Ice: la maggior parte degli immigrati deportati negli Usa non aveva condanne
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Ice: la maggior parte degli immigrati deportati negli Usa non aveva condanne

Il 77% degli immigrati presi di mira per la deportazione nel 2025 non aveva alcuna condanna penale. Solo il 23% presentava precedenti, spesso per reati non violenti come infrazioni stradali o violazioni amministrative dell’immigrazione.

Ice: la maggior parte degli immigrati deportati negli Usa non aveva condanne
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22 Febbraio 2026 - 22.05


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Nel racconto ufficiale dell’amministrazione di Donald Trump la promessa è sempre stata la stessa: colpire “i peggiori tra i peggiori”. Criminali pericolosi, minacce concrete alla sicurezza pubblica, operazioni mirate. Una linea dura, sì, ma — nelle intenzioni dichiarate — selettiva.

I dati interni raccontano però un’altra storia. E sollevano interrogativi che vanno ben oltre il confine statunitense.

Un’analisi di quasi 140.000 fascicoli dell’Immigration and Customs Enforcement mostra che il 77% degli immigrati presi di mira per la deportazione nel 2025 non aveva alcuna condanna penale. Solo il 23% presentava precedenti, spesso per reati non violenti come infrazioni stradali o violazioni amministrative dell’immigrazione. I crimini gravi — omicidi o aggressioni sessuali — rappresentavano una quota marginale.

È in questa distanza tra narrazione politica e realtà operativa che si apre la vera questione.


Quando la rete si allarga

L’immagine che emerge non è quella di un bisturi, ma di una rete a strascico.

Esperti citati nell’inchiesta parlano apertamente di approccio di massa, con livelli record di detenzione migratoria e operazioni che hanno colpito persone profondamente radicate nelle comunità locali. Organizzazioni legali denunciano campagne guidate da obiettivi numerici più che da priorità di sicurezza, oltre a una persistente opacità sui risultati reali delle operazioni.

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In una prospettiva progressista e globalista, il nodo non è soltanto umanitario. È sistemico. Quando una grande democrazia normalizza strumenti eccezionali su scala ordinaria, ridefinisce — di fatto — gli standard internazionali di governance migratoria.


L’America come laboratorio per l’Occidente

Le politiche migratorie statunitensi non restano mai confinate entro i propri confini. Storicamente hanno un effetto dimostrativo potente, e oggi forse più che mai.

L’ordine esecutivo firmato da Trump nel 2025 ha ampliato strumenti come l’expedited removal, permettendo deportazioni accelerate anche in assenza di un’udienza completa davanti a un giudice, e ha intensificato la pressione federale sulle cosiddette giurisdizioni “santuario”. Parallelamente, operazioni con migliaia di agenti hanno trasformato alcune aree urbane in veri e propri laboratori di enforcement intensivo.

Il messaggio implicito che molti governi occidentali colgono è semplice e politicamente potente: la sicurezza delle frontiere può giustificare un abbassamento delle garanzie procedurali.


Lo scontro con tribunali e società civile

Non sorprende che la stretta stia producendo una crescente frizione istituzionale.

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Una giudice federale ha accusato l’amministrazione di “terrorizzare gli immigrati” e di compromettere il diritto al giusto processo, ordinando modifiche immediate alle pratiche di detenzione. Il numero di ricorsi legali è in forte aumento, segnale di uno scontro sempre più aperto tra potere esecutivo e sistema giudiziario.

Sul terreno, reti civiche e comunità locali descrivono un clima di paura diffusa nelle città interessate dalle operazioni federali — un effetto collaterale che raramente entra nella comunicazione ufficiale ma che pesa sul tessuto sociale.


Perché l’Europa dovrebbe guardare con attenzione

Per l’Europa — e per l’Italia — la dinamica americana non è distante.

Tre fattori rendono questa svolta un fenomeno globale. Primo, l’effetto emulazione: le scelte di Washington tendono a diventare benchmark impliciti per altre democrazie. Secondo, la pressione sui flussi, perché i cambiamenti nella politica USA possono ridistribuire le rotte migratorie. Terzo, la ridefinizione normativa: si sposta progressivamente la soglia di ciò che viene considerato accettabile nelle democrazie liberali.

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Quando gli Stati Uniti ampliano l’uso di deportazioni accelerate o della detenzione su larga scala, l’asticella del dibattito occidentale inevitabilmente si muove.


Il paradosso politico

Resta infine un elemento di realpolitik difficile da ignorare.

Una strategia presentata come chirurgica appare, nei dati, molto più estesa. Eppure proprio questa discrepanza continua ad alimentare consenso in una parte dell’elettorato interno, mentre all’estero rafforza l’immagine di un’America sempre più assertiva sul controllo dei confini.

È il paradosso della fase attuale: più la politica migratoria si radicalizza, più diventa centrale nell’architettura geopolitica dell’Occidente.

La domanda che resta aperta — ben oltre il ciclo elettorale statunitense — è tanto semplice quanto scomoda: dove si fermerà la nuova normalità delle democrazie sotto pressione migratoria?

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