Antonio Tajani mezza critica timida timida alle violenze a Minneapolis ma subito dopo bilanciata con l’ipotesi di premio Nobel per la pace a Trump se dovesse finire la guerra in Ucraina, dimenticando non solo tutte lemporcate e le violezioni del diritto internazionale di Trump ma anche che la Casa Bianca sta spingendo Kiev alla capitolazione e l’arrivo del predatore sessuale al potere ha rinforzato Putin. Ma il risultato è un collage di dichiarazioni che oscillano tra il tautologico, il contraddittorio e il politicamente imbarazzante.
«Le immagini parlano di abusi: tra arrestare una persona armata e ucciderla c’è una bella differenza», ha detto il vicepremier e ministro degli Esteri, ospite di Ping Pong su Rai Radio1, rispondendo a una domanda di Annalisa Chirico sulle proteste negli Stati Uniti dopo l’uccisione di un cittadino americano da parte di agenti dell’ICE. Una frase che suona come una scoperta tardiva dell’ovvio, mentre il governo di cui Tajani fa parte continua a praticare un silenzio imbarazzato e privo di iniziative diplomatiche concrete.
«Penso – ha aggiunto Tajani, come riferisce una nota della trasmissione – ci sia una consapevolezza anche nella Casa Bianca». Un auspicio più che un’analisi, privo di riscontri, che sembra servire più a non disturbare Washington che a pretendere chiarezza e responsabilità.
Ma è quando Tajani passa a Donald Trump che il discorso scivola apertamente nel grottesco.
«Se si raggiunge la pace a Gaza grazie alla mediazione americana e se si raggiunge la pace in Ucraina grazie alla mediazione americana, perché no? Donald Trump avrebbe i titoli per avere il premio Nobel». Così il ministro degli Esteri italiano accredita, senza alcuna cautela, l’idea di un Nobel per la pace a un leader che ha legittimato violenze, repressioni, deportazioni e che è al centro di una durissima contestazione internazionale.
«Vediamo come evolverà la situazione, ma – ha aggiunto Tajani, come riferisce una nota della trasmissione – se riuscisse a fare queste due mediazioni e a portare la pace sia in Ucraina sia a Gaza, avrebbe sicuramente i titoli». Un’ipotesi che non è solo prematura, ma francamente vergognosa, se pronunciata mentre Gaza è devastata e l’Ucraina continua a essere bombardata, e mentre la stessa amministrazione Trump è accusata di coprire abusi e uccisioni.
Sul fronte iraniano, Tajani alza finalmente il tono, ma anche qui senza spiegare le evidenti incoerenze della linea occidentale.
«Se i dati sono quelli che stanno emergendo, con oltre 30mila morti, siamo ai livelli di Gaza». Il ministro annuncia che «giovedì, in occasione del Consiglio Affari Esteri, ci schiereremo, come Italia, a favore di sanzioni contro i responsabili di questo massacro. Stiamo decidendo di inserire i Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche». Parole nette, che però evidenziano per contrasto il doppio standard applicato ad altri teatri di guerra.
Infine, il caso di Crans-Montana.
«Chiediamo che si faccia piena luce e che non venga offesa la memoria di questi ragazzi», afferma Tajani. E aggiunge: «È scandaloso che siano stati rimessi in libertà quando c’è pericolo di fuga e di inquinamento delle prove. Non significa non essere garantisti, ma evitare che chi ha responsabilità oggettive possa sottrarsi alla giustizia».
Una richiesta legittima, che però stride con la leggerezza con cui lo stesso ministro elargisce riconoscimenti morali e perfino candidature al Nobel a leader politici il cui operato è tutt’altro che limpido.