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Siria, l'apocalisse oscurata

La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: "Sostenere il futuro della Siria e della regione"

Siria, l'apocalisse oscurata
Profughi siriani

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

9 Agosto 2022 - 17.15


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Ma la Siria “esiste” ancora? E oggi cos’è: un Paese pacificato, tornato a una parvenza di normalità dopo oltre undici anni di guerra, distruzione, morte? Che fine ha fatto questo martoriato Paese mediorientale? La Siria non fa più notizia. E questo potrebbe anche essere una bella “notizia” se fosse tornata la normalità. Ma la realtà è tutt’altra. Fame, repressione, città e villaggi distrutti e spopolati. E al potere,  ancora un presidente che undici anni fa ha dichiarato guerra al “suo” popolo – Bashar al-Assad – e che è ancora al potere, e in vita, grazie al sostegno militare di Russia, Iran e Hezbollah libanese. La Siria “dimenticata” è l’inferno raccontato da Catherine Russell, Direttore Generale dell’Unicef (l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia) nel suo intervento alla VI Conferenza di Bruxelles: “Sostenere il futuro della Siria e della regione”.

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Inferno siriano

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Così Russell: “La Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente – il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto. Undici anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso. Le famiglie stanno lottando per mettere il cibo in tavola. Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore. Questi sono tempi pericolosi, persino mortali, per essere un bambino in Siria. Gli attacchi alle infrastrutture civili sono diventati comuni. Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13.000 bambini sono stati uccisi o feriti – ma sappiamo che la cifra è molto più alta. La guerra non ha segnato solo fisicamente i bambini della Siria. L’anno scorso, un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico – ferite invisibili che possono durare tutta la vita. Anche i bambini che sono fuggiti dalla guerra in Siria hanno subito un trauma. Circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Le vite di questi bambini sono piene di perdite, rischi e incertezze. Come ha detto una bambina di 11 anni a un operatore Unicef, “Non so cosa significhi la parola casa“.

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Undici anni di guerra, disordini e sfollamenti hanno anche minacciato l’istruzione di un’intera generazione. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. Ma contro ogni previsione, circa 4,5 milioni di bambini siriani hanno accesso a opportunità di apprendimento. Questo grazie ai generosi finanziamenti dei donatori attraverso iniziative come (The) No Lost Generation, co-guidata dall’Unicef. Ma non potrebbe accadere senza i continui sforzi delle comunità locali, degli insegnanti, della società civile e delle organizzazioni internazionali.
Sappiamo che altre crisi che colpiscono i bambini stanno dominando i titoli dei giornali. Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante. Prima di tutto, hanno bisogno della fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta. Chiediamo anche la fine immediata di tutte le gravi violazioni contro i bambini in Siria, compresi l’uccisione e il ferimento dei bambini. Fino a quando non sarà raggiunta una soluzione sostenibile, l’Unicef e i nostri partner continueranno a fare tutto il possibile per raggiungere ogni bambino, ovunque si trovi”.


La denuncia di Oxfam

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“6 siriani su 10 non sanno letteralmente come procurarsi il cibo – rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia– Nell’area intorno a Damasco le persone fanno ore e ore di fila per il pane, mentre i bambini cercano qualcosa da mangiare tra i rifiuti. Per sopravvivere molte famiglie si stanno indebitando, o decidono di mandare i figli a lavorare, razionano il numero di pasti. Per avere una bocca in meno da sfamare, fanno sposare le figlie, anche minorenni. Sono questi gli indicibili effetti di un conflitto dimenticato, in un Paese dove il 90% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il tasso di disoccupazione è arrivato al 60% e il salario minimo mensile nel settore pubblico è di 26 dollari”.

In questo momento 12,4 milioni di persone in Siria vivono in una condizione di insicurezza alimentare, il lavoro minorile è diffuso nell’84% delle comunità, mentre i matrimoni precoci nel 71%. Il Paese inoltre fino ad oggi ha fatto affidamento sulle importazioni di grano dalla Russia.

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Con lo scoppio della crisi in Ucraina, il Governo ha deciso perciò il razionamento delle riserve alimentari e non solo: oltre al grano, zucchero, riso e carburante.

Oxfam ha raccolto diverse testimonianze che raccontano il dramma che in questo momento sta vivendo il popolo siriano.

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“Per noi non ha senso pensare al domani, se non sappiamo cosa mettere in tavola oggi per sfamare i nostri figli”, racconta Hala, che vive a Deir-ez-Zor una delle zone più devastate dalla guerra dove Oxfam è al lavoro per soccorrere la popolazione.

“Lavoro 13 ore al giorno per sfamare i miei figli, ma non sembra bastare – continua Majed che vive nel governatorato di Rural Damascus – A volte vorrei che la giornata durasse più di 24 ore per lavorare di più. Sono stanchissimo e non so se riusciremo a sopravvivere.”

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“Uno stipendio medio basta appena per le spese essenziali”, aggiunge Moutaz Adam.

 “Per quanto scioccante sia, i siriani dicono che vivere sotto le bombe era terribile, ma non aver da mangiare per i figli lo è ancor di più. – conclude Pezzati – A oltre 11 anni dall’inizio della crisi siriana, il dolore e la sofferenza sembrano non avere fine. Per questo lanciamo un appello urgente alla comunità internazionale e ai paesi donatori perché concentrino gli aiuti sul finanziamento di programmi urgenti di risposta alla fame e di protezione sociale per salvare vite e ridare speranza ad un intero popolo”.

Morire di fame

 La guerra in Ucraina ha inferto un nuovo colpo alla capacità dei siriani di nutrirsi proprio mentre il paese fatica a far fronte a livelli di fame che sono aumentati della metà dal 2019, aveva  affermato l’agenzia Onu World Food Programme (Wfp), alla vigilia della conferenza annuale dei donatori a Bruxelles, il 9 maggio scorso. 

Con anni di conflitto, una grave recessione economica e prezzi alimentari in costante aumento dal 2020, la crisi ucraina sta esacerbando lo scenario già allarmante della sicurezza alimentare in Siria. A marzo, in un solo mese i prezzi dei generi alimentari sono aumentati del 24%, dopo un aumento dell’800% negli ultimi due anni. I prezzi dei generi alimentari sono ora al livello più alto dal 2013.

“Dire che la situazione in Siria è allarmante è un eufemismo. La straziante realtà per milioni di famiglie siriane è che non sanno se domani mangeranno”, ha detto in quel frangente David Beasley, Direttore Esecutivo del Wfp. “La comunità internazionale deve riconoscere che non agire ora porterà inevitabilmente a un futuro catastrofico per i siriani, che meritano il nostro sostegno immediato e incondizionato”.

In Siria, più della metà della popolazione, circa 12 milioni di persone, si trovano attualmente a dover fare fronte a una grave insicurezza alimentare. Si tratta del 51% in più rispetto al 2019, mentre ulteriori 1,9 milioni di persone rischiano di scivolare nella fame. I pasti base stanno diventando un lusso per milioni di persone, e la nutrizione un problema serio.

I dati del 2021 mostrano che un bambino su otto in Siria soffre di arresto della crescita mentre le madri in gravidanza e in allattamento mostrano livelli record di deperimento acuto. Entrambi questi dati segnalano che ci saranno devastanti conseguenze sulla salute per le generazioni future.

Afflitte da crisi continue per oltre un decennio, le famiglie siriane hanno esaurito la loro capacità di farvi fronte. Le persone stanno adottando misure estreme, come lavoro minorile, matrimoni precoci e forzati e il ritiro da scuola dei bambini.

Le risorse del Wfp sono più che mai sotto pressione e i finanziamenti non stanno al passo con i forti bisogni delle persone in tutto il paese. Nel tempo, il Wfp è stato costretto a ridurre progressivamente le dimensioni della razione alimentare mensile in tutto il paese. Un taglio della razione del 13 per cento si profila questo mese nel nord-ovest della Siria, dove le persone inizieranno a ricevere cibo per 1.177 chilocalorie, poco più della metà dell’assunzione giornaliera raccomandata.

Le operazioni del Wfp in Siria sono finanziate al 27 per cento fino a ottobre, con un disavanzo di 595 milioni di dollari. Sono urgentemente necessari ulteriori finanziamenti per continuare ad assistere milioni di persone in tutto il paese. Senza nuove contribuzioni, il Wfp potrebbe essere costretto ad effettuare ulteriori drastici tagli nei prossimi mesi.

“In un anno di bisogni senza precedenti, con l’effetto combinato della guerra in Ucraina c’è bisogno che i nostri donatori intervengano e ci aiutino a evitare di dover ridurre le razioni o il numero di persone che assistiamo”, ha sottolineato Beasley.

 “Se avessi saputo che la mia vita sarebbe finita così, non avrei avuto figli; avrei loro evitato tutta questa sofferenza”, ha detto una madre nella città di Hama, nella Siria occidentale. Parole che danno conto di un’apocalisse umanitaria che non conosce fine.

Nomi e volti dei difensori dei diritti umani in Siria

Di grande interesse è il report di Asmae Dachan per osservatoriodiritti.it. 

Scrive tra l’altro Dachan: “È importante raccontare la tragedia siriana anche attraverso le storie dei civili che in questi 11 anni si sono distinti per il loro impegno per la difesa dei diritti umani. Ricordare alcuni nomi e alcune storie aiuta a non consegnare la sofferenza di milioni di persone colpite dalla guerra all’oblio e a contrastare la narrazione manichea per cui gli unici volti che si riconoscono quando si parla di Siria sono quelli di Bashar al Assad e dei terroristi dell’Isis.

Ghiyath Matar si è distinto tra i giovani manifestanti per aver consegnato ai soldati bottiglie d’acqua e fiori invitandoli a non sparare sui loro stessi fratelli e sorelle. È stato torturato e ucciso il 6 settembre 2011, ma il suo esempio di impegno non violento ha lasciato il segno.

Razan Zaitouneh, un’avvocatessa impegnata nella difesa dei detenuti politici già prima dell’inizio della guerra, è diventata la voce delle donne siriane che hanno raccontato al mondo, attraverso i social media, cosa significasse vivere sotto le bombe, resistere alle sofferenze provocate dall’assedio e alle continue intimidazioni.

Insieme ai colleghi Nazem Hammadi, Samira al Khalil e Wael Hammadi è stata sequestrata, presumibilmente da un gruppo integralista, il 9 dicembre 2013.

Padre Paolo dall’Oglio

I nomi da ricordare sono molti, ma non si può, almeno in Italia, non citare padre Paolo dall’Oglio, un gesuita che in Siria ha fondato la comunità monastica di Deir Mar Musa, dove cristiani e musulmani pregavano insieme.

Espulso dal regime siriano il 12 giugno del 2012 per aver inviato a diversi giornali italiani articoli di denuncia sulle atrocità ai danni dei civili, è stato sequestrato a Raqqa il 29 luglio del 2013, dove era tornato in segreto nel tentativo di tenere vivo il dialogo. Di lui, come di Razan Zaitouneh e di altre migliaia di siriani spariti forzatamente in Siria, non si hanno notizie ormai da anni. Secondo organizzazioni come Human Rights Watch solo un esame delle fosse comuni in futuro potrebbe restituire una verità su tante delle persone scomparse.

I numeri e la mappa: 13 milioni tra profughi e sfollati interni

Prima dell’inizio della repressione in Siria abitavano poco più di 22 milioni di persone. Dopo 11 anni consecutivi di violenze oltre metà della popolazione non vive più nelle proprie case, con 6,5 milioni di sfollati interni e altrettanti profughi.

Questi ultimi sono concentrati principalmente nei Paesi confinanti con la Siria: secondo l’Onu oltre 3,5 milioni sono in Turchia, circa 1 milione in Libano e oltre 700mila in Giordania. Significativa anche la fuga verso la Germania e la Svezia, dove si trovano oltre 1 milione di rifugiati siriani, arrivati principalmente attraverso la cosiddetta Rotta balcanica. 

Molti siriani sono ancora intrappolati a Lesvos e su altre isole greche, mentre diverse centinaia hanno raggiunto l’Italia, chi attraverso i corridoi umanitari organizzati dalla Chiesa Valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio, chi attraverso la traversata del Mediterraneo.

La Siria oggi: la situazione nel 2022

Oggi la Siria è divisa in almeno tre aree. La cosiddetta Siria utile, che dal Mediterraneo si estende verso sud-est e che è controllata dal governo di Bashar al Assad, con la presenza su tutto il territorio di truppe iraniane, di Hezbollah libanesi e di militari russi.

C’è poi la zona del Rojava, amministrata dai curdi, sostenuti dall’esercito americano, che si trova a nord-est, mentre a nord-ovest tra Idlib e la periferia di Aleppo, area sotto l’influenza turca, restano le ultime sacche di opposizione, ma dove sono presenti anche alcuni gruppi legati alla formazione integralista di al Qaeda, come al Nusra e Tahrir al Sham. Queste tre amministrazioni non dialogano tra di loro e anche di fronte all’emergenza pandemica hanno voluto rivendicare la propria autonomia e gestione del territorio e della popolazione.

Conclude Asmae Dachan: “Oggi che il mondo si preoccupa per le iniziative militari russe in Ucraina, la domanda sul perché si sia lasciato che in Siria si bombardasse impunemente per anni si pone con sempre maggiore forza. Il disastro politico e diplomatico, con conseguente crisi umanitaria, che si è abbattuto in Siria rappresenta un fallimento per tutta la comunità internazionale.”

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