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Migranti, dal Mediterraneo ai confini dell'Est: questa Europa non ci rappresenta.

L’Europa sono i cani sguinzagliati dai poliziotti e militari polacchi che azzannano i migranti che tentano che entrare in un Paese Ue che dovrebbe essere vincolato dal trattato sui richiedenti asilo

Migranti al confine tra Polonia e Bielorussia
Migranti al confine tra Polonia e Bielorussia

globalist

18 Novembre 2021 - 16.17


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Dal Mediterraneo al confine tra Polonia e Bielorussia. Una lunga scia di sangue, di orrori, di violenze indicibili, di abusi rimasti impuniti, di crimini di stato perpetrati contro esseri umani che fuggono da guerre, pulizie etniche, disastri ambientali, regimi tirannici e oscurantisti, sperando di rifarsi una vita in Europa. Per la gran parte di questi disperati l’Europa si è rivelato ben altro che il luogo dell’inclusione, dell’ospitalità, dell’accoglienza. L’Europa sono i cani sguinzagliati dai poliziotti e militari polacchi che azzannano i migranti che provano a sfondare la barriera di recinzione per entrare in un Paese che, in quanto membro dell’Unione Europea, dovrebbe essere vincolato dal trattato sui richiedenti asilo. Quei cani inferociti non fanno differenza tra uomini, donne, bambini. 

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L’Europa sono i dieci morti soffocati ritrovati in un barcone alla deriva a largo delle coste libiche. 

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Vergogna continentale

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Altro girone infernale è quello del Mediterraneo. Dove ieri si è consumata un’altra strage di innocenti. 

Tra le tante prese di posizione, quella del Centro Astalli, la sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, da sempre impegnato in un’opera di solidarietà fattiva verso esseri umani declassificati a “migranti”. Il Centro Astalli, in una nota, ha espresso “profondo cordoglio per le dieci persone morte soffocate su una barca partita dalla Libia con a bordo un centinaio di migranti.  Ancora una volta ci troviamo di fronte a delle morti evitabili se l’Europa mostrasse al mondo di essere in grado di rispettare diritti e dignità di chi fugge in cerca di salvezza

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Così Padre Camillo Ripamonti, che del Centro Astalli è il presidente: “Le politiche di esternalizzazione e le chiusure delle frontiere non fermano le migrazioni, ci rendono solo corresponsabili di morte e violenze. 

Nazionalismi e populismi in Europa e governi autoritari e illiberali nei Paesi Terzi tengono in ostaggio l’Unione Europea che, divisa al suo interno,  rimane ferma e indifferente mostrando debolezze e inadeguatezze sempre più strutturali nella gestione dei flussi migratori”. 

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Aprire le frontiere per una gestione legale ordinata e sicura è possibile: lo dimostrano le esperienze, ormai consolidate, di attivazione di canali legali da parte di organizzazioni umanitarie.

Per questo il Centro Astalli chiede a istituzioni nazionali e sovranazionali di       l’attivazione di quote di resettlement significative;       in aggiunta a canali umanitari strutturali e numericamente adeguati per i rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni ; politiche che facilitino il ricongiungimento familiare; una seria politica di cooperazione allo sviluppo che non sia alibi per attivare politiche di chiusura ma che abbia come obiettivo la costruzione di una pace duratura e di uno sviluppo sostenibile nei paesi d’origine, garantendo così il diritto anche di non partire”.

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Due articoli illuminanti

Il primo è di Francesca Mannocchi su La Stampa: Alcuni passaggi “Stiamo assistendo a misure estreme per detenere arbitrariamente le persone più vulnerabili in condizioni disumane” ha detto Ellen van der Velden, responsabile delle operazioni di Msf per la Libia, il Norwegian Refugee Council ha denunciato l’arbitrarietà degli arresti, l’uso di violenza contro donne incinte e bambini «intere famiglie di migranti e rifugiati che vivono a Tripoli sono state catturate – si legge nel comunicato – ammanettate e trasportate in vari centri di detenzione». Trasportati con le mani legate negli ormai tristemente noti centri di detenzione.
Soprattutto in quello di Al Mabani. Nato per essere un centro di smistamento delle persone intercettate in mare prima di distribuirle nei centri ufficiali gestiti dal Dcim (Dipartimento anti immigrazione clandestina), con una capienza di mille persone, è nei mesi diventato anch’esso una prigione di fatto. Più che sovraffollata. Oggi sono stimate al suo interno tremila persone, cioè tre volte il numero che potrebbe ospitare. Già lo scorso aprile due ragazzi, di cui un minorenne, erano stati raggiunti da colpi d’arma da fuoco sparati da una guardia libica, che ha usato la forza presumibilmente per sedare una rissa. Uno dei due è morto poche ore dopo. La stessa dinamica si è ripetuta a una settimana dagli arresti di massa di Gargaresh”.

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Il secondo articolo è di Alessandra Fabbretti per l’Agenzia Dire:  

“Noi migranti in Libia non abbiamo scelta: non possiamo scappare ma non possiamo neanche vivere, dato che subiamo torture, abusi e violazioni dei diritti. Non è un Paese in cui è possibile ricostruirsi una vita. Resteremo qui fino alla fine. L’Onu e gli altri Stati devono portarci via. Ai governi e alle istituzioni europee ricordiamo che chi commette crimini deve comparire davanti alla giustizia, mentre alle persone vanno garantiti i diritti”. Così racconta Yamyo David, migrante sud-sudanese di 24 anni in collegamento da Tripoli. Qui, dal 2 ottobre circa 3.000 migranti sono in sit-in davanti alla sede dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dopo che il giorno precedente il sobborgo di Gargarish popolato da famiglie di migranti è stato sgomberato dalla polizia. Oltre 4.000 gli arresti e due i morti. “Le persone arrestate- continua David- sono state portate in centri di detenzione sia ufficiali che non ufficiali”, ossia gestiti dalle milizie. “Molti di loro ci raccontano di abusi e torture e hanno iniziato un sciopero della fame”. A Tripoli, gli altri migranti invece chiedono di essere portati via, dato che la situazione nel Paese “è diventata insostenibile”. David accusa: “L’Unhcr non ci dà ascolto”. Il tema è al centro del documentario ‘Libya: No Escape from Hell’, proiettato per la prima volta in Italia nell’ambito del Sabir – Festival delle culture del Mediterraneo, che si è tenuto a Lecce, in Puglia, dal 28 al 30 ottobre.
“I gruppi armati non tollerano una società civile forte e consapevole, perché se perdono il controllo sulla popolazione, perdono anche potere e denaro. Siamo bersaglio dei loro attacchi, come dimostrano i continui arresti e uccisioni tra giornalisti e attivisti, soprattutto a Tripoli”. Aggiunge  J.Z., blogger e difensore dei diritti umani, che chiama in causa le responsabilità internazionali ma anche il popolo libico stesso.
“Se in Italia avete un problema non aspettate che i francesi vengano a risolverlo” dice: “Spetta a noi riportare pace e progresso nel nostro paese”. Che le milizie e i gruppi armati abbiano preso il sopravvento è un dato inequivocabile e i rischi per i migranti e difensori dei diritti umani aumentati.
Lo dimostrano i pericoli a cui sono stati esposti durante l’offensiva che l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, sferrò nell’aprile del 2019 per conquistare Tripoli.
Grazie ai testimoni ascoltati e alle immagini realizzate è stato possibile documentare la condizione dei centri posti sulla linea del fronte, alcuni utilizzati come depositi di armi e carri armati e che i migranti erano incaricati di ripulire. Una condizione che li ha resi un bersaglio, come nel caso del centro di Tajoura, dove in un bombardamento persero la vita una cinquantina di persone.
“In Libia hanno delle responsabilità anche i Paesi europei, come l’Italia, che finanzia la Guardia costiera libica” prosegue l’attivista e blogger di origine sudanese la cui storia dimostra le violazioni a cui gli stranieri sono esposti: “Sono arrivato in Libia da bambino, era il 1993. Ho studiato e costruito la mia vita a Tripoli. Poi c’è stata la rivoluzione popolare del 2011 a cui è seguita subito la guerra civile e poi il caos”.
Da subito, J.Z. diventa un sostenitore delle rivolte popolari e sui blog e i social media si batte per i diritti civili, per costruire una Libia più democratica e giusta. Nel 2016 però finisce in una retata di migranti e resta in un centro di detenzione per due anni, per poi essere respinto verso il Sudan, sebbene l’uomo non avesse più legami col paese della sua famiglia.
“Sono certo che, con la scusa di scambiarmi per un migrante, abbiano voluto mettere a tacere chi come me rappresentava la dissidenza Noi parlavamo a voce alta delle nostre idee e organizzavamo iniziative e progetti per realizzarle e questo spaventa le milizie” la conclusione del blogger che ha rilancia la campagna per segnalare, ancora una volta, le violazioni dei diritti umani in Libia”. Così la reporter della Dire.

Le persone morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa è più che raddoppiato quest’anno rispetto al 2020. 1.369 sono morti annegati dall’inizio dell’anno.

Il confine della vergogna

A Est spira un vento fetido. Al confine tra Bielorussia e Polonia è in corso da settimane una grave crisi migratoria, che a sua volta è al centro di uno scontro politico tra Unione Europea e Bielorussia. La Bielorussia sta cercando di spingere i migranti a entrare in Polonia, in modo da mettere in difficoltà le autorità polacche ed europee; la Polonia, uno dei paesi europei più ostili nei confronti dei migranti, si sta rifiutando di accoglierli, imponendo uno stato d’emergenza ai propri confini. La situazione si è aggravata più di recente, quando il numero di migranti al confine è cresciuto. Mercoledì il governo bielorusso ha portato via dalla zona di frontiera circa mille migranti, sistemandoli in un centro logistico coperto vicino al confine e dando loro materassi, coperte e cibo: secondo diversi osservatori, la decisione sarebbe stata presa con l’obiettivo di diminuire la tensione con la Polonia e l’Unione Europea.

Al valico di Kuznica-Bruzgi, uno dei diversi luoghi della terra di nessuno al confine dove migliaia di migranti sono al freddo da giorni nel tentativo di entrare in Polonia, i soldati di Varsavia hanno allontanato le persone usando cannoni ad acqua.

Come non bastasse, un centinaio di migranti sono stati arrestati in Polonia nella notte fra mercoledì e giovedì al confine con la Bielorussia.

Lo riferisce il ministero polacco della Difesa, accusando Minsk di “aver costretto i migranti a lanciare pietre sui soldati polacchi”.

La Polonia si “mura”

Scrive Lorenzo Berardi su Linkiesta: “Un muro lungo circa duecento chilometri e alto fra i cinque e i sei metri, sormontato da bobine di filo spinato. Un muro presidiato giorno e notte, senza sosta, da decine di migliaia di guardie di frontiera armate e monitorato palmo a palmo dall’alto da telecamere termiche e sensori di movimento montati su pali disposti a intervalli regolari. Una barriera insormontabile, per rendere impossibile o suicida qualsiasi futuro tentativo di passaggio di migranti dalla Bielorussia alla Polonia. Lo aveva presentato il 4 novembre il ministro degli Interni polacco Mariusz Kamiński in una conferenza stampa a Varsavia, con tanto di rendering su come un tratto del futuro muro dovrebbe apparire. La costruzione del muro frontaliero polacco-bielorusso era stata anticipata il 4 ottobre scorso, durante una seduta del parlamento di Varsavia dallo stesso Kamiński. «Sarà impenetrabile», aveva assicurato il ministro, aggiungendo che «Ogni tentativo di attraversarlo verrà individuato, con immagini e informazioni inviate istantaneamente alle nostre guardie di frontiera, le quali reagiranno immediatamente». Meno di un mese dopo, il 2 novembre, il presidente della Repubblica Andrzej Duda ha posto la sua firma sul progetto del muro, che in precedenza era stato approvato dalla Camera e dal Senato di Varsavia, nonostante il parere contrario di molti esponenti delle opposizioni.  Il costo stimato dell’opera è di 1,6 miliardi di zloty, pari a 350 milioni di Euro. Dovrebbero essere sufficienti a coprire la costruzione di questa impenetrabile barriera, che si snoderà lungo la metà dei 418 chilometri della frontiera polacco-bielorussa e la cui costruzione dovrebbe cominciare nel giro di pochi mesi. Va aggiunto che, nel frattempo la lunghezza stessa della barriera anti-migranti polacca lungo il confine bielorusso è stata raddoppiata rispetto alle previsioni iniziali, che ipotizzavano un muro di un centinaio di chilometri”. 

La denuncia-appello di Amnesty

“Al confine tra Polonia e Bielorussia c’è una situazione senza precedenti, con almeno duemila persone che rischiano di morire di freddo se l’Unione europea non interviene subito. Bisogna fare presto”. È questo l’appello che Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia, ha rivolto da Fanpage.it al governo italiano e a Bruxelles affinché si risolva la crisi umanitaria e politica dei migranti che da settimane sta facendo salire la tensione tra Polonia e Bielorussia, mentre aumenta il numero di morti e feriti.

“Qui c’è un soggetto che deve agire al più presto, parlo della Polonia – rimarca Noury – L’Ue ha più volte sollecitato il governo di Varsavia a far entrare molti bambini e donne in condizioni disperate. Se la situazione non si sblocca, siccome queste persone non possono tornare indietro perché le forze di sicurezza bielorusse le tengono bloccate lì né possono procedere oltre il confine polacco, c’è bisogno di un’azione politica forte dell’Unione europea affinché queste persone possano chiedere asilo, altrimenti ne potrebbero morire altre di freddo […] Al governo italiano chiediamo di intervenire affinché l’Unione europea assuma una posizione unitaria e forte nei confronti di un suo stato membro, la Polonia per l’appunto, affinché faccia entrare queste persone che poi verranno smistate secondo un criterio di ridistribuzione, abolisca lo stato di emergenza, che è ingiustificato, e consenta il libero accesso agli aiuti umanitari e ai giornalisti. Il tempo non gioca dalla parte di queste persone, che sono costrette a sopravvivere a temperature massime di 4 gradi. Devono essere subito tolti da lì”.

La risposta di Bruxelles? “L’Europa è al fianco delle persone intrappolate alla frontiera con la Bielorussia”. A scriverlo su Twitter è  la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen,  ricordando che l’Ue ha mobilitato 700mila euro per cibo, coperte, e kit di primo soccorso. “Siamo pronti a fare di più – afferma la leader -. Ma il regime bielorusso deve smettere di adescare le persone, mettendo a rischio le loro vite”. 

Non una parola sul comportamento delle autorità polacche. Non una parola di censura per gli arresti, i cani sguinzagliati, i cannoni ad acqua, i lacrimogeni… Non una parola, ma 100 milioni di euro: è il finanziamento che l’Unione Europea ha concesso alla Polonia per la protezione delle sue frontiere.  Frontiere “minacciate” da donne, uomini, bambini, anziani, stremati, stretti nella orsa del freddo e della fame. Contro questi “invasori” la Polonia ha schierato DODICIMILA soldati. E l’Europa le ha pure elargito cento milioni. Diciamolo forte: questa Europa non ci rappresenta. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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