Le bombe del disperato Trump affondano la diplomazia: l’Iran non vuole più trattare dopo l’attacco americano
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Le bombe del disperato Trump affondano la diplomazia: l’Iran non vuole più trattare dopo l’attacco americano

Nelle prime ore di mercoledì gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero dell’esercito americano nei pressi dello Stretto di Hormuz.

Le bombe del disperato Trump affondano la diplomazia: l’Iran non vuole più trattare dopo l’attacco americano
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10 Giugno 2026 - 17.56


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Il futuro dei negoziati di pace in Medio Oriente è tornato in bilico dopo che il ministero degli Esteri iraniano ha annunciato la necessità di «rivalutare» la propria partecipazione al processo diplomatico, mentre Donald Trump ha dichiarato che l’Iran dovrà «pagare un prezzo» dopo la nuova escalation militare tra i due Paesi.

Nelle prime ore di mercoledì gli Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro obiettivi iraniani in risposta all’abbattimento di un elicottero dell’esercito americano nei pressi dello Stretto di Hormuz. Teheran ha reagito con una serie di raid missilistici contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein e Giordania.

Si tratta della più grave escalation dall’entrata in vigore del cessate il fuoco all’inizio di aprile. Da settimane i colloqui per trasformare la tregua in un accordo di pace stabile procedono con difficoltà, tra reciproche accuse di violazione del cessate il fuoco e sporadici attacchi militari.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqaei, ha affermato che i bombardamenti statunitensi mettono a rischio i negoziati in corso. Secondo Teheran, Washington sta minando la diplomazia attraverso attacchi militari e messaggi contraddittori, mentre Israele starebbe contribuendo a compromettere il processo continuando a violare la tregua in Libano.

«Dopo gli eventi della notte dobbiamo rivalutare la situazione. Qualunque processo diplomatico richiede un minimo di stabilità», ha dichiarato Baqaei.

Dal canto suo, Trump ha accusato l’Iran di aver perso troppo tempo nel negoziare un’intesa.

In un messaggio pubblicato sul social Truth Social, il presidente statunitense ha scritto:

«Le forze armate iraniane sono un disastro completo e totale. Gran parte di esse, come la marina e l’aeronautica, praticamente non esistono più. Sono state completamente sconfitte. L’Iran è tutto parole e nessuna azione. Il bullo del Medio Oriente è morto. Hanno impiegato troppo tempo per negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro; ora dovranno pagarne il prezzo.»

Secondo Fox News, Trump avrebbe anche dichiarato in un’intervista telefonica di poter ordinare nuovi attacchi contro centrali elettriche e ponti iraniani, sostenendo che Teheran sta ritardando eccessivamente il raggiungimento di un accordo. Da quando è stato siglato il cessate il fuoco, il presidente americano ha più volte minacciato la ripresa delle operazioni militari.

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Nel frattempo i mediatori regionali stanno tentando di contenere la crisi e rilanciare il dialogo. Una delegazione del Qatar, che svolge un ruolo centrale nella mediazione, è arrivata mercoledì a Teheran per discutere gli ultimi sviluppi e cercare di salvare il percorso diplomatico.

La guerra continua inoltre ad avere ripercussioni sull’intera regione. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato al Parlamento di Ankara che i bombardamenti israeliani in Siria e Libano e quella che ha definito «l’aggressione israeliana» rappresentano una minaccia non solo per la Turchia ma per il mondo intero.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha replicato definendo Erdoğan «un dittatore antisemita» e sostenendo che non abbia alcuna legittimità per criticare Israele.

Gli attacchi successivi al cessate il fuoco erano finora rimasti limitati e circoscritti, utilizzati da entrambe le parti come strumenti di pressione nel negoziato. Questa volta, però, l’intensità degli scontri ha segnato un netto salto di qualità.

L’esercito statunitense ha descritto i raid contro l’Iran come una «risposta proporzionata» all’abbattimento dell’elicottero americano, i cui due membri dell’equipaggio sono stati salvati. Secondo Washington, gli attacchi hanno colpito sistemi di difesa aerea, centri di controllo e installazioni radar.

L’Iran ha riferito che sono stati colpiti l’isola di Qeshm e il porto di Sirik, mentre i media iraniani hanno segnalato esplosioni anche nella città costiera di Bandar Abbas.

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«Credo che la risposta dovesse essere molto forte e molto potente, ed è esattamente ciò che è stata», ha dichiarato Trump all’emittente ABC News.

Nel Golfo Persico, due membri dell’equipaggio di una petroliera risultano dispersi e un terzo è rimasto ferito in quello che la società britannica di sicurezza marittima Ambrey ha definito un probabile attacco missilistico legato alle operazioni americane di blocco delle rotte marittime iraniane.

In risposta, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno lanciato missili contro basi statunitensi in Bahrein, Kuwait e Giordania, avvertendo che un eventuale nuovo attacco americano riceverebbe una risposta «schiacciante e decisiva».

Secondo l’esercito degli Stati Uniti, quasi tutti i missili e i droni iraniani sono stati intercettati e non risultano vittime né danni significativi alle installazioni americane. Anche Bahrein, Kuwait e Giordania hanno dichiarato di aver neutralizzato i vettori diretti verso il loro territorio.

Poche ore prima degli attacchi americani, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, aveva lanciato un avvertimento attraverso il social X:

«Preferiamo il linguaggio della diplomazia, ma parliamo molto meglio altri linguaggi. Se romperete i vostri impegni, torneremo a usare quello che sappiamo fare meglio.»

Nonostante la nuova escalation e l’inasprimento dei toni, da Washington continuano ad arrivare segnali secondo cui un’intesa sarebbe ancora possibile.

Un alto funzionario della Casa Bianca, rimasto anonimo, ha dichiarato a Politico che gli sviluppi militari non modificano lo stato delle trattative.

«C’è un piano militare e c’è un piano negoziale. Le due cose possono procedere contemporaneamente», ha spiegato.

Trump continua a puntare a un accordo, anche in vista delle elezioni di metà mandato, mentre l’inflazione resta elevata e gli indici di gradimento della sua amministrazione sono in calo. Tuttavia, nonostante mesi di negoziati indiretti, le distanze tra le parti rimangono profonde.

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L’Iran chiede la revoca delle sanzioni internazionali, lo sblocco di miliardi di dollari di fondi congelati e il controllo dello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti insistono invece sul fatto che qualsiasi accordo dovrà impedire a Teheran di sviluppare un’arma nucleare, accusa che la Repubblica islamica continua a respingere.

La questione dello Stretto di Hormuz rimane centrale. Il passaggio marittimo, attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, continua a essere soggetto a restrizioni imposte dall’Iran, mentre gli Stati Uniti mantengono il blocco dei porti iraniani. Le conseguenze sulle catene di approvvigionamento globali hanno già contribuito all’aumento dei prezzi dell’energia, dei generi alimentari e di numerosi altri beni.

Un altro ostacolo fondamentale al raggiungimento di una pace duratura resta il conflitto tra Hezbollah e Israele in Libano. Teheran insiste affinché qualsiasi accordo includa anche il fronte libanese, mentre Washington e Tel Aviv preferirebbero mantenere separate le due questioni.

Domenica scorsa Iran e Israele si sono scambiati attacchi diretti per la prima volta dal cessate il fuoco di aprile, dopo un bombardamento israeliano nei sobborghi meridionali di Beirut. Teheran ha minacciato nuove rappresaglie se Israele dovesse colpire nuovamente la capitale libanese.

Nel frattempo Israele continua a effettuare decine di raid quotidiani nel sud del Libano, mentre Hezbollah mantiene attacchi contro le forze israeliane schierate lungo il confine.

Secondo i dati disponibili, dall’inizio dell’ultima fase del conflitto gli attacchi israeliani hanno provocato oltre 3.666 morti in Libano. Le operazioni di Hezbollah hanno invece causato la morte di almeno 30 soldati israeliani e tre civili.

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