Yariv Oppenheimer: "Da ebreo e israeliano dico: denunciare l'occupazione non è antisemitismo"

Parla il leader di Peace Now, pacifista israeliano e parlamentare laburista in più legislature.

Occupazione israeliana

Occupazione israeliana

Umberto De Giovannangeli 9 dicembre 2020
“L’antisemitismo è qualcosa così terribilmente, tragicamente seria ed attuale da non poter essere usato strumentalmente e per fini politici da parti di quanti, dentro e fuori Israele utilizzano questo argomento per giustificare l’ingiustificabile. Quando Peace Now o B’tselem documentano le conseguenze dell’occupazione, la violenza dei coloni, gli arresti di bambini palestinesi, non fanno dell’antisemitismo bensì difendono non solo la libertà d’informazione ma un bene prezioso per Israele: la sua democrazia”. A sostenerlo, in questa intervista in esclusiva concessa a Globalist, è Yariv Oppenheimer, già Direttore egenerale di Peace Now, la storica organizzazione pacifista israeliana, e parlamentare laburista in più legislature. Casi d'intimidazione contro Oppenheimer e altri esponenti di spicco di Peace Now sono stati attaccati ancora di recente, con slogan e minacce riconducibili all'armamentario dei settori ultrà dell'estrema destra nazionalista ebraica e del movimento dei coloni.
Spesso, e Globalist ne sa qualcosa, quando si toccano argomenti scottanti, come l’uccisione o l’arresto di bambini e adolescenti da parte delle forze armate israeliane, si viene accusati di essere degli antisemiti. Accusa che viene rivolta anche alle organizzazioni pacifiste e per i diritti umani israeliane, come Peace Now e B’tselem.
Questa è una pratica che non nasce oggi. La destra oltranzista del mio Paese e i suoi sostenitori nel mondo, ha sempre cercato di strumentalizzare la Shoah per giustificare pratiche che con quella tragedia non hanno nulla a che vedere. Sei contro l’occupazione dei Territori palestinesi? Denunci la violenza, troppo spesso impunita, dei coloni? Cerchi di distinguere tra il diritto di difesa e punizioni collettive che sono condannate dal diritto internazionale e dalla stessa Convenzione di Ginevra sulla guerra? Allora non sei solo una minaccia per Israele, la quinta colonna di Hamas o degli ayatollah iraniani che vorrebbero cancellare Israele e gettare a mare il popolo ebraico. Sei questo e altro ancora: sei un antisemita. Pensi che questa infamante accusa fu rivolta dalla destra anche contro Yitzhak Rabin colpevole agli occhi di Netanyahu e soci di tradimento per aver sottoscritto con Arafat gli Accordi di Oslo-Washington! Ricordo ancora quei vergognosi ritratti di Rabin con la divisa da SS. E ricordo le accuse di antisemitismo che gli furono rivolte. Quella campagna di odio ha armato, ideologicamente, la mano di Yigal Amir (il giovane estremista di destra che assassinò l’allora premier israeliano, ndr). La Shoah è parte della nostra identità nazionale e proprio per questo non può, non deve essere usata cinicamente per sostenere l’assunto secondo cui proprio perché 6 milioni di ebrei sono stati sterminati nei lager nazisti, allora non solo l’Europa ma il mondo intero non hanno legittimità nel criticare Israele. Se si vuole davvero sconfiggere l’antisemitismo allora si deve volgere lo sguardo altrove...
Verso dove?
In diverse direzioni. Una di queste è quella del suprematismo bianco. Coloro che negli Stati Uniti hanno attaccato le sinagoghe, uccidendo o ferendo decine di ebrei statunitensi, erano imbevuti di farneticazioni suprematiste, erano parte di quel “white power” che fa dichiaratamente dell’odio verso gli ebrei, dell’antisemitismo, un suo fondamento. Penso ai movimenti di estrema destra, neonazisti, che crescono in Europa, soprattutto in quella dell’Est, ai profanatori dei cimiteri ebraici, a quei delinquenti che aggrediscono ragazzi ebrei perché portano la kippah...
Ma esiste anche un antisemitismo nel mondo arabo e musulmano...
Assolutamente sì, e in moti casi si maschera dietro l’antisionismo. So bene che in diversi Paesi arabi e musulmani continuano ad essere pubblicati libracci antisemiti, come i “Protocolli dei savi di Sion” e che anche ai vertici di regimi teocratici, come quello iraniano, non solo non viene fatta alcuna distinzione tra “Ebrei” e “Israeliani” ma Israele viene demonizzato e attaccato proprio perché è lo “Stato degli Ebrei”. Contro tutto questo non bisogna abbassare la guardia, al tempo stesso, però, l’esistenza di questo antisemitismo non deve far velo alla denuncia di politiche e pratiche che calpestano i diritti umani. Combattere l’antisemitismo che segna ancora una parte del mondo arabo e musulmano, significa anche togliere ai suoi propugnatori uno degli argomenti di propaganda più utilizzati...
A cosa si riferisce?
Alla questione palestinese. Il messaggio che veicolano è riassumibile così: ecco chi sono davvero gli Ebrei, gli Ebrei non gli Israeliani, quelli che costruiscono il muro dell’apartheid, che bombardano Gaza, che confiscano le terre dei palestinesi. E ancora: ecco le vittime di un tempo trasformatesi in carnefici...So bene che sono argomentazioni strumentali, ma sono insidiose perché fanno leva su fatti che fanno presa in quell’universo. Ecco perché affermo, e per fortuna non solo il solo a farlo in Israele e nella diaspora ebraica, che dare soluzione politica al conflitto israelo-palestinese, riconoscendo ai palestinesi il diritto ad uno Stato indipendente a fianco dello Stato d’Israele, è un modo, concreto, non solo per raggiungere una pace giusta e duratura, ma anche per combattere quell’antisemitismo che si alimenta col dramma palestinese.  Le destre hanno un’unica priorità: la costruzione negli insediamenti. Né il processo di pace né la penuria di alloggi in Israele fanno loro alcuna impressione, e neanche la drammatica crisi pandemica a cui Netanyahu e il suo Governo hanno fatto fronte in modo irresponsabile. Il rilancio della colonizzazione è una pugnalata alle spalle per Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e per i palestinesi moderati, invece che cercare di rafforzare l’Autorità Palestinese a detrimento di Hamas. Non c’è coesistenza negli insediamenti. C’è un occupante e l’occupato. Capo e dipendente. Chiunque pensa che questa sia una ricetta per la pace si sbaglia di grosso. E chi la contesta non può essere tacciato di antisemitismo. Così non sono “antisemiti” o “traditori” quei militari, ufficiali e soldati, che hanno combattuto per la sicurezza d’Israele ma che a un certo punto si sono rifiutati di essere strumenti dell’occupazione.
Senza memoria non c’è futuro, soleva affermare un grande Ebreo: Elie Wiesel, sopravvissuto ai lager nazisti e scomparso qualche anno fa. Un altro grande israeliano, anch’egli scomparso recentemente, Amos Oz ebbe a dire in una lontana intervista concessa a chi scrive, allora inviato de l’Unità, che se nel mondo occorreva guardarsi dall’oblio, in riferimento alla Shoah, in Israele, invece, per guardare con maggiore speranza al futuro occorreva alleggerire un po’ il fardello della memoria.
Le due considerazioni non sono tra loro in contraddizione ma si integrano e sostengono reciprocamente. Ha ragione Wiesel: cancellare la memoria del passato, vivere in un terno presente, è un virus che può mettere a rischio la stessa democrazia. Mantenere in vita la memoria di ciò che è stato l’Olocausto, non è solo un doveroso tributo alle milioni di vittime, non solo ebrei, ma rom, omosessuali..., del nazifascismo. E’ questo e altro. E’ un insegnamento alle giovani generazioni, tanto più importante ora che il tempo porta via gli ultimi sopravvissuti. L’odio razzista e antisemita è ancora forte e combatterlo non è un compito che riguarda solo gli Ebrei. Ha ragione Wiesel che ha dedicato tutta la sua vita di scrittore e di uomo perché la fiammella della memoria della Shoah non si spegnesse. Così come hanno fatto Primo Levi e, per restare all’Italia, la senatrice Liliana Segre. Al tempo stesso, ha ragione Oz. Il peso della memoria può affondare un futuro di pace, perché, se non rivisitato e sfrondato dalle strumentalizzazioni politiche a cui accennavo in precedenza, può ipotecare il futuro d’Israele.
Per tornare alla politica e alla diplomazia, Netanyahu ha esaltato gli “Accordi di Abramo”
In primo luogo, l'accordo di normalizzazione con Israele ha definitivamente insabbiato l'idea dell'annessione, lasciando aperta la finestra dei due Stati. In secondo luogo, dall'annuncio dell'accordo è nata un'immensa emozione per la possibilità che gli israeliani visitino Dubai o Abu Dhabi e si sentano parte integrante del Medio Oriente. Il discorso è cambiato rapidamente, da un Paese assediato da nemici e pericoli a un nuovo Medio Oriente che vuole solo legami commerciali e turistici con Israele. La fiducia di Israele nel mondo arabo e la sua accettabilità come parte del Medio Oriente è uno strumento chiave per la futura motivazione di Israele a ritirarsi dai territori e a firmare accordi di pace, anche con i palestinesi. In terzo luogo, la storia degli ultimi decenni ha dimostrato che Stati arabi come la Giordania e l'Egitto, che onorano gli accordi di pace e mantengono le ambasciate in Israele, sono stati in grado di influenzare notevolmente la politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Per quanto riguarda la costruzione di insediamenti, lo status dei palestinesi a Gerusalemme Est e sul Monte del Tempio, e l'avanzamento della pace e dei diritti dei palestinesi, i Paesi arabi con ambasciate in Israele hanno una maggiore influenza diplomatica e pubblica rispetto agli Stati che non hanno legami con Israele e che boicottano quest'ultimo. Resta il fatto che l’accordo di pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti non può costituire un'alternativa a un accordo di pace con i nostri immediati vicini, i palestinesi. Il cuore del conflitto arabo- israeliano è stato ed è tuttora il conflitto israelo-palestinese, e il cuore del conflitto israelo-palestinese è l'occupazione israeliana della Cisgiordania e l'isolamento della Striscia di Gaza, che deve finire. La crisi del coronavirus, l'accordo di pace tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, l'abbandono dell'idea di annessione, la cooperazione in Medio Oriente fanno del 2020 un anno storico, pieno di difficoltà e crisi ma anche di opportunità. E perché ci sia una vera e piena pace in Medio Oriente, occorre impegnarsi per la creazione di uno Stato palestinese fianco a fianco con lo Stato di Israele, con relazioni pacifiche tra i due Stati.