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Presidenti-gendarmi, criminali in divisa, Stati-canaglia: chi sono i piranha del Mediterraneo

Tra le poche navi che battono quel fazzoletto di mare nel Canale di Sicilia a largo della Libia ci sono tre equipaggi che non trasportano merci: la Sea Watch 3, la ResQ People delle omonime ong e la Mare Jonio di Mediterranea Saving Human.

Presidenti-gendarmi, criminali in divisa, Stati-canaglia: chi sono i piranha del Mediterraneo
Migranti

globalist

17 Giugno 2022 - 16.29


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Gendarmi senza scrupoli. Criminali in divisa. Respingitori seriali. Presidenti-ricattatori. Esternalizzatori di frontiere. I piranha del Mediterraneo.

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Quel mare della morte.

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Scrive Valerio Nicolosi su Micromega.net:“Le navi a largo della Libia si contano quasi sulle dita delle mani. Nei siti che monitorano il traffico marittimo i punti e le frecce colorate diminuiscono poco a Sud di Lampedusa, sempre più gradualmente, fino ad arrivare quasi al vuoto totale davanti a Tripoli, Zuwārah, Gasr Garabulli e alle altre spiagge della Libia, da dove partono i migranti doppiamente in fuga: dal loro paese a causa delle guerre o della povertà, e dalla Libia, dove vengono trascinati in un tunnel di torture, abusi e pagamenti di riscatti alle stesse bande che dal 2017 l’Italia si ostina a chiamare “Guardia Costiera libica” e che l’O ha invece denunciato essere “trafficanti di essere umani”. Le navi commerciali “rischiano” di incontrare piccole barche e gommoni con a bordo migranti partiti dalla Libia e sarebbero obbligati a soccorrerli e ad aspettare giorni e giorni in mezzo al mare prima che un governo europeo si decida ad assegnare il porto, bruciando soldi delle commesse e, in caso di prodotti deperibili, anche l’intera merce. 

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Tra le poche navi che battono quel fazzoletto di mare nel Canale di Sicilia al momento ci sono tre equipaggi che non trasportano merci: la Sea Watch 3, la ResQ People delle omonime ong e la Mare Jonio di Mediterranea Saving Human. Tutte e tre si occupano di soccorso in mare, tema che sembra essere sparito dal dibattito pubblico italiano ma che continua a essere un’emergenza umanitaria a quelle coordinate marittime, dove solo nel 2022 sono morte più di 600 persone: persone: solo di 138 sono stati ritrovate i corpi, mentre almeno 462 sono i dispersi accertati. Una guerra non dichiarata nella quale muoiono 3,7 persone ogni giorno e dove i miliziani armati che trafficano essere umani sono stati arruolati tra i “buoni” e nel 2021 avrebbero “salvato”, per usare le parole di Mario Draghi 

in visita a Tripoli, più di 30mila persone nel 2021 e 7mila nei primi 6 mesi del 2022. Dopo essere state intercettate, termine più appropriato in questo caso, queste persone tornano nel circuito della reclusione per i migranti, dove i carcerieri sono legati proprio alla cosiddetta Guardia Costiera e ai trafficanti che li metteranno di nuovo in mare dopo aver fatto pagare alla famiglia un nuovo riscatto”.

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Cosi Nicolosi.

 Secondo  Medici Senza Frontiere (MSF) almeno 14.000 migranti, compresi minori, sono stati espulsi dall’Algeria e dalla Libia verso il Niger tra gennaio e maggio 2022. Persone che di fatto rimangono in gran parte bloccati nel deserto del Sahel. Senza una meta reale. Senza una direzione. MSF condanna e sottolinea il trattamento disumano a cui vengono sottoposti i migranti e fa sapere che le espulsioni riguardano almeno duemila persone ogni mese. Nessuna distinzione e nessuna pietà. Espulsi anche i bambini, dicevamo, e persone con ferite gravi, o che sono state violentate o aggredite e hanno subito gravi traumi. Di solito – racconta una nota dell’organizzazione – vengono arrestati in Libia o Algeria e tenuti nei centri di detenzione per giorni, settimane o mesi prima di essere caricati su autobus o camion, spesso nel cuore della notte, e lasciati in un luogo nel deserto del Sahel al confine con l’Algeria e il Niger noto come “Punto Zero“.

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Scrive Antonella Sinopoli in un documentato articolo su La Repubblica: Da qui, devono camminare per circa nove miglia per raggiungere il villaggio di Assamaka nella regione di Agadez in Niger. Alcuni si perdono lungo la strada: tra il 2020 e il 2021 sono stati trovati 38 corpi. Altri non vengono mai ritrovati. E quasi il 70% dei migranti che hanno ricevuto assistenza medica da MSF ha affermato di aver subito violenze e trattamenti degradanti da parte delle guardie algerine e libiche. “Dalle loro condizioni fisiche e mentali si capisce che hanno attraversato l’inferno” ha affermato Jamal Mrrouch, capo missione di MSF in Niger. Per questi migranti, umiliati e poi cacciati via, non c’è nessuna possibilità di accedere a regolari cure mediche, visto il loro status giuridico.

Fondamentale l’intervento del sistema umanitario. Rimane quindi fondamentale l’intervento delle organizzazioni umanitarie ammesse a prestare soccorso e a cercare di dare sollievo, almeno fisico, a tanto dolore. Ma tali organizzazioni non possono nulla contro i respingimenti e le violenze continue a cui i migranti sono sottoposti. E il supporto psicologico che si cerca di dare, seppure utile e indispensabile, rischia di essere discontinuo e certo non risolutivo di uno stato di incertezza e paura costante. La denuncia di Medici senza frontiere va anche nella direzione di sollecitare l’Unione Europea, ma anche i partner umanitari ad adottare misure immediate “per rispettare la dignità umana nel controllo delle frontiere. Non possiamo continuare semplicemente a ignorare questa situazione pensando che il problema si risolverà da solo” si legge nella nota di MSF”.

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La denuncia dell’Oim

L’Ue e i suoi governi nazionali continuano a distogliere lo sguardo dal “paesaggio infernale” delle condizioni dei migranti rimpatriati in Libia. L’accusa arriva direttamente dagli osservatori internazionali testimoni delle uccisioni, delle torture e degli stupri che si verificano nei centri di detenzione statali del Paese del Nord Africa. 

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Le accuse di condiscendenza dell’Unione europea nei confronti delle forze libiche sono arrivate da Federico Soda, responsabile per la Libia dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’agenzia delle Nazioni Unite che monitora il fenomeno migratorio e offre assistenza ai governi coinvolti. “La maggior parte degli Stati membri tace su questi problemi in Libia”, ha detto Soda in una conferenza stampa a Bruxelles. “Su una serie di questioni nel Paese noi” osservatori internazionali “siamo l’unica voce”, ha aggiunto. 

“Questo è problematico. Ciò che mi preoccupa è una specie di acquiescenza”, ha precisato il responsabile dell’Oim interpretando così l’atteggiamento europeo: “Non è un problema sulla nostra sponda, quindi teniamolo lì”.

Secondo un recente rapporto Oim, nel 2021 si è raggiunta la cifra record di 32.425 persone rimpatriate in Libia dopo aver tentato di raggiungere l’Europa. I migranti intercettati sul territorio libico o soccorsi nel Mediterraneo vengono poi rinchiusi in centri di detenzione descritti come veri e propri lager. 

L’Ue non solo viene accusata di non fare nulla per i diritti umani in Libia, ma anche di erogare finanziamenti alla guardia costiera libica per effettuare operazioni che dovrebbero limitarsi alla ricerca e al soccorso in mare. Ma Amnesty International accusa i libici di condotte sconsiderate, come il danneggiamento o il capovolgimento delle imbarcazioni pur di bloccare i migranti che cercano di lasciare le acque territoriali della Libia. 

Parlando con i giornalisti, il responsabile Oim per la Libia ha preferito non fare nomi di leader politici o singole autorità dell’Ue accusate di inerzia di fronte alle palesi violazioni dei diritti umani. “Penso che l’intera comunità abbia una responsabilità”, ha detto Soda, “perché quando le società diventano polarizzate come lo siamo stati noi sulle questioni migratorie, penso che tutti dobbiamo guardarci allo specchio e forse metterci nei panni e nelle condizioni dalle quali provengono queste persone”.

Crimini maltesi

Di straordinario impatto è il report per Fanpage.it a di Annalisa Girardi, tra i giornalisti/e più competenti sui migranti: “Più e più volte le Ong che prestano soccorso ai migranti in mare hanno denunciato come il governo maltese non rispondesse alle loro richieste di aiuto. Le autorità di Malta ignorano le chiamate dei barconi in difficoltà, lasciando piuttosto che la Guardia Costiera di Tripoli li intercettasse e riportasse in Libia, un Paese dove i diritti umani non vengono rispettati. È il Centro europeo per i rifugiati e le persone migranti a denunciarlo. Negli ultimi anni, specialmente dopo gli accordi tra Italia e Libia, nel Mediterraneo sono rimaste solo le navi umanitarie e tanto Malta quanto l’Italia si sono spesso voltate dall’altra parte di fronte ai flussi di persone che arrivavano via mare dal continente africano. Da guerre, violenze, povertà e fame, però, non si smette di scappare. Moltissime persone hanno continuato a imbarcarsi in un viaggio pericolosissimo nella speranza di una vita dignitosa in Europa, anche se presto, all’arrivo, si sono dovute scontrare con un sistema di accoglienza che ha presto ridimensionato le aspettative. E l’ultimo report Aida (Asylum Information Database, gestito dal Consiglio europeo peri i rifugiati e le persone migranti, Ecre) denuncia come a Malta accoglienza si traduca in detenzione, per chi arriva nell’isola.

Nel 2018, in concomitanza con la politica dei porti chiusi promossa dal governo gialloverde in Italia, gli sbarchi a Malta sono aumentati significativamente. Tre anni prima una revisione della normativa sull’accoglienza e l’asilo, aveva cancellato l’automatismo tra un provvedimento di allontanamento e detenzione. Ma con l’aumento degli sbarchi la situazione è velocemente deteriorata e da quell’estate tutti i migranti soccorsi in mare, anche i richiedenti asilo che chiedevano di essere ricollocati in altri Paesi, vengono di fatto detenuti.

Anche le famiglie, persone vulnerabili o minori, che non dovrebbero ritrovarsi nelle strutture di detenzione, ci finiscono per periodi anche piuttosto lunghi: secondo il report, da uno a tre mesi. A Malta esistono tre centri di detenzione: Safi Barracks, Lyster Barracks (chiuso però temporaneamente nel 2021) e China House. Qui i migranti vengono “privati della loro libertà personale senza alcuna base giuridica, arbitrariamente e per lunghi periodi in condizioni che appaiono al limite del trattamento disumano e degradante”. C’è poi anche un quarto centro, il Marsa Initial Reception Centre, che non è totalmente considerato un centro di detenzione: ci sono infatti delle zone da cui si può entrare e uscire, ma ne esiste anche una dove le persone sono detenute senza possibilità di andarsene.

Nel 2020, prosegue il report, la stragrande maggioranza di migranti sbarcati a Malta sono stati trasferiti immediatamente nei centri di detenzione senza alcuna giustificazione legale. Queste persone sono state semplicemente detenute, senza che venisse fornito loro alcun documento o alcuna spiegazione su quanto stesse accadendo. Informazioni che venivano allo stesso negate alle organizzazioni che si occupano di difendere i diritti dei migranti. Persone che avevano sofferto prima l’inferno in Libia e si erano poi imbarcate in un viaggio pericolosissimo rischiando la vita lungo la rotta del Mediterraneo centrale, una volta arrivate a Malta sono state rinchiuse in un centro di detenzione, senza alcuna possibilità di uscire, senza sapere perché o per quanto.

L’anno scorso sono sbarcate nell’isola 838 persone (contro le appena 32 di questa prima metà dell’anno). Il numero delle persone detenute, sottolinea il report, è pressoché lo stesso. Una volta finito il periodo di detenzione, tra l’altro, molte avrebbero anche avuto serie difficoltà a farsi restituire i propri beni, confiscati all’arrivo, come soldi, telefoni o gioielli. Secondo le regole sull’accoglienza, i migranti minori che sbarcano nell’isola non dovrebbero mai essere detenuti: di fatto, non solo questo accade, ma finiscono nei centri con centinaia di adulti, senza alcun accesso a programmi di educazione, attività ricreative o semplicemente senza poter giocare in un cortile.

Le condizioni nei centri di detenzione

Diverse organizzazioni hanno denunciato le condizioni all’interno dei centri di detenzione. Questi normalmente sono ricavati da caserme militari, dove mancano le adeguate condizioni igieniche e sanitarie. Spesso non c’è riscaldamento d’inverno o ventilazione d’estate, sono spazi sovraffollati e le persone non hanno alcuna privacy. In alcuni casi una doccia è dovuta bastare anche a un centinaio di persone. In altri i migranti detenuti non hanno accesso a spazi esterni: questo vuol dire che possono passare anche settimane e settimane senza respirare aria fresca o passare qualche momento sotto la luce naturale del Sole.

I tentativi di suicidio o episodi di autolesionismo, purtroppo, non mancano. La Camera degli psicologi di Malta ha scritto, riguardo alle condizioni a cui sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione: “Le persone che risiedono nei centri di detenzione hanno vissuto esperienze traumatiche per cui dovrebbero aver diritto ai più alti livelli di cura”, aggiungendo che “essere sottoposti ulteriormente a condizioni poco dignitose potrebbe essere più di quanto possano sopportare”. Non è raro che qualcuno cerchi di farsi del male. E, di conseguenza, non è raro che i migranti detenuti nei centri vengano mandati presso gli ospedali psichiatrici dell’isola. Ma anche di fronte a testimonianze di sofferenza estrema, non sempre vengono accettati: nel 2021 un sindacato di infermieri ha accusato i migranti di “ferirsi di proposito per essere trasferiti al di fuori dei centri di detenzione”, chiedendo al tempo stesso agli ospedali di non accettarli.

Pestaggi e isolamento forzato, le denunce di tortura nei centri

Non mancano nemmeno le denunce da parte delle su episodi di uso della forza contro i migranti da parte degli agenti che lavorano nei centri. Negli ultimi anni ci sono stati diversi tentativi di fuga dai centri di detenzione. Che, se non si fosse capito arrivati fin qui, sono sostanzialmente delle prigioni. Nel 2020 durante una rivolta (per cui cinque giovani migranti, di cui tre al tempo minorenni, furono condannati a diversi anni di carcere) alcuni richiedenti asilo cercarono di scappare dal centro di Safi. Una guardia di sicurezza aprì il fuoco contro uno di loro, ferendolo lievemente. Secondo quanto affermato dal ministero dell’Interno maltese, gli agenti non sarebbero autorizzati a portare armi all’interno delle strutture.

L’anno scorso diversi migranti detenuti ai centri di Safi e Lyster hanno denunciato a organizzazioni e istituzioni episodi di tortura, tra testimonianze di pestaggi e isolamento forzato, ma anche negazione delle cure mediche. Alcune persone hanno raccontato di essere state picchiate con dei cavi elettrici. Un report dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani del maggio 2021, dopo analisi condotte tra il gennaio 2019 e il dicembre 2020, ha confermato queste accuse, sottolineando che le autorità maltesi non sarebbero riuscite ad assicurare condizioni dignitose sia per quanto riguarda il soccorso in mare che l’accoglienza vera e propria”.

Aggiungiamo noi a mo’ di conclusione: ecco con chi dovremmo condividere l’opera di salvataggio in mare. Il “modello libico” fa proseliti a La Valletta.

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