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L'imbroglio libico spacciato per libere elezioni

In un Paese che da oltre dieci anni non conosce pace cancellerie europee in cerca di ruolo si sono inventate elezioni che si vorrebbero libere e democratiche.

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Umberto De Giovannangeli

28 Novembre 2021


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L’imbroglio libico. Quello delle elezioni presidenziali del 24 dicembre. In un Paese che da oltre dieci anni non conosce pace, dove a farla da padrone sono tribù in armi, signori della guerra spacciati per politici, mercenari al soldo di potenze straniere, autorità locali in affari con trafficanti di esseri umani, in un siffatto Paese, cancellerie europee in cerca di ruolo si sono inventate elezioni che si vorrebbero libere e democratiche.

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Caos armato

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Alcuni giorni fa uomini armati hanno attaccato un tribunale nella città meridionale di Sebha, impedendo all’avvocato del figlio dell’ex leader libico Muammar Gheddafi, Saif Al-Islam Gheddafi, di fare appello contro il rifiuto della sua candidatura alle elezioni presidenziali, suscitando l’allarme delle Nazioni Unite,  Il governo libico ha definito gli autori dei fatti un “gruppo di fuorilegge” che ha lanciato un attacco “odioso”, causando la chiusura del tribunale.  L’avvocato di Saif, Khaled al-Zaidi, ha riferito che alcuni uomini armati hanno condotto un blitz al tribunale di Sebha, che è uno dei tre centri per la registrazione alle elezioni presidenziali in Libia, e gli hanno poi negato l’accesso per fare appello contro l’esclusione del suo assistito dalle votazioni. Al-Zaidi ha affermato che gli aggressori avevano costretto tutto il personale ad abbandonare il tribunale poche ore prima dell’udienza di appello, definendo i fatti “un ostacolo al processo elettorale”. L’uomo ha poi aggiunto che i Ministeri dell’Interno e della Giustizia hanno ordinato un’indagine sull’attacco. Sebha è sotto il controllo di un gruppo alleato dell’Esercito nazionale libico (Lna), con sede a Est e guidato dal generale Khalifa Haftar, un altro dei principali candidati alle elezioni.

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La Missione di supporto dell’Onu in Libia (Unsml) ha dichiarato di essere allarmata per l’attacco alla corte d’appello di Sebha, ha condannato fermamente qualsiasi forma di violenza elettorale e ha ribadito che il processo elettorale deve essere protetto. “La Missione ribadisce la sua richiesta di tenere elezioni trasparenti, eque e inclusive il 24 dicembre”, recita una nota dell’Unsml.

Lo scorso 24 novembre l’Alta Commissione elettorale libica (Hnec) ha escluso 25 candidati alla presidenza, compreso Saif al-Islam Gheddafi, dalle elezioni del 24 dicembre prossimo.  Saif è stato escluso dalla corsa presidenziale alla luce di una precedente condanna definitiva per reato, in base alla legge elettorale, che stabilisce che i candidati “non devono essere stati condannati per un crimine disonorevole” e devono avere la fedina penale pulita. In particolate, l’uomo sarebbe non idoneo alla carica perché era stato condannato a morte in contumacia, nel 2015, dal tribunale di Tripoli, a causa di crimini di guerra commessi durante la rivolta libica del 2011. In quel processo, Saif era comparso in video collegamento dalla città di Zintan, dove era trattenuto dai combattenti che lo avevano catturato mentre cercava di fuggire dalla Libia dopo il rovesciamento del padre. Saif era poi stato rilasciato nel giugno 2017. Da quel momento, è ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini contro l’umanità. Il figlio dell’ex dittatore libico, tuttavia, nega di aver commesso reati.  La maggior parte dei 25 candidati dichiarati non idonei a concorrere per le elezioni aveva alle spalle condanne passate o non aveva ottenuto l’appoggio di 5.000 sostenitori unici iscritti nelle liste elettorali, come previsto dall’articolo 11. La decisione della Commissione sarebbe solamente iniziale e dovrebbe essere resa definitiva tramite un processo di appello in cui sarà la magistratura a rispondere.  Tuttavia, i candidati esclusi avrebbero solo 48 ore a disposizione per presentare appello. 

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Maresciallo fuori

Il secondogenito del fu Colonnello non è il solo a cui è stato sventolato cartellino rosso. La procura militare libica ha ordinato che venga eseguito il mandato d’arresto nei confronti del generale Khalifa Haftar. Al provvedimento, emesso nel 2019, non era mai stato dato corso ma la presentazione del militare come candidato alle presidenziali in Libia sembra aver cambiato le carte in tavola. A dare la notizia è stata l’emittente al-Ahrar. La candidatura dell’uomo forte della Cirenaica era stata anche accettata dall’Alta commissione nazionale per le elezioni in Libia. Il suo coinvolgimento come possibile guida del Paese ha fatto scattare la reazione della procura militare che ha chiesto l’esecuzione dei mandati d’arresto emessi dalla stessa. 

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Per candidarsi alle elezioni Haftar aveva anche rinunciato alla guida dell’esercito libico. La legge nel Paese prevede che nessun militare possa candidarsi per la guida del Paese. Alla notizia che la sua candidatura era stata formalmente accettata è arrivata la reazione dell’ufficio del procuratore militare guidato da Mohammed Gharouda. Non si conoscono i dettagli delle accuse mosse all’ex numero uno dell’esercito libico. Le uniche informazioni rilasciate parlano di cinque reati puniti con il carcere fino a cinque anni. Finora questi reati non erano stati perseguiti ma la candidatura sembra aver cambiato tutto aprendo una lotta intestina nel Paese.

Gli altri pretendenti

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Meno popolari di Haftar e Saif, ma sostenuti da gruppi potenti sono, poi, l’ex ministro degli Interni Fathi Bashagha, il Presidente della Camera dei Rappresentanti (il Parlamento di Tobruk) Aguila Saleh Issa e l’ex vicepremier libico Ahmed Maitig. Anche l’attuale primo ministro del Governo di Unità Nazionale Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh ha presentato la sua candidatura.

Quest’ultimo ha subito pesanti accuse di clientelismo e corruzione finalizzate proprio a supportare le sue aspirazioni alla presidenza. Dbeibeh avrebbe distribuito generosamente fondi pubblici a destra e a manca per acquisire consenso: tra i provvedimenti più criticati, quello che prevede l’elargizione una tantum di oltre 8.000 dollari agli sposi novelli. Senza contare il fatto che la legge attuale vieta ai membri del Governo di Unità Nazionale di concorrere alla presidenza.

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L’imbroglio libico

Scrive Lorenzo Cremonesi, inviato di guerra del Corriere della Sera, uno dei pochi che la Libia l’ha conosciuta e raccontata dal campo: “Torna un Gheddafi al centro dell’imbroglio libico. Per molti aspetti le controversie che accompagnano la candidatura di Saif al Islam alle elezioni presidenziali ben rispecchiano le enormi difficoltà sul percorso del voto. Sulla carta, così come chiesto dall’Onu, la Libia andrà alle urne il 24 dicembre.La speranza del rappresentante Onu, il neo-dimissionario Jan Kubis, era si effettuassero nello stesso giorno due scrutini: uno per scegliere i 200 parlamentari e l’altro per designare il presidente. 


Tuttavia, dopo lunghe schermaglie, si è optato per il primo turno delle presidenziali subito (con 98 candidati, di cui 5 predominanti, sarà impossibile un vincente subito con più della metà dei suffragi) e dopo 52 giorni le parlamentari assieme al ballottaggio delle presidenziali. Ad oggi, tuttavia, è guerra aperta tra i candidati presidenti.  Con una mossa annunciata da tempo, il 49enne Saif, noto come il figlio più politico di Muammar Gheddafi, ha presentato la sua documentazione all’ufficio elettorale. Con lui stanno i fedelissimi del Colonnello linciato alle porte di Sirte dieci anni fa, assieme a tanti disillusi dal caos in cui è piombato il Paesee i nostalgici di un nuovo uomo forte. Ma subito la Commissione elettorale centrale di Tripoli, controllata dalle forze legate al fronte islamico, l’ha bocciato, mentre le milizie di Misurata ne chiedono l’arresto immediato. 


Come se non bastasse, una squadraccia legata all’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, ha impedito con la forza ai rappresentanti di Saif di fare ricorso. La cosa non è strana: Haftar, la cui candidatura è stata invece accettata ma ora viene rifiutata dalle milizie di Misurata, vede nel rampollo di Gheddafi un concorrente che «pesca» nel suo stesso elettorato. Mosca, che una volta sosteneva Haftar, oggi sta con Saif e chiede il rinvio del voto. Il premier uscente Abdul Hamid Dbeibeh preme invece per essere confermato. La via resta in salita e il rinvio possibile”.

Così Cremonesi.

Dieci anni dopo quella sciagurata guerra voluta dalla Francia e subita dall’Italia, non si vuol prendere atto che la Libia del post-Gheddafi è uno Stato fallito, dove a farla da padroni, quelli veri, sono signori della guerra, trafficanti di esseri umani, banditi di vario genere e caratura, improbabili “tecnici” spacciati per leader politici, signor nessuno come era l’ormai dimenticato Fayez al-Sarraj. Il tutto in un Paese in cui operano, direttamente o per procura, attori esterni che ambiscono a mettere le mani sulla torta petrolifera libica. L’elenco è lunghissimo. Solo per citarne i più attivi: Russia, Turchia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Qatar. E un po’, ma nemmeno tanto, defilato, la Francia. La verità che si cerca di nascondere è che l’obiettivo praticato da molti di questi attori esterni è quello della spartizione territoriale della Libia, e delle sue ricchezze di gas e petrolio. 

Annota Antonio M.Morone su Nigrizia

“La questione, più in generale, del posto dei vecchi dirigenti del regime nella ‘nuova Libia’ – scrive tra l’altro Morone –  in effetti una delle partite chiave ancora irrisolte. Già nel 2013 la legge voluta dall’allora élite politica di Misurata per un embargo verso tutti gli esponenti e funzionari dell’ex regime, portò rapidamente al collasso del fragile sistema politico uscito dalle prime elezioni del 2012, contribuendo in modo decisivo a innescare quella crisi militare che si è chiusa – forse – nel 2021 con la nascita del nuovo governo Dbeibeh. La verità è che in Libia sono in molti a coltivare una nostalgia crescente per l’ex regime, senza contare che alcuni distretti del paese, come Bani Walid e altri nel Fezzan, non hanno mai fatto mistero di auspicare una soluzione politica intesa a riproporre, se non proprio restaurare, l’ex regime. In fondo, proprio per essere una guerra civile, la crisi libica si è sempre composta di una parte della società che non solo combatté, armi alla mano, fino all’ultimo in favore di Gheddafi oltre la sua stessa morte, ma che ha anche continuato a sostenere il modello di stato e di società che l’ex regime aveva forgiato per oltre quattro decenni; dopo dieci anni di guerra durante i quali a perderci sono stati soprattutto i libici, la gente comune, non deve stupire il seguito che Saif, o chi per lui, potrebbe avere alle prossime elezioni politiche”.

La chiusa, nostra, non può che essere: se non è un imbroglio questo…

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