Padre Dall'Oglio: chi vuol sapere la verità?

In questi anni c'è stato un lavoro di depistaggio, soprattutto nel mondo arabo, che dimostra quanto alcuni ambienti temessero il gesuita e la verità che lo riguarda. Il mio libro sul caso.

Padre Paolo Dall'Oglio

Padre Paolo Dall'Oglio

Riccardo Cristiano 29 luglio 2020

Presso la sede della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, abbiamo parlato del sequestro di padre Paolo Dall’Oglio. Insieme alla sorella di Paolo, Francesca Dall’Oglio, che nell’occasione è stata accompagnata dal suo legale, sono intervenuti il Prefetto delle Comunicazioni Sociali della Santa Sede, Paolo Ruffini, il presidente della Fondazione Ratzinger, padre Federico Lombardi, il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, il direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda, il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti, il professor Augusto D’Angelo, della Comunità di Sant’Egidio, il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, il presidente e il segretario della Fnsi, Giuseppe Giulietti e Raffaele Lorusso e la portavoce di Articolo21, Elisa Marincola.


Come fondatore dell’associazione Giornalisti Amici di padre Dall’Oglio ho avuto il piacere di dare loro il piccolo racconto di quanto si è detto su sequestro, “Dall’Oglio, il sequestro che non deve finire.” Si tratta per me di un dispiacere, non di un piacere. Non avrei proprio voluto raccogliere tante illazioni e strumentalizzazioni di un caso così doloroso e ancora oscuro. Ma anche questo fa parte della realtà. Un lavoro di depistaggio, soprattutto nel mondo arabo, che dimostra però quanto alcuni ambienti temessero Paolo Dall’Oglio e la verità che lo riguarda. Ci sono però anche alcuni preziosi lavori giornalistici che si distinguono dal resto e che pongono alcune domande importanti. La prima, che emerge da testimonianze raccolte tanto dal Tg1 e da La Croix.
Chi mi ha aiutato più di tutti è stato Amedeo Ricucci, inviato di TV7, gli speciali del Tg1. Lui a Raqqa c’è andato per cercare tracce di Paolo, prima che la polvere del tempo e la sabbia del deserto le cancellassero definitivamente.


Grazie al suo reportage ho visto Raqqa, le strade che Paolo aveva percorso per raggiungere il comando dell’Isis e uno dei giovani che lo accompagnavano in quei giorni. Avevo letto che Paolo trascorreva lunghe ore in silenzio nel patio della casa di quel giovane...


Il documentario di Ricucci ha spezzato una ridda di voci tutte opinabili, facendo emergere un nome certo. Gli amici di Paolo forniscono un racconto accurato dei suoi ultimi giorni: lui voleva incontrare l’emiro dell’Isis, Abu Luqman. Tra il 27 e il 29 luglio cercò un contatto, andò una prima volta, venne respinto, gli fu detto di tornare. Tutti tentarono di dissuadere Paolo, poi davanti alle sue insistenze lo accompagnarono. Ma non aspettarono tre giorni come lui aveva detto di fare. Non vedendolo tornare andarono, pieni di paura, alla sede dell’Isis, bussarono, chiesero dell’emiro.


Non incontrarono Abu Luqman, non c’era. Ma videro Abdul Rahman Faysal Abu Faysal, il secondo in grado, al tempo responsabile per l’Isis dei quartieri orientali. Armato, con giubbotto esplosivo e mitra, quest’uomo gli disse che nessun straniero era entrato lì quel giorno. Loro insistettero, visto che lo avevano accompagnato lì. Ma lui giurò e questo chiuse la discussione. Costui oggi vive a Raqqa, si trova a casa da anni, sotto il controllo delle autorità curde. E’ un testimone che si dovrebbe ascoltare, come si dovrebbe appurare cosa successe agli effetti personali di Paolo, una vicenda raccontata dal giornale cattolico francese La Croix e mai smentita. Per ricostruirle Jèrèmy Andrè ci ha lavorato per mesi.
Nella primavera 2014, Youssef Daas vuole fuggire da Raqqa, prima che sia troppo tardi. Apre le borse che gli aveva dato Paolo e vi trova dei telefonini, un tablet, dei taccuini, dei documenti alla rinfusa, dei soldi. Si sbarazza del superfluo, cioè gli abiti, e nasconde il resto nella sua borsa.


Nelle quattordici ore di strada per uscire dal territorio dell’Isis, con innumerevoli posti di blocco dei jihadisti, teme continuamente che lo perquisiscano e trovino quello che trasporta. Arriva finalmente in Turchia e incarica un amico di trasmettere quelle borse alle autorità italiane.


“Dopo aver inviato le borse, pensavo che l’ambasciata d’Italia avrebbe chiesto di incontrarmi. Ma questo non è mai avvenuto”.


Qui il racconto di «la Croix» differisce leggermente da una esplicita confessione che mi hanno indicato su Facebook. Un cittadino siriano fuggito all’estero, Khalaf al Mohammad, sul suo profilo social ha scritto di aver ricevuto lui gli effetti personali di Paolo in Turchia, di averli guardarti e copiati e poi spediti a Parigi.


Comunque gli effetti personali di Paolo sono stati davvero consegnati alle autorità italiane, nell’estate 2014.


A Parigi, prosegue la ricostruzione di «la Croix», un celebre opponente siriano in esilio li ha finalmente consegnati a degli “impiegati dell’ambasciata d’Italia in Francia. Non davano l’impressione di voler indagare. È come se volessero farli sparire” dice a «la Croix» quell’uomo che aveva conosciuto Paolo prima della guerra. “La famiglia e la comunità non ne sapranno niente. Scopriranno questo con sbalordimento all’inizio del 2018, e dovranno insistere per mesi presso il centro di crisi e presso dei giudici per recuperarli. Intanto, gli apparecchi elettronici sono stati formattati. Uno dei taccuini conteneva tutti i suoi codici d’accesso elettronici. Una copia ne era stata fatta da uno degli intermediari e ha potuto circolare, di nascosto, rendendo possibile l’accesso alla casella e-mail, agli account Facebook e Skype di Paolo”.
Sono due questioni rilevanti alle quali ora se ne aggiunge una terza. Non molto tempo fa sono state trovate nei dintorni di Raqqa alcune fosse comuni dove l’Isis ha gettato i corpi di tanti sue vittime. Credo sarebbe importante per noi, per i siriani e per sconfiggere davvero l’Isis che si finanziasse un progetto teso a identificare quei corpi. Non solo per scoprire se tra di loro vi sia, come potrebbe essere se Paolo fosse stato ucciso, Dall’Oglio. Ma anche perché se non si facesse questo difficilmente potrebbe dormire sonni tranquilli pensando a così tante famiglie che non avrebbero la minima ricompensa dovuta al loro dolore. Non è un loro diritto sapere e poter finalmente piangere su un corpo? Le voci su Paolo, cittadino italiano, continueranno una storia che non conosce il suo esito, ma se si ricostruisse con il DNA l’identità di quei corpi faremmo comunque un grande passo in avanti anche per quanto riguarda la scoperta del suo vero destino, sia nel caso che sia lì sia in quello che non ci sia.