Gaza e i suoi orfani: così stanno uccidendo l'infanzia
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Gaza e i suoi orfani: così stanno uccidendo l'infanzia

Il martirio di Rafah non sembra più fare notizia. O almeno non quanto dovrebbe, vista la mattanza in corso. Per molti, non per tutti. Certo non per Globalist. 

Gaza e i suoi orfani: così stanno uccidendo l'infanzia
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

15 Maggio 2024 - 18.14


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Il martirio di Rafah non sembra più fare notizia. O almeno non quanto dovrebbe, vista la mattanza in corso. Per molti, non per tutti. Certo non per Globalist. 

La sofferenza dei più indifesi

La parola a Adele Khodr, Direttrice regionale Unicef per Il Medio Oriente e il Nord Africa: “L’escalation delle ostilità a Rafah e nella Striscia di Gaza hanno acuito la sofferenza di centinaia di migliaia di bambini che negli ultimi 218 giorni hanno vissuto un incubo senza tregua. Non possiamo accettare che la loro condizione venga trasmessa in diretta come un danno collaterale di un conflitto che non hanno mai scelto.

La scorsa settimana è iniziata un’operazione militare a lungo temuta a Rafah, che ha fatto sfollare oltre 448.000 persone in aree non sicure come Al-Mawasi e Deir al Balah. Nel frattempo, pesanti bombardamenti e operazioni di terra si sono estesi al nord di Gaza, lasciando una scia di distruzione in aree come il campo profughi di Jabaliya e Beit Lahia. Almeno 64.000 persone sono state costrette a fuggire dalle loro case devastate.

 I civili – già esausti, malnutriti e che stanno affrontando numerosi eventi traumatici – adesso si trovano ad affrontare un aumento di morti, feriti e sfollati tra le rovine delle loro comunità. Le stesse operazioni umanitarie che sono diventate l’unica ancora di salvezza per l’intera popolazione della Striscia, sono minacciate.

Dall’inizio della più recente escalation, l’Unicef sta affrontando sempre più sfide per trasportare qualsiasi tipo di assistenza nella Striscia di Gaza. La mancanza di carburante è un problema fondamentale.

I principali ospedali del nord all’interno delle zone di evacuazione, tra cui Kamal Adwan, Al Awda e l’Ospedale Indonesiano, si trovano nel fuoco incrociato, il che interrompe gravemente la consegna di forniture mediche essenziali e mette a rischio numerose vite. Coloro che sono a rischio imminente di carestia sono ora tagliati fuori da qualsiasi aiuto.

Sono anche molto preoccupata per le infrastrutture idriche e l’accesso ad acqua pulita e ai servizi igienici a Gaza. Nel nord, i pozzi vitali hanno subito gravi danni, mentre a Rafah almeno otto strutture sono fuori uso, con un impatto su circa 300.000 persone, molte delle quali bambini che probabilmente ricorreranno all’acqua contaminata e si ammaleranno gravemente. Quando l’acqua manca, sono i bambini a soffrire di più.

I valichi di frontiera devono essere aperti rapidamente e le organizzazioni umanitarie devono poter circolare in sicurezza e fornire l’assistenza essenziale e salvavita da cui dipendono tutti i bambini di Gaza. In caso contrario, si verificherà una tragedia ancora più grande di quella a cui abbiamo già assistito, un esito che dobbiamo urgentemente evitare”.

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Così muore l’infanzia

Nel nord della Striscia di Gaza 1 bambino su 3 sotto i due anni soffre di deperimento, la forma più grave di malnutrizione: stime che sono raddoppiate rispetto a gennaio. 

Lo denuncia Save The Children che comunica come più di 400 attacchi da ottobre, hanno messo fuori uso 26 dei 36 ospedali di Gaza, limitato l’accesso di medicinali e forniture, con ricadute letali sull’assistenza sanitaria.

L’organizzazione che fornisce servizi essenziali e sostegno ai bambini palestinesi instancabilmente dal 1953, chiede in una nota l’attuazione immediata del cessate il fuoco e l’ingresso nella Striscia di attrezzature mediche, forniture, operatori e medicinali salvavita per evitare che altri bambini vengano uccisi dalla malnutrizione e dalle malattie. 

I bambini malnutriti a Gaza – prosegue il comunicato – non ricevono il cibo e le cure mediche di cui hanno bisogno per sopravvivere, perché il cibo è bloccato a ogni passo, il sistema sanitario distrutto e le famiglie riferiscono che i loro figli soffrono di gravi perdite di peso, debolezza e desquamazione cutanea. 

“Stiamo assistendo all’annientamento del benessere fisico e mentale dei minori a Gaza. La velocità con cui sono stati spinti verso la morte, negli ultimi sei mesi, è a dir poco sconcertante. È inconcepibile che cibo salvavita, prodotti nutrizionali e forniture mediche si trovino al confine, a pochi chilometri da dove i bambini muoiono inutilmente e dolorosamente di malnutrizione. La fame non deve mai essere usata come arma di guerra. 27 bambini sono già stati uccisi dalla fame e dalle malattie: se il mondo non agisce adesso, a quel numero se ne aggiungeranno innumerevoli altri”, ha dichiarato Xavier Joubert, Direttore di Save the Children nei Territori Palestinesi Occupati. 

I 346.000 bambini sotto i cinque anni presenti nella Striscia sono quelli a più alto rischio di malnutrizione, mentre la situazione già catastrofica si deteriora rapidamente. Nel nord si stima che 1 bambino su 3 sotto i due anni soffra di deperimento, la forma più grave di malnutrizione, rispetto a 1 bambino su 6 a gennaio, secondo il Global Nutrition Cluster, un gruppo di organizzazioni umanitarie focalizzate sulla nutrizione.  

Gli attacchi agli operatori umanitari e alle distribuzioni alimentari rendono la consegna degli aiuti pericolosa, limitando ulteriormente una risposta umanitaria già ostacolata. Secondo i dati recenti dell’Integrated Food Security Phase Classification (ipc), è particolarmente difficile raggiungere i bambini e le famiglie nel Nord di Gaza, dove la carestia è imminente. Le autorità israeliane continuano a negare all’Unrwa – l’organizzazione che può raggiungere il maggior numero di persone con aiuti salvavita – l’accesso al Nord di Gaza per fornire assistenza alimentare di emergenza. 

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“Questa guerra ha portato alla fame i più piccoli anche nei luoghi in cui il cibo era disponibile. È evidente che i bambini stanno perdendo il 50-60% del peso e che le loro interazioni di base e la loro comprensione delle cose ne siano state influenzate”, ha affermato Hamdi, 30 anni, membro dello staff di Save the Children a Gaza.

Gaza e i suoi orfani

Ne scrive, con grande umanità e competenza, Simona Ciaramitaro per Collettiva: “10.000 donne palestinesi uccise a Gaza, di cui circa 6.000 madri che lasciano 19.000 bambini orfani. . I dati sono di UN Women, l’ente delle Nazioni Unite attivo nella difesa dell’uguaglianza di genere, si riferiscono ai primi sei mesi di guerra e sono stati pubblicati nell’ultimo rapporto sulla guerra nella Striscia. Dati che ci informano anche che “un bambino viene ferito o muore ogni 10 minuti” e che “più di un milione di donne e ragazze a Gaza non hanno quasi cibo, né accesso ad acqua potabile, latrine, servizi igienici o assorbenti, con malattie che crescono in condizioni di vita disumane”.

Silvia Gison, esperta di diritto umanitario e advocacy di Save the Children spiega in quale situazione vengono a trovarsi i bambini alle quali sono state uccisi le madri: “Vuole dire non avere nessuno a cui riferirsi per riuscire ad accedere alle cure, per ristabilire la proprio rete e cercare di avere un senso di normalità all’interno della striscia di Gaza”. Il problema è così ingente e tanto elevato il numero di bambini senza stato di riferimento che per questo conflitto “gli operatori umanitari hanno creato una sigla Wcnsf, ossia bambini feriti, senza familiari sopravvissuti”. 

Quanto ci si chiede è anche quale sarà poi il destino di questi minori, quale futuro li attenda, e a questo proposito Gison ricorda che, come Save the Children, “la prospettiva è di cercare di lavorare il più possibile per raggiungere un cessato del fuoco illimitato e duraturo e per garantire l’accesso umanitario in modo tale che possano ricevere le cure e il supporto di cui hanno bisogno da parte della comunità internazionale, perché effettivamente avrebbe la possibilità di portare supporto, quando poi questo conflitto sarà finalmente finito.

Le prospettive però non sono positive ma, in ogni caso, “il tentativo sarà quello di costruire dei sistemi di resilienza che possono passare dall’identificazione di familiari di riferimento, qualora fossero ancora presenti, all’interno della Striscia di Gaza, all’interno della Cisgiordania o in altri territori confinanti. Lo scopo è quello di garantire a questi bambini di entrare effettivamente in un contesto familiare a loro vicino e di cercare di identificare adulti che possano supportarli nella loro crescita e nel loro sviluppo”.

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Guardando il numero di bambini palestinesi feriti, uccisi oppure orfani è impossibile accettare che possano passare sotto la generale indifferenza della comunità internazionale e dell’opinione pubblica. “È come se fossero bambini invisibili. A oggi ci dicono che sono oltre 14.500 i bambini che sono stati uccisi, ai quali si aggiungono migliaia di dispersi e migliaia di bambini feriti o mutilati da armi esplosive utilizzate in aree densamente popolate.

Sappiamo che l’utilizzo di armi esplosive rende i minori sette volte più vulnerabili a ferite e distruzione a perdita di arti, ad amputazioni legate all’utilizzo di questa tipologia di armi. Non capiamo perché questi minori non ricevono l’attenzione necessaria, non capiamo perché ancora non si sia arrivati a un cessate il fuoco. Quello veramente l’unico modo attraverso il quale è possibile cercare di garantire a questi bambini in futuro”.

A questo punto l’advocacy di Save the Children racconta un episodio che non può lasciare indifferenti, la testimonianza di chi è quotidianamente a contatto con le violenze in corso: “Una nostra collega dal campo ci ha informato che, giusto due giorni fa, hanno operato un bambino di dieci anni con una scheggia nella coscia e un femore frantumato, ha perso  muscoli e tessuti e aveva bisogno di un innesto cutaneo, di un fissatore, ma non riusciva ad arrivare l’aiuto, non c’era la possibilità che arrivassero il supporto o l’anestesia all’interno di sala operatoria dove veniva operato il bambino. Stava piangendo silenziosamente, non riusciva nemmeno più a mostrare il proprio dolore, a causa delle conseguenze psicologiche di questo conflitto”. 

Queste testimonianze sono possibili per la presenza di Save the Children all’interno della Striscia, come anche in Cisgiordania, all’interno dell’Egitto. “Siamo stati tra i primi operatori che hanno portato direttamente aiuti attraverso il valico di Rafah – dice – e siamo presenti nei territori palestinesi occupati dal 1953, quindi una presenza radicata sul terreno che comporta anche quella di partner che ci stanno aiutando molto nella risposta in questo conflitto”. […]La possibilità per gli operatori umanitari di portare aiuto viene fortemente limitata, sia all’interno della Striscia, sia per accedere attraverso il valico di Rafah, dove vengono tolti dei materiali dai nostri camion in consegna. Così è impossibile riuscire a muoverci in maniera efficace verso nord. Consideriamo infine che questo è il conflitto nel quale sono morti il maggior numero di operatori umanitari in così breve tempo, quindi è decisamente una situazione complessa”.

Gaza, la strage di innocenti continua. E il mondo sta a guardare.

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