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Il Dragone Xi e il Sultano Erdogan: i "fratelli-coltelli" di Vladimir Putin

Nella guerra c'è chi ha vinto comunque: la Cina di Xi Jinping. Una tragedia su cui Erdogan ha evitato polemiche, ma di cui ha poi chiesto il conto, imponendo la presenza dei propri militari

Il Dragone Xi e il Sultano Erdogan: i "fratelli-coltelli" di Vladimir Putin
Erdogan e Xi Jinping

Umberto De Giovannangeli

10 Marzo 2022 - 14.15


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Nella guerra d’Ucraina, c’è chi ha vinto comunque: la Cina. Globalist lo ha scritto ieri. Ed oggi arrivano importanti conferme.

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L’Alto Rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha affermato infatto che la Cina potrebbe svolgere, volendo, “un ruolo importante” nella risoluzione della guerra, poiché “nessuno ha più influenza sulla Russia” e per l’Ucraina “potrebbe non essere una cattiva soluzione”. In un’intervista al programma “L’obiettivo” su “La Sexta”, Borrell ha sostenuto che il conflitto proseguirà fino al raggiungimento di una soluzione diplomatica, “che al momento non è vicina”, e che l’incontro in Turchia dei ministri degli Esteri di Kiev e Mosca, Dmytro Kuleba e Sergey Lavrov, rappresenta “un primo passo”. “Devi trovare Paesi che non sono coinvolti nel conflitto. Se la Cina volesse, potrebbe svolgere un ruolo importante nella risoluzione di questo conflitto”, ha affermato. Il rappresentante dell’Ue ha assicurato che la Nato non entrerà in guerra in nessun momento perché quello che si cerca di evitare è che il conflitto si allarghi, quindi se la Nato dovesse partecipare al conflitto “sarebbe la terza guerra mondiale, una guerra nucleare”.

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Il nervosismo di Washington

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Altra conferma viene da Washington. Qualsiasi Paese che non rispetti le restrizioni statunitensi sull’esportazione in Russia pagherà un prezzo pesante, inclusa la Cina. Lo ha detto la segretaria al Commercio degli Stati Uniti Gina Raimondo alla Cnn, affermando che l’amministrazione Biden è pronta, ad esempio, a tagliare la Cina fuori dai rifornimenti e dai software americani o europei necessari per produrre semiconduttori. “Perseguiremo qualsiasi azienda, ovunque si trovi, in Cina o altrove, che violi le regole”, ha affermato, “quindi la nostra aspettativa è che la Cina non violi le regole e, se lo farà, ci saranno delle conseguenze”. Un avvertimento che dice due cose fondamentali: la prima, è che nonostante l’aggressività russa, l’incubo principale per gli Stati Uniti resta il Gigante cinese. In secondo luogo, in nervosismo dell’amministrazione Biden conferma, implicitamente, che Casa Bianca, Pentagono e Dipartimento di Stato hanno piena contezza del ruolo centrale che Pechino sta assumendo nella partita russo-ucraina. E questo agli americani non piace neanche un po’.

La tela del Sultano

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Altro soggetto attivo sul piano diplomatico è il Sultano di Ankara, al secolo il presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan.

Di grande interesse a tal proposito è l’analisi di Giuseppe Didonna per Agi.

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Annota tra l’altro Didonna: “In virtù dei legami economici, strategici ed energetici imbastiti negli anni con il presidente russo Vladimir Putin è riuscito a porre in essere un’offensiva diplomatica autonoma da Nato ed Ue. La Turchia pur avendo condannato senza mezzi termini l’attacco russo all’Ucraina, definito ‘inaccettabile’, non ha chiuso lo spazio aereo e ha detto no alle sanzioni economiche nei confronti di Mosca. Scelta pragmatica, considerando l’impatto del turismo, delle forniture energetiche e dell’import/export con la Russia sull’economia turca in difficolta’, ma che ha permesso a Erdogan di rimanere una delle poche voci che Putin si e’ mostrato disposto ad ascoltare. […]. La storia delle relazioni tra Erdogan e Putin è infatti fatta di intese trovate nonostante le posizioni di partenza fossero opposte. In Siria la Russia ha sostanzialmente mantenuto in vita e rimesso sul trono Bashar el Assad, che Erdogan accusa da anni di essere un ‘criminale spietato, assassino di civili’.

Nonostante questa premessa i due Paesi hanno dato vita ai colloqui di Astana con l’Iran e Mosca ha dato semaforo verde ad Ankara per un’operazione militare nel nord ovest della Siria, che ha permesso ai turchi di sottrarre Afrin ai curdi del Pyd-Ypg nel 2018. Un anno e mezzo dopo la storia si è ripetuta a est dell’Eufrate. Ankara ha accusato gli Usa di non mantenere i patti e continuare ad aiutare Ypg, Putin si è inserito e in attimo ha siglato con Erdogan un accordo per l pattugliamento congiunto russo-turco lungo la safe zone che la Turchia ha istituito al proprio confine. Sempre in Siria Erdogan e Putin hanno raggiunto un’intesa sul controllo e la demilitarizzazione della turbolenta provincia di Idlib. Un’intesa che ha tremato 2 anni fa, quando 34 militari turchi sono morti dopo un bombardamento sferrato da piloti del regime di Damasco e russi.

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Una tragedia su cui Erdogan ha evitato polemiche, ma di cui ha poi chiesto il conto, imponendo la presenza dei propri militari, costringendo Putin a rinunciare a un intervento militare che avrebbe causato un flusso di profughi verso la Turchia. Un copione simile si è ripetuto in Libia e nel Nagorno Karabakh Se per quanto riguarda la Libia Putin ha deciso di ritirare gradualmente il sostegno a Khalifa Haftar mentre i droni turchi determinavano la vittoria del rivale Fayez al Serraj, ben più complesso è stato quanto avvenuto nel decennale conflitto tra Armenia e Azerbaigian in Nagorno Karabakh.

L’Azerbaigian è un Paese satellite della Turchia, la Russia da sempre vicina all’Armenia, che per Mosca rimane importante per difendere i propri interessi e confini nel Caucaso meridionale. Nonostante le premesse non certo favorevoli Erdogan e Putin hanno sfruttato l’enorme influenza dei propri Paesi sulle parti del conflitto, imposto una tregua e spinto a una soluzione politica che ha permesso di fermare le ostilità. Relazioni negl ultimi anni eccellenti, quelle tra Erdogan e Putin, eppure basta fare un piccolo passo indietro, al 25 novembre 2015, per trovare la più  grossa crisi diplomatica nella storia delle relazioni Russia-Turchia, un pesantissimo scambio di accuse e minacce durato i mesi che seguirono l’abbattimento di un jet russo al confine siriano da parte dell’esercito di Ankara. La ricomposizione, che pareva impossibile, avvenne perché Erdogan fu capace di mettere l’orgoglio (che di certo non gli fa difetto) da parte e chiedere scusa. Fu come ammettere che la Turchia non può fare a meno della Russia e a Putin bastò, i rapporti tra i due Paesi resistettero alla dura prova dell’omicidio dell’ambasciatore russo Andrej Karlov ad Ankara e gradualmente decollarono con i due governi che nel tempo hanno poi concluso accordi su tutto: difesa, energia, commercio e intese strategiche e militari. Intese importanti, costruite nonostante premesse tutto meno che favorevoli; un passato recente che alimenta in Erdogan la speranza che l’incontro tra Lavrov e Kuleba possa avere un esito positivo, riporti la pace nell’area e limiti le ricadute economiche per la Turchia in crisi, stimate al momento intorno ai 50 miliardi di dollari”.

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La partita economica e gli affanni dello Zar  

Ne dà conto un documentato report di Rainews.

La sintesi è tutta in una lettera: C. Con questo indicatore, l’agenzia di rating Fitch classifica il rischio di un “default imminente”.  In sostanza, la Russia ha contratto debiti per 49 miliardi di dollari. Questi debiti sono in parte in dollari e in parte in euro. 


Molto più esteso, invece, il debito in obbligazioni delle società russe, che supera 200 miliardi di dollari. Una eventuale insolvenza del Paese coinvolgerebbe inevitabilmente anche i grandi gruppi a partecipazione pubblica, a cominciare da Gazprom e Rosneft, che operano rispettivamente nel gas e nel petrolio.  A questo punto la domanda è: Mosca sarà in grado di pagare questi debiti?


In conseguenza delle sanzioni, molto probabilmente no. Il governo russo ha preso in prestito circa 49 miliardi di dollari sotto forma di obbligazioni, in dollari e euro, e nei prossimi mesi dovrà restituirne una buona fetta, con tanto di interessi, agli obbligazionisti. A questo si aggiunge che il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto con il quale ha disposto che la Russia può pagare i creditori esteri solo con irubli, che si stanno rapidamente deprezzando. Ma molti contratti prevedono il pagamento con una valuta diversa, e non è affatto detto che i creditori decidano di accettare il pagamento con la moneta russa.

Il primo test è fissato al 16 marzo, quando Putin dovrà pagare 100 milioni di dollari in valuta estera. Anche se la resa dei conti può spostarsi poi al 15 aprilein considerazione della fine di un periodo di proroga di 30 giorni sui pagamenti delle cedole che il governo russo deve sulle obbligazioni in dollari con scadenza nel 2023 e nel 2043.

Ma cosa accade se viene dichiarato il default?

 A quel punto il Paese viene tagliato fuori da qualunque rapporto commerciale e finanziario con l’estero. Perché prima di ogni cosa deve negoziare con tutti i debitori il rientro dai debiti. L’impatto sui mercati non è facile da prevedere. Alcuni creditori potrebbero scegliere di citare in giudizio la Russia e tentare di pignorare le attività russe all’estero anche se le sanzioni fossero in vigore. Ma ci potrebbe anche essere invece il rischio speculazione. Ovvero, investitori che si mettono alla finestra e aspettano che il valore delle obbligazioni crolli, per poi passare alla fase di acquisto e speculare.

L’Italia, come praticamente tutta l’Unione europea, figura tra i Paesi che – secondo la Russia – dovrebbero essere pagati in rubli. Ma, secondo gli analisti, questo toccherebbe non tanto i bond statali, quanto quelli di società private, che sono molto più diffusi perché venduti al largo pubblico tramite molti prodotti di investimento. In assenza di certezze, gli osservatori stanno studiando i precedenti. Per quel che riguarda la Russia bisogna risalire al default del 1998. Nel mese di agosto, Mosca risultò insolvente su 40 miliardi di dollari di titoli domestici, non su quelli denominati in valuta estera. Più nel dettaglio, nel luglio del 1998 e in risposta alla crisi economica causata anche dalla discesa del petrolio, il Fondo monetario internazionale (Fmi) aveva varato un piano di sostegno finanziario al Paese all’epoca guidato da Boris Eltsin per un ammontare complessivo di quasi 23 miliardi di dollari. La misura, tuttavia, non bastò a scongiurare il default, che arrivò ad agosto, quando venne annunciata tutta una serie di provvedimenti, tra cui una ristrutturazione del debito pubblico denominato in rubli, che prevedeva una sospensione dei pagamenti connessi ai titoli di Stato a breve termine, e una moratoria di 90 giorni sui titoli esteri. Ma oggi – visto che oggi il default sarebbe legato alle sanzioni scaturite dall’invasione dell’Ucraina – la comunità internazionale non andrebbe di certo in soccorso del governo russo. E anche il Cremlino di certo non chiedere un aiuto alle organizzazioni mondiali.

A quel punto, la contromossa russa potrebbeessere sul versante di maggiore fragilità dell’Europa, ovvero il fabbisogno energetico. Mosca potrebbe definitivamente chiudere i rubinetti di gas e petrolio, per spingere il Vecchio Continente a trattare.

Dunque, con il declassamento e l’eventuale insolvenza si apre un altro fronte. Dai destini molto incerti.

Una torta da 400 miliardi di dollari.

L’export dalla Russia è un mercato che vale circa 400 miliardi di dollari. Più della metà arriva dalle materie prima energetiche: una delle armi più potenti in questa guerra. Ma da anni Mosca sta lavorando per diversificare le esportazioni. Contrariamente a quello che si possa pensare, ben l’87% si poggia su Paesi che non fanno parte dell’ex Unione Sovietica.

Il partner commerciale più importante è la Cina, con un valore dell’interscambio pari a 112,4 miliardi di dollari. Sul podio salgono anche Germania (46,1 miliardi) e Paesi Bassi (37 miliardi). Gli Stati Uniti sono quarti con 28,8 miliardi, l’Italia settima con 23,7 miliardi, preceduta anche da Turchia (25,7 miliardi) e Corea del Sud (24,4 miliardi). Il restante 13% dell’interscambio si rivolge invece a Paesi ex Urss, soprattutto a Bielorussia (13,4 miliardi) e Kazakistan (11,4 miliardi).

Il 53,8% dell’export russo è legato all’energia. In particolare, Mosca è il primo esportatore globale di petrolio, con 7,8 milioni di barili al giorno a dicembre scorso, di cui 5 milioni di greggio e condensato e 2,85 milioni di prodotti petroliferi raffinati.

Inoltre, la Russia è il quinto produttore al mondo di acciaio, preceduta soltanto da Cina, Giappone, India e Stati Uniti. Sul totale delle esportazioni russe, il valore di quelle di metalli e prodotti in metallo si attesta all’11,2%. Tra gennaio e ottobre 2021 il valore delle esportazioni di metalli era risultato in crescita dell’87%. Un risultato eccellente tenuto conto della frenata dell’export di rame e nichel, dopo la decisione della Cina di puntare maggiormente sulle proprie riserve.

La Russia è il secondo Paese al mondo per la produzione di concimi azotati e fosfati. Ed è seconda anche nella produzione di potassio, che arriva a 7,2 milioni di tonnellate. In totale i prodotti dell’industria chimica hanno contato per il 7,6% dell’export russo nei primi 10 mesi del 2021.

Mauno dei settori più rilevanti anche per il nostro mercato è quello del grano. E gli effetti già si vedono sui prezzi della pasta, ad esempio. La Russia infatti è l primo esportatore mondiale di grano. Da Russia e Ucraina arriva quasi un terzo delle forniture mondiali di cereali. In totale le vendite di prodotti alimentari e materie prime per la loro produzione rappresentano il 7,2% delle vendite all’estero.

Un settore che colpisce molto è quello che la stessa Russia definisce come “merci secretate”. Oltre 8 miliardi di dollari. Si tratta di armi, aerei, materiali nucleari. La prima acquirente è risultata sia nel 2020 che nel 2021 l’Algeria e tradizionalmente sono stabilmente nella top ten Cina e India. Tuttavia figurano nella lista anche molti Paesi Nato, dagli Usa alla Germania, dalla Gran Bretagna all’Estonia.

Nel frattempo, Moody’s ha declassato il rating di 39 istituti finanziari russi, a seguito del declassamento dei rating del governo russo a Ca da B3, con outlook negativo. Anche l’outlook è negativo, si legge in una nota.

Tra gli altri Alfa-Bank, Credit Bank of Moscow, Gazprombank, Russian Agricultural Bank, Raiffeisen bank, Renaissance Financial Holding Limited. “L’impatto delle sanzioni severe e coordinate annunciate nei giorni scorsi dai paesi occidentali sulla Russia, così come la risposta delle autorità russe – spiega Moody’s – si riflettono anche nel passaggio del Macro Profile della Russia a’ Very Weak’ da ‘Weak+'”.

Ecco perché quella di Putin è una corsa contro il tempo. E mai come stavolta vale il motto che il tempo è denaro. Lo sa Putin, lo sanno i mega oligarchi che lo circondano. E lo sanno pure i “fratelli-coltelli” alleati e quanti, in Europa, con la Russia facevano affari.

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