Iran, la "Regina" dà scacco a un regime misogino e sanguinario
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Iran, la "Regina" dà scacco a un regime misogino e sanguinario

La repressione in Iran non ferma il movimento di protesta guadagna una nuova protagonista: è Sara Khadim al-Sharia, la campionessa di scacchi che ha sfidato gli ayatollah giocando ai Mondiali in Kazakhstan senza indossare l'hijab, il velo obbligatorio

Iran, la "Regina" dà scacco a un regime misogino e sanguinario
Sara Khadim al-Sharia campikonessa iraniana di scacchi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Dicembre 2022 - 14.36


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Sparano mirando ai genitali. Arrestano chi osa giocare a scacchi senza indossare il velo. Abusano delle arrestate. E’ il regime sessuofobico dell’Iran. Violento, misogino, oscurantista.

La repressione in Iran non ferma il movimento di protesta che anzi guadagna una nuova protagonista: è Sara Khadim al-Sharia, la campionessa di scacchi che ha sfidato gli ayatollah giocando ai Mondiali in Kazakhstan senza indossare l’hijab, il velo obbligatorio.

La foto della ragazza, 25 anni, davanti alla scacchiera con il suo ciuffo di capelli sberleffo ai conservatori iraniani ha fatto il giro del mondo proprio mentre a Teheran il presidente Ebrahim Raisi lanciava il suo anatema contro i dimostranti: “Non avremo nessuna pietà”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani intanto ha convocato l’ambasciatore iraniano Mohammad Reza Sabouri, accelerando i tempi: il diplomatico di Teheran è soltanto designato perché non ha ancora presentato le credenziali al Quirinale “ma la gravità della situazione in Iran ha indotto il governo a fare questo passo”, ha fatto sapere la Farnesina. Sara è solo l’ultimo coraggioso volto della rivolta che da oltre 100 giorni infiamma la Repubblica islamica. Una ribellione su vasta scala iniziata con la morte di Mahsa Amini e presto divenuta un movimento di opposizione radicale al regime. Almeno 100 i dimostranti tra i migliaia arrestati che rischiano la pena di morte, 11 quelli già nel braccio della morte, denuncia l’Iran Human Rights (Ihr). “I nostri giudici sono assassini, l’intero sistema è corrotto”, è lo slogan che ora riecheggia nelle piazze, perché il più clamoroso “morte a Khamenei” è oramai scontato, mentre nelle strade ragazzi e ragazze continuano la protesta del colpo del turbante, far cadere con una manata il copricapo di un religioso – un tempo intoccabile – e pubblicare il video sui social network. “Non mostreremo misericordia ai nemici”, ha tuonato Raisi bollando le proteste come “un disturbo”. I dimostranti sono “ipocriti, monarchici, controrivoluzionari” e tutti coloro “che hanno subito un danno dalla rivoluzione”, ha detto davanti a una folla riunita a Teheran per un omaggio ai resti di 200 soldati uccisi durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988. “Le braccia della nazione sono aperte a tutti coloro che sono stati ingannati. I giovani sono i nostri figli”, ha concesso, ma “non avremo pietà per gli elementi ostili”. Rivolto infine ai nemici storici della Repubblica islamica, in particolare Usa e Israele che fomenterebbero le rivolte, Raisi ha ammonito che “se pensate di raggiungere i vostri obiettivi diffondendo voci e dividendo la società, vi sbagliate”. Forse i suoi strali erano rivolti anche a Elon Musk che ha acceso quasi 100 dei suoi satelliti Starlink che potranno garantire accesso a internet e superare i blocchi imposti dal governo. Il capo di SpaceX ha voluto fare l’annuncio rispondendo al video sulle proteste di un utente Twitter. Teheran a stretto giro ha oscurato il sito di Starlink, un sistema che tuttavia per essere utilizzato ha bisogno di kit speciali che difficilmente verranno fatti entrare legalmente nel Paese. Divampano intanto le polemiche per la morte della piccola Saha Etebari, la ragazzina di 12 anni colpita e uccisa a un posto di blocco della polizia mentre era in auto con i genitori: la Procura ha promesso un’inchiesta dopo che l’iniziale tesi dell’incidente messa in bocca al padre era sembrata sin troppo goffa. 

Bufera anche per il caso della moglie e della figlia della leggenda del calcio iraniano Ali Daei, costrette a scendere da un aereo per le posizioni critiche del calciatore, una mossa di rappresaglia che sta scatenando critiche in tutto il Paese. I riflettori sono accesi anche sugli appelli della madre di un giovane dimostrante accusato di aver ferito cinque Pasdaran, il 22enne Mohammad Qobadlou, la cui esecuzione – confermata il 24 dicembre – sarebbe imminente. Scacchisti, pattinatrici, scalatori, nuotatori, calciatori, attori, attrici, registi, gente comune: tutto in Iran sembra volgersi contro il potere centrale di Teheran, come forse non era mai accaduto dal 1979. 

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Repressione senza fine

Il regime iraniano continua a uccidere: l’ultimo caso di cui i media sono venuti a conoscenza è quello di Mehrdad Malek, 17 anni, colpito a morte dagli spari esplosi da poliziotti ad Ardagh, nella provincia di Qazvin. Secondo quanto riferito da Bbc, i fatti risalgono al 5 dicembre: il giovane stava tornando a casa a bordo dell’auto di un amico, che è stata inseguita dalla polizia, ma quando la pattuglia è rimasta bloccata nel fango gli agenti avrebbero aperto il fuoco e il giovane sarebbe rimasto ucciso. Le violenze in Iran proseguono imperterrite su civili, in particolare giovani. Per abuso delle autorità o per vendetta nella partecipazione alle proteste scoppiate già da oltre tre mesi per la morte di Mahsa Amini, la giovane curda fermata dalla polizia perché non portava correttamente il velo e morta mentre era in custodia. Gli stessi manifestanti hanno raccontato a Iran International gli abusi subiti in detenzione: uomini e donne costretti a denudarsi di fronte agli agenti, toccati sui genitali, minacciati di stupro e in alcuni casi, violentati. Vittime di sesso maschile e femminile, tra cui alcuni di appena diciotto anni, hanno riferito che la violenza sessuale contro i manifestanti detenuti è piuttosto diffusa. Le loro storie “sono molto difficili da verificare a causa della paura delle vittime di rivelare informazioni personali e di ritorsioni contro di loro e le loro famiglie”, sottolinea Iran International. Una delle vittime ha detto che lei e altri arrestati sono stati denudati di fronte agli ufficiali della guarnigione di Vali Asr a Teheran, palpeggiati nella zona genitale, spruzzati con acqua fredda e colpiti con taser per costringerli a rilasciare “confessioni” contro se stessi e gli altri. “Ci hanno minacciato di stupro“, ha raccontato la vittima, liberata su cauzione dopo venti giorni. “C’erano due agenti donne e due uomini nel furgone. L’uomo ci ha perquisito nel modo più disgustoso”, ha raccontato un’altra donna di Teheran.

Una vittima nella città di Mashhad, nel nord-est dell’Iran, ha detto che lei e altre undici persone sono state spogliate di fronte ad agenti e poi costrette ad accovacciarsi mentre gli ufficiali “ridevano”. Altre hanno riferito di essere state toccate durante l’arresto e gli interrogatori, e minacciate di stupro contro di loro o i loro familiari. E ci sono alcune segnalazioni di violenze molto peggiori: secondo quanto riferito, Armita Abbasi, una giovane donna di 20 anni, è stata violentata brutalmente dopo essere stata arrestata il 10 ottobre. È stata portata in un ospedale di Karaj il 18 ottobre dalle forze di sicurezza con ferite multiple tra cui emorragia interna, testa rasata e prove di stupro ripetuto. Gli episodi – riferisce Iran International – sono stati segnalati da centri di detenzione, prigioni e talvolta in luoghi al di fuori del sistema ufficiale come magazzini in diverse grandi città.

“Non mostreremo misericordia ai nemici”. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi, nel corso di una cerimonia, ha usato parole dure riferendosi alle proteste antigovernative nel Paese e ha definito “un disturbo” le manifestazioni in risposta alla morte di Mahsa Amini mentre era sotto la custodia della polizia morale. Invece, ha aggiunto, “le braccia della nazione sono aperte a tutti coloro che sono stati ingannati”. L’agenzia di stampa iraniana degli attivisti per i diritti umani (Hrana) ha stimato oggi che 507 manifestanti hanno perso la vita durante le proteste, mentre il numero dei detenuti è compreso tra 14.000 e 16.000. 

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Almeno 100 iraniani arrestati in più di 100 giorni di proteste nel loro Paese devono far fronte a delle accuse che comportano la pena di morte. Secondo Iran Human Rights, Ong con sede a Oslo, 13 di loro sono già nel braccio della morte. “Emettendo condanne a morte e giustiziando alcuni manifestanti, le autorità vogliono che le persone tornino a casa”, ha detto il direttore di Ihr Mahmood Amiry-Moghaddam, ricordando che “la strategia delle autorità è instillare paura con le esecuzioni”.

L’appello di Amnesty International

“Decine di persone, tra cui tre minorenni, rischiano l’esecuzione in relazione alle proteste in corso in Iran. Le autorità iraniane usano la pena di morte come mezzo di repressione politica per instillare la paura tra i manifestanti e mettere fine alle proteste.

Coerente con una politica di occultamento di lunga data sulle violazioni dei diritti umani e cercando di disumanizzare le vittime, le autorità iraniane non hanno rivelato l’identità delle persone condannate a morte. Nel corso delle indagini, Amnesty International ha ottenuto informazioni confermando i nomi di 10 persone condannate a morte. L’identità dell’undicesima persona, condannata a morte durante un processo di gruppo di 16 persone davanti a un tribunale rivoluzionario nella provincia di Alborz, rimane sconosciuto. In base alle nostre ricerche, potrebbe essere una delle seguenti persone: Reza Arya, Mehdi Mohammadi, Shayan Charani, Mohammad Amin Akhlaghi, Reza Shaker Zavardahi, Javad Zargaran o Behrad Ali Kenari.

L’8 dicembre, le autorità hanno messo a morte il manifestante Mohsen Shekari, dopo averlo condannato in un processo gravemente iniquo con l’accusa di “inimicizia contro Dio” meno di tre mesi dopo il suo arresto.

Il 12 dicembre, le autorità hanno messo a morte pubblicamente un altro giovane manifestante, Majidreza Rahanvard, a Mashahd, provincia di Khorasan-e Razavi, dopo averlo condannato per “inimicizia contro Dio” in un processo gravemente iniquo. È stato messo a morte meno di due settimane dopo una sessione del tribunale il 29 novembre 2022.

Le persone sono state sottoposte a processi iniqui: sono stati negati i loro diritti a essere difesi da un avvocato di propria scelta, alla presunzione di innocenza, a rimanere in silenzio non rispondendo alle domande e ad avere un processo giusto e pubblico. Secondo fonti ben informate, numerosi imputati sono stati torturati e le loro confessioni, estorte con la tortura, sono state usate come prove nel corso dei processi. Le TV di stato hanno mandato in onda le ”confessioni” forzate di almeno nove imputati, prima dei loro processi.

Amnesty International teme che oltre a queste decine di persone, molte altre rischino l’esecuzione, considerate le migliaia di rinvii a giudizio disposti finora. Il timore di imminenti esecuzioni è accresciuto dalle richieste da parte del parlamento e di altre istituzioni di avere processi rapidi ed esecuzioni pubbliche”.

Lettera dal carcere

Ne dà conto Laura Aprati in un bellissimo articolo per RaiNews. Scrive tra l’altro Aprati: “ In questi giorni di feste i giovani iraniani, gli attivisti che vivono in patria e fuori, chiedono al mondo di non dimenticare cosa succede nel loro Paese. […]La paura degli iraniani che da mesi invadono le strade delle città, occupano le università, scioperano è che il mondo si dimentichi di loro, che la luce accesa su di loro si affievolisca permettendo così al potere in carica di aumentare la violenza della repressione per spezzare questa rivolta. Sentono di essere ad un punto di svolta e chiedono di “non essere lasciati soli”.

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Ed è forse anche per questo che Narges Mohammadi, un’importante attivista per i diritti umani in Iran, ha scritto dal carcere per fornire alla Bbc dettagli su come le donne detenute nelle recenti proteste antigovernative subiscano abusi sessuali e fisici e ha affermato che tali aggressioni sono diventate più comuni nelle recenti proteste.

L’attivista racconta che alcune delle donne arrestate, durante le manifestazioni, sono state trasferite nella sezione femminile della prigione di Evin. Proprio in questa terribile prigione ha avuto modo di incontrarle e ascoltare dettagli degli abusi subiti: un’attivista è stata legata mani e piedi a un gancio sul tettino del veicolo che l’ha portata in carcere ed è poi stata violentata dagli agenti di sicurezza. Mohammadi, che ha scritto di aver visto cicatrici e lividi sui corpi delle compagne di cella, ha invitato a denunciare quanto sta accadendo anche se questo può portare all’intimidazione delle famiglie delle donne detenute. “Non rivelare questi crimini contribuirebbe al proseguimento dell’applicazione di questi metodi repressivi contro le donne”, ha dichiarato l’attivista. “Le violenze contro le donne attiviste, combattenti e manifestanti in Iran dovrebbero essere riportate ampiamente e con forza a livello globale”, ha concluso Mohammadi, dicendosi convinta che le “donne coraggiose, resilienti e piene di speranza” dell’Iran vinceranno: “Vittoria significa instaurare la democrazia, la pace e i diritti umani e porre fine alla tirannia”.

Mohammadi, vicecapo del Centro per i difensori dei diritti umani dell’avvocato premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi, è stata oggetto di diverse condanne dal 2011 ed è attualmente in carcere per “diffusione di propaganda”. Quest’anno è entrata nella lista della Bbc delle 100 donne “più ispiranti e influenti” del mondo. Prigionieri politici di spicco in Iran, ma che non sono in isolamento, sono spesso in grado di comunicare con il mondo esterno tramite le loro famiglie o altri attivisti.

LaCnn inoltre riferisce che potrebbero essere un centinaio gli iraniani che rischiano in questi giorni la pena capitale, e molti di loro sono giovanissimi o addirittura minorenni e precisa di avere evinto questo numero mettendo a confronto notizie dai media e informazioni diffuse dalle autorità. Tuttavia, molte famiglie non hanno avuto il coraggio di confermare la presenza dei propri cari tra i detenuti a rischio, ma quelli certi sono almeno 43. Tra loro due fratelli di 23 e 24 anni, Farzad e Farhad Tahazade, la cui madre ha diffuso un video per chiedere il loro rilascio, un gesto non privo di rischi per lei stessa. Nel solo tribunale regionale del Khuzestan, a ovest di Isfahan, la Cnn ha confermato – in collaborazione con 1500Tasvir- attraverso documenti del tribunale che 23 persone sono state accusate di reati punibili con la morte. Un detenuto, il rapper curdo-iraniano di 27 anni SamanYasin, ha tentato il suicidio in carcere.

A Karaj, vicino a Teheran, Cnn e 1500Tasvir hanno confermato che altri cinque iraniani rischiano l’esecuzione. Tra loro c’è il 21enne campione curdo-iraniano di karate Mohammad Mehdi Karami. La famiglia ha lanciato un appello per la sua liberazione, denunciando che è stato anche torturato in prigione”.

Così Aprati. Questo è l’Iran oggi. Dove la rivoluzione è donna.

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