Ozzy Osbourne, tra rock e dipendenze, svela il suo testamento spirituale e l’amore salvifico di Sharon
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Ozzy Osbourne, tra rock e dipendenze, svela il suo testamento spirituale e l’amore salvifico di Sharon

Estrema Unzione (Baldini+Castoldi, traduzione di Elisabetta Severoni, pagg 422, euro 22) è il suo testamento spirituale, scritto insieme al giornalista Chris Ayres.

Ozzy Osbourne, tra rock e dipendenze, svela il suo testamento spirituale e l’amore salvifico di Sharon
Ozzy Osbourne
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9 Febbraio 2026 - 23.33


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di Rock Reynolds

«Perché io sia ancora qui, non lo so.» Ozzy Osbourne, il principe delle tenebre, non c’è più e milioni di suoi fan stentano a crederlo.

Estrema Unzione (Baldini+Castoldi, traduzione di Elisabetta Severoni, pagg 422, euro 22) è il suo testamento spirituale, scritto insieme al giornalista Chris Ayres.

Si potrebbe obiettare che di una rockstar non ci si può fidare. Eppure, fatta salva la convinzione nei suoi mezzi – corredo immancabile di ogni rockstar – non c’è granché di autocelebrativo nelle sue parole. Semmai, tanta voglia di prendersi in giro. D’altro canto, chi avrebbe mai preso sul serio nei panni di icona del rock duro un tizio dall’aria così impacciata, con quella voce esile, quasi da bambino?

Ma Ozzy ha lasciato un solco. Profondissimo. Quantomeno come cantante dei Black Sabbath, che erano e resteranno sempre una band di blues indurito di figli del proletariato di Birmingham, città per decenni ai margini della storia. Malgrado un nome inquietante, i Black Sabbath non sono nati per suonare quell’heavy metal di cui molti attribuiscono proprio a loro l’invenzione. Naturalmente, insieme ai vari Led Zeppelin, Deep Purple e via discorrendo. I gusti musicali di Ozzy sono imperscrutabili, con una fascinazione per David Bowie, i Beatles, i Kinks. Il riff iniziale di “You Really Got Me” dei due fratelli Davis fu un cazzotto al cuore del giovane Ozzy, «come avere un fottuto orgasmo».

Ozzy racconta con grande sincerità e autoironia una ridda di aneddoti succosi, più indiscrezioni di quante tendano a contenerne le autobiografie di altri rocker famosi, storie quasi irripetibili. E, a bilanciare gli slanci inevitabilmente narcisistici dell’Ozzy rockstar, c’è la sua onnipresente carezza emotiva, il lato B della sua indubbia genialità.

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Tutto ruota intorno alla fragilità dell’essere umano. Ozzy non si perde mai in giri di parole e, con onestà a tratti disarmante – in cui, però, non è arduo individuare il suo totalizzante gusto per l’eccesso – si mette a nudo. Più di un’estrema unzione, le sue parole sembrano un atto di contrizione sfrondato dal benché minimo slancio religioso e ammantato, semmai, di ammiccamenti edonistici. «Sogno la Guinnes quasi ogni notte… E poi la prima cosa che voglio dopo una Guinness è della coca… Ovviamente, quando l’effetto della cosa svanisce, arriva il momento di smaltire la sbornia, e l’unico modo per farlo è con delle pillole.»

In condizioni simili, firmare contratti senza nemmeno sapere cosa ci sia scritto, per poi scoprire di aver perso un sacco di soldi, è quasi automatico. D’accordo, non è l’unico a vantare questo primato non certo invidiabile nel panorama delle rockstar alle prime armi e ai primi sballi dorati.

Fortuna che entra in gioco Sharon, la sua seconda moglie! Nell’immaginario collettivo, la rockstar è eternamente giovane e dionisiaca e non può avere una sola donna (o un solo uomo). Leggere le parole di struggimento amoroso di Ozzy per lei –  figlia del suo manager, amica, accompagnatrice, poi amante e, per finire, moglie e madre della sua seconda nidiata di figli – ci riconcilia con una visione più realistica del mondo. Fu grazie a Sharon che Ozzy si imbarcò in un’impresa che avrebbe proiettato la sua immagine verso galassie di popolarità inedite persino per lui, nella nuova era della malsana globalizzazione. Telecamere piazzate ovunque, cessi compresi, nella loro casa di Los Angeles per creare un programma di real TV molto real e poco TV, una sorta di «Famiglia Addams rock’n’roll, con una rockstar in pensione nel ruolo del padre». Le quattro stagioni di The Osbournes furono un successo planetario. Ma nemmeno quel ritorno alla vita coniugale e paterna, in concomitanza con l’esplosione di gravi problemi di salute per Ozzy, che di certo non era stato molto garbato con il suo fisico, bastò a scacciare i demoni di cui si era contornato. Perché la dipendenza è una brutta bestia dagli artigli tentacolari. E non si parla necessariamente di tossicodipendenza, considerato che il fenomeno può investire qualsiasi campo: dipendenza affettiva, dal gioco, dall’alcol e dalle droghe, certo. Ma il pericolo per Ozzy si annidava ovunque: in una bibita oppure nel gelato, perché, «se qualcosa è buono, non riesco a fermarmi». Da lì a reclutare un maestro gelataio il passo può essere breve. E Ozzy ha fatto pure quello.

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Confessione su confessione, forse la parte più commovente è l’ammissione di essere stato figlio di una famiglia pezzente, mai in grado di permettersi nulla che esulasse dalla mera sussistenza. È anche così che la brama si fa malattia.

Non fu certo l’inizio della fine, ma l’incidente sciocco con il quad nella sua tenuta di campagna nel 2003 scatenò un’incredibile sequela di ricoveri e interventi chirurgici, con l’innesto di viti e sbarre in grado di far suonare ogni metal detector del pianeta. Ospedali, riabilitazione, anestetizzanti e oppioidi, tanto per non farsi mancare nulla.

E poi un guaio fisico dietro l’altro, fino all’infarto letale nella sua casa di campagna del Buckinghamshire, soltanto 17 giorni dopo il megaconcerto di addio intitolato Back to the Beginning, nella natia Birmingham, con i Black Sabbath e gli amici Judas Priest, Aerosmith, Metallica, Guns N’Roses. Perché, in fondo, Ozzy non ha mai cessato di essere quel ragazzino ribelle e pure un po’ goffo di quella Birmingham che, insieme a Tony Iommi, Bill Ward e Geezer Butler, ha contribuito non poco a ricollocare sulla cartina geografica. Chi avrebbe mai detto che un uomo che, come lui, ha sfidato la morte e le convenzioni sociali innumerevoli volte si sarebbe commosso di fronte al tributo che la sua città ha voluto fare a lui e ai suoi sodali? Eppure, una lacrimuccia vera, non quella che più volte gli abbiamo vista dipinta sotto gli occhi da qualche abile truccatrice, deve averla versata quando il comune di Birmigham decise di intitolare alla grande band della città nientemeno che una panchina su un ponte pedonale lungo la centralissima Broad Street, il Black Sabbath Bridge.

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Per uno che, come maestro di vita, si era scelto Lemmy dei Motorhead, «a un livello di sballo catastrofico», tutto sommato una buona fine.

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