente proporzionale all’interesse che ha suscitato nei media». Ovviamente, in un sistema di scienza d’emergenza è normale che i ricercatori debbano essere veloci, efficaci, e i loro risultati costantemente quantificati e divulgati per soddisfare le pressanti aspettative dell’opinione pubblica o degli investitori. La comunicazione della scienza e dei suoi esiti assume quindi un ruolo fondamentale. I giornali e i mezzi di comunicazione spesso tendono a soffiare sul fuoco trasformando ogni pubblicazione scientifica in una grande scoperta. E i ricercatori stessi – avverte l’immunologa – rischiano di lasciarsi trasportare da una comunicazione sensazionalistica dei loro risultati.

Quindi si corre il rischio di non rispettare i tempi della ricerca – «le tappe essenziali che prevedono che una scoperta venga analizzata dal resto della comunità scientifica, verificata, spesso rivisitata e reinterpretata». L’appello alla slow science non è l’appello a una ricerca chiusa, arroccata nella sua torre d’avorio, lontana dai problemi della società o autoreferenziale: è una difesa della dignità della ricerca, del valore della conoscenza, della necessità della verifica; è una tutela per i pazienti, per i cittadini ma è soprattutto un grido di allarme, piuttosto disperato, per segnalare il pericolo che la mancanza di visione a lungo termine, così tipica della politica e dell’economia dei nostri giorni, si appropri anche della cultura scientifica e la distrugga. Si tratta di un appello forte di chi desidera che la scienza smetta di essere una inascoltata e fastidiosa Cassandra e diventi «una sorta di visore notturno, da utilizzare per potersi muovere nel futuro. E la scienza che dovremo ascoltare, così come la medicina che dovremo mettere in pratica, dovrà essere fondata sulle evidenze e non sulle intuizioni. La corsa scomposta con cui abbiamo affrontato quest’ultimo anno deve lasciare il posto a una danza armoniosa guidata dalla razionalità e dalla cooperazione, dalla verifica e dal confronto basato sui fatti. Perché se c’è una lezione che abbiamo imparato è che, come le cellule del nostro sistema immunitario, siamo tutti collegati e il benessere di ognuno di noi dipende dal benessere che siamo in grado di costruire come società, ascoltando e proteggendo l’ambiente che ci circonda». Un altro modo – raffinato e scientifico – per dire che siamo tutti sulla stessa barca

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