Dalla preghiera nello Studio Ovale alla guerra santa: fede, politica e potere nell’America di Trump
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Dalla preghiera nello Studio Ovale alla guerra santa: fede, politica e potere nell’America di Trump

Un paio di giorni fa vi si è tenuta una preghiera collettiva che, agli occhi del mondo – a maggior ragione dopo la dichiarazione del segretario di stato Marco Rubio, secondo cui l’Iran sarebbe retto da pazzi fanatici religiosi – è parsa una scenetta da operetta.

Dalla preghiera nello Studio Ovale alla guerra santa: fede, politica e potere nell’America di Trump
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Seba Pezzani Modifica articolo

8 Marzo 2026 - 00.17


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Un caro amico statunitense, un missionario evangelico della Pennsylvania spedito in giro per il mondo ad annunciare il Vangelo – o, forse, sarebbe meglio dire la Bibbia, notoriamente più incazzosa e inviperita – non perdeva occasione per invocare l’intervento divino in questioni di ordinaria amministrazione. Della serie, «Signore, ti prego, fa’ che la torta che ho appena messo nel forno esca perfettamente cotta»; «Signore, per favore, non fare piovere fino a dopodomani, quando sarò tornato a casa dal tour con gli amici musicisti»; o, ancora, «Signore, proteggici durante questa trasferta e fa’ si che il motore del furgone regga ancora almeno per un paio di migliaia di chilometri».

La preghiera di gruppo, dunque, era sempre d’uopo. A me pareva che, ammesso che un Signore da qualche parte esistesse, difficilmente si sarebbe trastullato con faccende così triviali. E poi perché mai avrebbe dovuto favorire il mio amico che, di sicuro, era una bravissima persona, ma a cui, se il Signore fossi stato io, avrei inequivocabilmente fatto sapere di smetterla di lagnarsi e di rompermi le scatole con simili banalità? Naturalmente, in un contesto di causa ed effetto facilmente desumibile, seguiva spesso un’orazione di ringraziamento: «La torta è fantastica, grazie, Signore»; «Il sole ci ha accompagnati per tutto il viaggio e la musica è stata ancor più ispirata perché Tu lo hai voluto, Signore»; «Il furgone ha sputacchiato un po’ e mi ha fatto venire la strizza. Lo ammetto e Tu, che tutto puoi, certamente lo avrai notato e per questo te ne chiedo perdono: ho toccato ferro perché quel macinino non mi piantasse in asso in mezzo alle montagne, cosa che non è successa solo per la Tua immensa generosità». Quando, però, dopo aver pubblicato una sottoscrizione online per finanziare l’acquisto di un furgone nuovo – dato che il summenzionato catorcio alla fine le cuoia le aveva tirate – ha voluto ringraziare la munificenza dell’Altissimo, confesso di essermi trattenuto a stento.

Ma l’amico è un evangelico, una sorta di hippie carismatico, e discettare di soprannaturale in termini razionali non è semplicissimo. Perché, alla fine, l’asino casca sempre dove Dio comanda. O meglio, dove comanda chi a Dio da del Tu.

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Vi starete chiedendo dove questo preambolo voglia andare a parare e io vi risponderò, invece, dicendovi che quello che più mi preme è la sua origine: lo Studio Ovale della Casa Bianca. Un paio di giorni fa vi si è tenuta una preghiera collettiva che, agli occhi del mondo – a maggior ragione dopo la dichiarazione del segretario di stato Marco Rubio, secondo cui l’Iran sarebbe retto da pazzi fanatici religiosi – è parsa una scenetta da operetta.

Eppure, non c’è affatto da ridere, considerato che la presa sugli Stati Uniti e, soprattutto, sulla fetta della sua popolazione che ha diritto al voto, da parte dell’evangelismo messianico più sfrontato e dogmatico è attanagliante. Malgrado una presunta separazione tra Stato e religione – dai contorni, in realtà, un po’ nebulosi – l’invasione di campo del variegato e complessivamente avariato universo evangelico nella sfera politica dovrebbe preoccupare alquanto. Se fossero soltanto affari degli Stati Uniti, potremmo anche permetterci di astenerci dall’esprimere commenti al riguardo, ma vale la pena ricordare – a titolo meramente esemplificativo – che la preghiera tenutasi irritualmente nello Studio Ovale chiamava in causa l’Altissimo al fine di assicurarsene l’appoggio in una guerra destinata sempre più ad avere i contorni della Crociata. L’Altissimo non sembra aver particolarmente a cuore le sorti del Medio Oriente e neppure quelle della vicina Europa. Dobbiamo stizzirci con il Creatore o, semplicemente, prendercela con Trump e la sua nazione sempre più imbelle e con Netanyahu e la sua nazione sempre più prevaricatrice?

I punti di contatto tra il colonialismo evangelico americano di stampo messianico e il colonialismo israeliano altrettanto profetico stanno giorno dopo giorno balzando agli occhi del mondo: i Padri Pellegrini baciarono la terra promessa di quello che sarebbe diventato il Massachusetts, ringraziando il Signore onnipotente per quel dono, consci di poterne fare la patria benedetta da Dio e dagli uomini, un paese finalmente interamente loro in cui sdilinquirsi nelle lodi dell’Altissimo con parole e opere, canti gioiosi e munificenza mai visti prima, mettendosi finalmente alle spalle i torti subiti in Inghilterra. A giudicare dalle violenze distribuite munificamente ai nativi che da millenni vivevano in quelle lande e da quelle poi esercitate ai danni degli schiavi importati per faticare meno, forse una ricerca più accurata delle ragioni per cui i Padri Pellegrini erano stati perseguitati in patria ci darebbe un quadro chiaro di quei torti, consegnando quei farabutti al tribunale della storia insieme alle porcherie che avrebbero commesso nel Continente Nuovo, con il Winchester (o la frusta) in una mano e, naturalmente, la Bibbia nell’altro. Vi viene in mente qualcosa di analogo in terra di Palestina? La differenza primaria è che, fino a questo momento, lo sterminio del popolo nativo – quello palestinese, ovviamente, nel complesso forte di un DNA più semitico di chi ha scelto di ammantarsi di tale nome come alibi per le proprie prepotenze – non si è ancora del tutto compiuto. D’accordo, siamo in ritardo di qualche secolo e, dunque, il popolo che ha stabilito che la Palestina è la terra a esso destinata da Dio – o meglio, da chi ha tradotto le parole della Sua lingua imperscrutabile nei versetti ebraici della Bibbia – può ancora rifarsi.

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La preghiera nello Studio Ovale, dunque, per quanto degna di un palchetto da avanspettacolo, non deve sorprendere più di tanto. La sua funzione è di placare il variegato universo MAGA e di ricordargli che Dio continua a stare dalla parte del presidente e del Paese. Un Paese nel quale, è bene non scordarsene, un mesetto fa la giornalista Megyn Kelly ha tenuto un discorso incendiario, infarcito di “fuckin’” questo e “fuckin’” quello – non sappiamo esattamente quanto l’interiezione sia piaciuta nelle alte sfere celesti, ma chissà che non sia stata sdoganata anche da quelle parti – per criticare aspramente la performance del cantante Bad Bunny durante l’ultimo Superbowl. Nemmeno a me Bad Bunny fa impazzire, ma non per le ragioni che hanno stizzito pesantemente la giornalista: ovvero, perché ha cantato quasi interamente in spagnolo e perché ha la pelle “abbronzata”, mentre, a detta della biondissima e decisamente WASP Kelly, il cosiddetto “Halftime Show” è la quintessenza dell’America e tale dovrebbe restare. Quale? Be’, ovvio, quella WASP, cioè bianca, protestante e di origine anglosassone.

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Dietro questa accusa si cela un fatto importante e altrettanto inquietante: l’America bianca ed evangelica – che resta la maggioranza nel paese, ma che potrebbe non esserla più in un futuro non tanto lontano – si considera unica depositaria del verbo, la vera America, in quanto tale titolare esclusiva e, comunque, prioritaria di certi valori e, dunque, diritti. Pazienza se nel paese vivono svariate decine di milioni di persone la cui prima lingua è lo spagnolo – non sta scritto da nessuna parte che l’inglese sia la lingua ufficiale degli USA che, in realtà, una lingua ufficiale per il momento non l’hanno, anche se i Repubblicani stanno cercando di sistemare quest’imbarazzante anomalia con una legge ad hoc – e se altre decine di milioni di persone dalla pelle nera non incarnano il prototipo del WASP. L’americano medio nasce nell’idea che gli viene inculcata dalla culla, ovvero che, se è bianco, è padrone e, se è “abbronzato”, deve rimboccarsi le maniche e sperare. E credere. Nel Dio dei bianchi, naturalmente, ora assurto a Dio di tutte le altre etnie.

A proposito, qualcuno si ricorderà quel signore italiano che, da buon burlone qual era, per primo utilizzò platealmente l’aggettivo “abbronzato” per connotare la carnagione più scura del presidente Barak Obama, in tal modo anticipando di un paio di decenni le intemerate istrioniche di Donald Trump. Nella sua biografia andrebbe aggiunto che è stato, per quanto involontariamente, il suo modello di ispirazione.

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