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Afghanistan, perché quel G20 non sia una farsa. Oxfam non ci sta

A mantenere accesi i riflettori mediatici è Oxfam. Un impegno costante, quotidiano, che intreccia analisi, esperienze sul campo, denuncia e proposta, idealità e concretezza. 

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5 Ottobre 2021 - 18.13


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Afghanistan, per non dimenticare. Perché la coltre del silenzio non cali su una tragedia in atto. 

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A mantenere accesi i riflettori mediatici è Oxfam. Un impegno costante, quotidiano, che intreccia analisi, esperienze sul campo, denuncia e proposta, idealità e concretezza. 

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Ed è così anche stavolta.  leader europei agiscano immediatamente per reinsediare nei paesi dell’Unione i profughi afgani a rischio, aiutando concretamente i paesi al confine che si stanno facendo carico dell’accoglienza di chi è fuggito dall’Afghanistan in cerca di salvezza.

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È l’appello lanciato da Oxfam insieme ad altre organizzazioni umanitarie, alla vigilia del summit sulla crisi in programma il 7 ottobre.

“Mantenere gli impegni”

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“L’Europa deve tenere fede agli impegni presi dopo il ritiro dello scorso agosto dal Paese, senza voltare le spalle al destino dei profughi afgani –ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – .Chiediamo che ci si attivi immediatamente per il reinsediamento, entro il prossimo anno, di almeno 36 mila rifugiati a rischio, che sono già identificati dall’Unhcr, e dei tanti che si trovano negli stati alla frontiera con l’Afghanistan. Questa è l’unica soluzione per offrire un futuro a chi è già fuggito e consentire un’accoglienza dignitosa a chi lascerà il Paese nei prossimi mesi”.

Le organizzazioni firmatarie dell’appello chiedono infatti di accompagnare il reinsediamento dei profughi con il potenziamento di canali legali, che consentano a più persone possibile di mettersi in salvo in Europa.

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“In aggiunta alle quote di rifugiati per cui sarà previsto il reinsediamento nei Paesi Ue, è fondamentale estendere meccanismi che prevedano un uso flessibile dei ricongiungimenti familiari, il rilascio di visti umanitari o per motivi di lavoro e studio, e l’introduzione di schemi di community sponsorship – aggiunge Pezzati – Senza queste misure, in tanti nei prossimi mesi saranno costretti a lunghissimi viaggi verso l’Europa alla mercé dei trafficanti di esseri umani, costretti a rischiare la vita ancora una volta”.

E’ cruciale inoltre sottolineare che queste iniziative sono misure aggiuntive, che non devono essere utilizzate dagli Stati come pretesto per sottrarsi all’impegno sulle quote per il reinsediamento. Allo stesso modo è fondamentale che ai profughi afghani sia garantito un accesso pieno e trasparente alla procedura di asilo una volta arrivati in Europa.

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“Questi canali di ingresso complementari non possono sostituire il diritto di afghani e altri richiedenti asilo di cercare protezione in Europa, indipendentemente da come vi siano arrivati. – conclude Pezzati – Tutte le richieste di asilo respinte che riguardano cittadini afgani devono essere riesaminati con urgenza, i rimpatri devono essere formalmente sospesi in linea con il principio di non-refoulement e qualsiasi ostacolo posto all’accesso alle procedure di asilo o all’accoglienza in Europa deve essere indagato e sanzionato dalle istituzioni dell’Ue. Nelle ultime settimane, la Commissione europea, il Parlamento europeo, le regioni e le città, la società civile hanno mostrato solidarietà ai rifugiati afghani, i leader europei facciano altrettanto”.

Infine all’Italia – a seguito della prima riunione del Tavolo di coordinamento istituto dal Governo sulla crisi afghana – chiediamo che strutturi una rapida collaborazione tra il Ministero degli Interni e quello degli Esteri, affinché vengano definite procedure operative efficienti in grado di rispondere ai bisogni delle persone vulnerabili che devono arrivare nel nostro paese.

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La popolazione afghana è fortemente provata dalla guerra e dipende dall’assistenza umanitaria. E’ quanto ha sottolineato, nei giorni scorsi, la Commissione europea annunciando un volo aereo umanitario dell’Ue a Kabul con oltre 25 tonnellate di carico medico vitale per affrontare la terribile situazione nel Paese asiatico, con oltre 18 milioni di persone che vivono sull’orlo della sopravvivenza.

Cruciale il potenziamento del sistema di accoglienza italiano

Oxfam non molla la presa. Continua a denunciare, a informare. A proporre. 

Di fronte alla proposta avanzata da Anci per l’ampiamento dell’accoglienza di 5.000 posti per i profughi afgani in fuga dal Paese Oxfam, già impegnata nella gestione dell’accoglienza di rifugiati  e richiedenti assieme a tanti soggetti in Toscana, lancia inoltre un appello affinché non vengano creati canali paralleli di accoglienza e si lavori per potenziare i meccanismi di ricongiungimento familiare.

“E’ fondamentale che ad operare sia il sistema di accoglienza già in essere, a partire dalla rete SAI (ex Sprar), coinvolgendo gli enti gestori e le reti territoriali fin dall’inizio – spiega Zanobi Tosi, responsabile accoglienza di Oxfam – Di fronte all’attuale mancanza di posti in accoglienza, ad esempio in Toscana, sarà perciò necessario che siano stanziati i fondi necessari ad attivare quanto prima nuovi bandi che consentano sia di aumentare i posti nei centri già esistenti, che di crearne di nuovi in grado ospitare intere famiglie senza dividerle. Sostenendo le tante famiglie italiane che generosamente si stanno offrendo di accogliere i profughi afgani, a patto che siano affiancate da enti con comprovata esperienza nella gestione dell’accoglienza”.   

“Allo stesso tempo non meno importante è potenziare meccanismi di assistenza legale e ricongiungimento tra i rifugiati che si trovano già in Italia, con i familiari rimasti in Afghanistan – prosegue Tosi – Stiamo ricevendo tante richieste da parte di chi già stiamo ospitando o da parte delle comunità afgane in contatto con la nostra rete di Community Center e altre ne arriveranno. Sono persone che oltre al trauma della guerra si sono dovute lasciare alle spalle un’intera vita e i propri affetti, dopo viaggi lunghissimi e pericolosi per raggiungere il nostro Paese, e adesso vivono l’angoscia di non sapere se e quando potranno tornare a riabbracciarsi“.

I numeri

Nell’Ue ad oggi risiedono regolarmente almeno 550 mila afghani, stabiliti in Germania, Regno Unito, Svezia, Austria, Danimarca, Norvegia, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi, Francia, Italia, Finlandia e Romania. Nel complesso, nel 2020 i Paesi dell’Ue hanno concesso una qualche forma di protezione a circa 280 mila richiedenti asilo: i gruppi più numerosi di beneficiari provenivano da Siria, il 27% di tutte le persone cui è stata concessa protezione, Venezuela (17%) e Afghanistan (15%). Sempre lo scorso anno, in base alle statistiche ufficiali Ue, 44.200 afghani hanno fatto domanda di asilo nei Paesi europei, pari al 10,6% di tutte le pratiche presentate. Per il terzo anno consecutivo quella afghana è la seconda cittadinanza maggiormente rappresentata tra i richiedenti asilo nell’Ue – in tutto 472 mila persone di 150 nazioni diverse – dietro soltanto a quella siriana, al 15,2%. Circa un quarto di tutte le domande dei richiedenti asilo originari dell’Afghanistan sono state presentate in Grecia e in Francia.

Secondo il rapporto del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), l’anno scorso 26.963 persone di decine di nazionalità diverse hanno fatto richiesta di asilo in Italia e sulle oltre 41 mila domande (anche di anni precedenti) esaminate, il 76% è stato respinto, mentre lo status di rifugiato è stato concesso all’11,8%, il 10,3% ha ottenuto una protezione sussidiaria e l’1,9% una protezione speciale.

Secondo dati Istat di gennaio 2020, in Italia gli afghani legalmente residenti sono 11.121, pari allo 0,22% di tutti gli stranieri stabiliti nel Paese. In Germania, invece, si stima siano oltre 270 mila gli afghani presenti, una comunità importante che, per esempio, ad Amburgo risulta essere la terza minoranza, dopo polacchi e turchi. Sempre secondo dati Eurostat, dal 2008 al 2020, gli Stati europei hanno valutato in tutto 600 mila richieste d’asilo da parte di afghani e ne hanno rifiutate ben 290 mila, con il rimpatrio di oltre 70 mila persone, tra cui 15-20 mila donne. 

Per non dimenticare

Scrive Guido Rampoldi, uno dei più grandi inviati di guerra italiani: “Nel 1996 la più radicale tra le organizzazioni umanitarie internazionali, Oxfam, lasciò l’Afghanistan pur di non piegarsi alla fatwa sulle donne dell’emiro Omar, che obbligava le ong a mandare a casa tutto il personale femminile (e a sostituirlo di fatto, con gli spioni imposti dai Taliban). Sei anni dopo, gli Usa lanciarono l’attacco all’emirato benché l’Afghanistan fosse irrilevante nella geopolitica degli idrocarburi che premeva all’amministrazione Bush. Motivo reale: l’emiro aveva rifiutato di espellere (espellere, non consegnare) Osama bin Laden, ritenendolo innocente. Condannabile ubris imperiale? Forse. Ma se vi mettete nei panni di tante ragazze afghane, anche voi avreste concluso che l’Impero portava una speranza di libertà.

Nell’oscena viltà dell’epilogo, il fiasco occidentale è così traumatico da incitare a disinteressarci dell’Afghanistan e di quelle ragazze, ad accondiscendere alla ‘pace’ come la interpretano i Taliban e le dittature più feroci. Eppure, un residuo di dignità dovrebbe spingerci a cercare strumenti e strategie per interferire, nell’interesse nostro e dei diritti umani. ‘Ingerenza umanitaria’ non è esattamente una formula popolare, soprattutto in questo momento.

Ma la ‘pace’ afghana mostrerà presto le sue linee di frattura, e allora forse comincerà a condensarsi un Afghanistan nuovo, diverso da quello delle caste guerriere (di qua pashtun, di là uzbeche, tagiche, hazara) che da 40 anni si contendono la carcassa del Paese, in un sinistro buskashi. Se l’Europa esiste, quell’Afghanistan futuribile non solo oggi va accolto se profugo, ma va anche aiutato, con ogni mezzo risultasse efficace, a liberare la patria”.

Meglio di così non si può dire. Caro Guido, se l’Europa esiste. Se. Perché il problema è proprio questo: l’inesistenza dell’Europa come attore politico all’altezza dei principi che ne furono a fondamento. 

Lo sappiamo bene, purtroppo. tu l’hai raccontato con mirabili reportage da ogni angolo del pianeta: Afghanistan, Iraq, Palestina, Balcani, Libano, e tanti altri teatri di guerra. Ogni volta, o quasi sempre, ci si chiedeva: ma l’Europa dov’è? Cosa fa? Perché non ferma le mani dei boia, qualunque divisa essi indossino? Perché ha lasciato sola la gente dell’Afghanistan, come fece con i martiri di Sarajevo o di Srebrenica. Perché non ha alzato un dito per la gente di Gaza, da una vita assediata da Israele? Impotenza e complicità. Ma non per questo smetteremo di parlarne, di scriverne, di agire in difesa dei più indifesi. Come fa Oxfam. Caro Guido, probabilmente non riusciremo a scalfire la corazza di cinismo indossata dai cosiddetti Grandi della Terra. Una cosa, però, è certa: grazie all’impegno di persone come quelle di Oxfam e di quel mondo solidale che non si arrende, nessuno potrà mai dire: Non sapevo. 

 

 

 

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