Il neoliberalismo che ha trasformato l’istruzione in logiche di mercato
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Il neoliberalismo che ha trasformato l’istruzione in logiche di mercato

Dalla mercificazione del sistema educativo alla crisi del welfare universitario: il convegno dedicato a "Contro la scuola neoliberale" è stato un dibattito sul rapporto tra scuola, politica e mercato.

Il neoliberalismo che ha trasformato l’istruzione in logiche di mercato
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20 Maggio 2026 - 21.24 Culture


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di Enea Russo

Il convegno, tenuto all’Università di Siena, ha riguardato la presentazione del libro Contro la scuola neoliberale. Si è trattato di un evento in cui hanno preso la parola due degli autori dell’opera: Mimmo Cangiani, curatore e autore della prefazione, e Daniele Lo Vetere; con la partecipazione del professor Riccardo Castellana, che ha presentato il libro insieme ai due autori.

Castellana ha cominciato a presentare il libro partendo dal titolo, spiegando come la scuola, e anche l’università, siano state corrotte dalle logiche capitaliste neoliberali, assumendo modalità tipiche del neoliberismo. Gli otto autori del libro propongono diverse soluzioni per resistere a questa deriva scolastica. L’introduzione del libro è stata scritta da Mimmo Cangiano, che espone direttamente la tesi centrale del saggio. Cangiano sostiene che lo scontro tra la concezione della scuola proposta, a colpi di decreti, dalla destra di governo e la visione di molti accademici di sinistra crea uno scontro ideologico, una guerra culturale che offusca la realtà materiale, che sia la destra sia la sinistra fingono di non vedere. Per questo motivo, l’istituzione scolastica sarebbe totalmente subordinata alle leggi del mercato a partire dagli anni ’90.

Secondo gli autori, questa trasformazione non è stata causata soltanto dalla destra sociale, ma anche dalla pedagogia democratica, che ha proposto un modello educativo inclusivo. Basato sulle competenze e attento al benessere degli studenti, senza rendersi conto che l’autonomia scolastica stava diventando una conseguenza della riduzione a merce dell’offerta formativa. Infatti, secondo il libro, il fine della scuola non è più la formazione del cittadino, ma quello di diventare un’azienda alla quale i genitori si rivolgono per ottenere servizi a pagamento. Ciò che rende questa situazione ancora più grave è che questo processo di mercificazione della conoscenza non viene contestato neanche dalla sinistra. In questo modo si afferma infatti una visione neoliberale in cui le trasformazioni degli istituti tecnici e professionali risultano funzionali non tanto al successo dello studente, quanto al fabbisogno del sistema produttivo. L’errore della pedagogia democratica, secondo Mimmo Cangiano, è quello di illudersi di poter formare studenti ai valori democratici in un sistema che, di per sé, non è affatto democratico: si incoraggia infatti lo studente a vendersi bene e a sapersi proporre sul mercato, a discapito del senso critico che gli permetterebbe di esercitare i propri diritti.

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Un esempio citato da Castellana, che coglie il tema centrale del libro, è il decreto ministeriale che renderà gli istituti ancora più subordinati al mercato del lavoro, riducendo il numero di ore dedicate a materie generali come italiano, storia e matematica, e aumentando invece il peso delle materie di indirizzo, dei laboratori e dei tirocini in azienda. Si tratta di un decreto che trasforma la filiera tecnico-professionale: si avranno infatti soltanto quattro anni di scuola vera e propria, invece dei tradizionali cinque, ai quali si aggiungeranno due anni di formazione lavorativa.

Un altro punto importante su cui si sofferma Castellana riguarda la formazione degli insegnanti, che oggi è a carico degli stessi futuri docenti, costretti a seguire corsi online e a spendere centinaia, se non migliaia, di euro per acquisire certificazioni utili a facilitare l’ingresso nella scuola. Questo sistema si rivela classista, poiché soltanto chi ha una famiglia alle spalle può permettersi di acquistare la formazione post-laurea. Tutto ciò mostrerebbe un meccanismo interamente inserito nella visione neoliberista. Una visione assurda rispetto al passato, quando per diventare docenti bastavano la laurea e il superamento di un concorso, mentre oggi il percorso è diventato una serie a ostacoli che fanno perdere tempo e denaro.

Dopo l’intervento di Castellana prende la parola Mimmo Cangiano, che racconta come nel dibattito sui problemi della scuola manchi un’analisi che veda la scuola come prodotto della società.

L’idea del libro, quindi, è quella di partire dalla scuola non come soluzione dei problemi della società, ma cercando di analizzarla da un punto di vista materialistico, cioè come sintomo prodotto all’interno della società stessa. Questo porta a vedere come il mondo dell’istruzione sia pervaso dalle logiche della società neoliberale. Secondo Cangiano, il neoliberismo “è quel momento della produzione in cui gli Stati non lasciano semplicemente fare al mercato, ma intervengono per trasformare tutta la società secondo le regole del mercato”. Oggi, quindi, sarebbe la politica stessa a spingere istituzioni e strutture, come per esempio l’università, a funzionare come macchine basate sul mercato. Un esempio di ciò è l’avvicinamento della scuola al mondo del lavoro: bisogna creare studenti sempre più preparati a entrare nel mercato lavorativo, attraverso un’educazione alla competitività.

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Tuttavia, secondo Cangiano, con questo approccio scolastico i discorsi su empatia e inclusività diventano soltanto cortine di fumo. Non possono infatti esistere scuole che educano contemporaneamente al meccanismo competitivo del mercato e alla formazione di cittadini empatici e inclusivi, perché le due cose sarebbero in contraddizione.

Un altro aspetto del neoliberismo scolastico è la cosiddetta privatizzazione occulta. Le stesse scuole pubbliche, entrando nel mercato e quindi competendo tra loro, finiscono per innescare un meccanismo di concorrenza volto ad attirare il maggior numero possibile di iscritti; un esempio di ciò sono gli open day. Seguendo questa logica, diventa difficile creare cittadini empatici e inclusivi, se gli stessi studenti vedono la propria scuola competere contro altre per emergere sul mercato. Secondo gli autori, questa mentalità sarebbe estranea ai valori che dovrebbero caratterizzare il cittadino del futuro.

L’ultimo punto su cui si sofferma Cangiano riguarda le numerose polemiche suscitate dal libro. Secondo lui, ciò accade perché ci troviamo in una fase storica di transizione: stiamo uscendo dal neoliberismo progressista ed entrando in una fase di neoliberismo reazionario. Si tratterebbe di un neoliberismo che riattiva elementi tipici della destra classica, come patriarcato, guerre e razzismo, riportandoli al centro del discorso pubblico. Nel decennio precedente, invece, aveva dominato una forma di neoliberismo in cui la società si orientava verso il mercato, pur mantenendo a livello rappresentativo una visione progressista. Oggi, secondo Cangiano, si starebbe affermando un’unione tra una logica neoliberale pura di mercato e la destra tradizionale, come dimostrerebbero, per esempio, i casi di Javier Milei in Argentina e Nigel Farage nel Regno Unito.

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Dopo l’intervento di Mimmo Cangiano prende la parola l’altro autore del libro, Daniele Lo Vetere, che affronta il problema delle università telematiche. Secondo lui, queste ultime offrono percorsi di formazione più rapidi rispetto all’università pubblica, che è quindi costretta a rincorrere le telematiche, facendo le cose sempre più in fretta per rimanere competitiva sul mercato e gestire la concorrenza. Lo Vetere aggiunge inoltre il problema dell’aumento degli affitti nelle città italiane, che stanno diventando proibitivi. La conseguenza è che un ragazzo proveniente dalla provincia e privo di adeguate possibilità economiche non può permettersi l’università, perché la logica del mercato rende costosa non solo l’istruzione, ma anche il trasferimento in un’altra città. Anche la casa, quindi, non sarebbe più considerata un bene da tutelare tramite l’intervento statale, ma un elemento del mercato che alimenta una spirale speculativa sui prezzi degli affitti.

Un altro problema evidenziato da Lo Vetere riguarda la tendenza a interpretare tutti i problemi sociali come problemi pedagogici, costringendo i docenti a frequentare continuamente corsi di formazione. Secondo lui, esistono questioni sociali che non possono essere risolte esclusivamente dalla scuola e, ancor meno, dagli insegnanti lasciati soli ad affrontarle attraverso una formazione continua.

Dopo l’intervento di Daniele Lo Vetere conclude Castellana, soffermandosi sul problema della mancanza di fondi attraverso l’esempio del declino del welfare studentesco a Siena. Rispetto a vent’anni fa, racconta, esisteva un sistema molto più efficiente, con due mense universitarie e una casa dello studente in più. Oggi, invece, è rimasta soltanto una mensa e, per ristrutturare una residenza universitaria, l’università dovrebbe vendere una delle due mense, poiché non può accedere ai fondi di finanziamento promossi dal ministro Anna Maria Bernini, destinati principalmente ai privati.

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