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Omicidio Hariri, una sentenza che può cambiare la storia del Libano

L’assassinio dell’allora primo ministro Rafik Hariri. Una storia lunga 15 anni che Globalist ripercorre attraverso la ricostruzione di Julien Abi Ramia, firma de L’Orient-Le Jour, giornale francofono di Beirut.

Rafik Hariri
Rafik Hariri

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

17 Agosto 2020 - 15.57


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Libano, e alla fine arrivò il giorno della sentenza Una sentenza attesa da quindici anni, e che potrebbe cambiare il corso degli eventi nel Paese dei Cedri. La sentenza sull’assassinio dell’allora primo ministro Rafik Hariri. Una storia lunga 15 anni che Globalist ripercorre attraverso la ricostruzione di Julien Abi Ramia, firma di punta de L’Orient-Le Jour, il giornale in lingua francofona di Beirut.

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E’ una storia avvincente, che vale la pena di seguire.

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“Più di quindici anni… Da più di quindici anni, questa soap opera politico-giudiziaria ha segnato il ritmo, con diversi gradi di intensità, della vita politica libanese – esordisce Abi Ramia –  In un momento in cui il Libano è immerso in una grave crisi politica, economica, finanziaria e sanitaria, con la ricomparsa di casi di coronavirus, e pochi giorni dopo l’esplosione distruttiva del porto di Beirut, è previsto un episodio cruciale di questa soap opera: domani, martedì 18 agosto, il Tribunale speciale per il Libano (TSL), incaricato principalmente di giudicare i responsabili dell’attentato che il 14 febbraio 2005 ha causato la morte dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri e di altre 21 persone nel centro di Beirut, emetterà il suo verdetto. Dopo un rinvio di qualche giorno a causa della tragedia di Beirut, il verdetto era inizialmente previsto per il 7 agosto.

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Genesi del TSL

“Le condizioni per la nascita di TSL sono simili alla natura di una soap opera. È stato infatti dopo un intenso braccio di ferro politico tra il campo filo-siriano dell’8 marzo e quello antisiriano del 14 marzo che il TSL è stato creato nel 2007, due anni dopo l’attentato, dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ci vorranno altri due anni, il tempo di un’indagine preliminare internazionale piena di colpi di scena, prima che il tribunale cominci a lavorare. L’indagine, inizialmente diretta contro il regime siriano e i suoi principali aiutanti all’interno dell’apparato statale libanese, e poi screditata per un attimo dalla vicenda del “falso testimone”, ha preso una svolta decisiva solo dopo l’esumazione di un rapporto su una serie di telefonate effettuate il giorno dell’attentato. Uno sguardo ai principali episodi di questa soap opera.

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Il 14 febbraio 2005, l’ex primo ministro Rafik Hariri, che si era dimesso dal suo incarico quasi quattro mesi prima a causa delle tensioni con il presidente Emile Lahoud e la Siria, e che aveva annunciato l’intenzione di unificare l’opposizione antisiriana, viene ucciso in un attentato con un furgone bomba vicino a San Giorgio a Beirut mentre transitava il suo convoglio blindato.

Siria accusata, generali libanesi arrestati

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“Dopo l’attentato del 14 febbraio 2005, il regiime siriano, che esercita una tutela sul Libano e dal quale Rafik Hariri aveva preso le distanze nei mesi precedenti per unirsi all’opposizione, viene rapidamente individuato come possibile mandante Solo sette mesi prima, il 25 agosto 2004, il presidente siriano Bashar al-Assad aveva infatti minacciato Hariri, in visita a Damasco, di “distruggere il Libano”, mentre nei corridoi delle Nazioni Unite si stava preparando la risoluzione 1559, approvata il 2 settembre 2004, che chiedeva il rispetto della sovranità e dell’indipendenza politica del Libano, il ritiro di tutte le truppe straniere dal suo territorio e libere ed eque elezioni presidenziali.  In questo contesto, e non c’è da stupirsi, il regime di Damasco è stato rapidamente accusato dal 14 marzo e dalle le maggiori potenze occidentali di essere responsabile dell’attacco a Hariri. La Siria, da parte sua, nega ogni coinvolgimento e denuncia una politicizzazione dell’indagine, mentre Hezbollah incrimina Israele.

A causa della natura dell’attacco, un furgone-bomba nel cuore di Beirut, l’obiettivo e il paese in cui ha avuto luogo, il caso ha rapidamente assunto una dimensione internazionale. Il 24 febbraio 2005, 10 giorni dopo l’attacco, il Segretario generale dell’Onu  Kofi Annan invia una missione d’inchiesta guidata dal vice capo della polizia irlandese Peter Fitzgerald. Il suo rapporto, pubblicato un mese dopo, raccomandava un’indagine internazionale indipendente sull’attacco, in quanto le autorità libanesi vengono  ritenute incapaci di svolgere questo compito “per mancanza di mezzi o di volontà”.

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Il 7 aprile l’Onu istituisce una Commissione d’inchiesta internazionale indipendente (UNIIIC) in conformità alla risoluzione 1595 del Consiglio di sicurezza. La sua missione è di raccogliere prove e assistere le autorità libanesi nelle indagini sull’attentato del 14 febbraio 2005. A tal fine, il 13 giugno viene  stabilito un memorandum d’intesa tra il Libano e le Nazioni Unite, che ha deciso la cooperazione tra il Libano e la Commissione d’inchiesta internazionale.

Il presidente dell’UNIIIC è tedesco, l’investigatore Detlev Mehlis. I suoi primi rapporti sono come una bomba: l’investigatore incrimina i servizi segreti siriani e libanesi. Le conclusioni sconvolgenti di Mehlis fanno insorgere il campo filo-siriano. Tuttavia, il 30 agosto 2005, il direttore della Sicurezza Generale, Jamil Sayyed, il capo della Guardia Repubblicana, Mustafa Hamdan, il capo delle Forze di Sicurezza Interna, Ali Hajj, e il capo dei servizi segreti dell’esercito libanese, Raymond Azar, vengono incarcerati in Libano, accusati di complicità nella pianificazione e nell’esecuzione dell’attacco. Il 13 novembre 2007, a capo della Commissione d’inchiesta, il nuovo segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon nomina il giudice canadese Daniel Bellemare. Quest’ultimo divenne poi Procuratore Generale del TSL. È con questo giudice che l’inchiesta ha preso una svolta decisiva.”

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Il caso del falso testimone

“Questa indagine  – rimarca l’analista libanese – si era inizialmente concentrata sulla teoria del coinvolgimento siriano nell’assassinio di Rafik Hariri. Tuttavia, questa pista è scossa dal cosiddetto caso del ‘falso testimone’. Nel 2008, un testimone contro Damasco, Mohammad Zouheir Siddiq, un falso agente dei servizi segreti siriani presentato per un certo periodo come il testimone chiave dell’indagine condotta da Detlev Mehlis, scompare.  La sua testimonianza è invalidata a causa del suo pedigree. Anche altri testimoni chiave dell’investigatore capo tedesco, Houssam Houssam, Ibrahim Jarjoura, Akram Chakib Mrad e Abdel Basset Bani Aoudeh, hanno fatto invalidare le loro testimonianze, raccolte nel 2005 dalla Commissione Internazionale d’Inchiesta.

Questi “falsi testimoni”, tra cui il signor Siddiq, avevano incriminato i quattro generali libanesi incarcerati. Di fronte all’invalidazione delle loro testimonianze, il TSL ne ha ordinato il rilascio il 29 aprile 2009. L’episodio ha inferto un duro colpo alla credibilità dell’indagine.

Qualche mese dopo, la nuova svolta nel caso viene  da Saad Hariri, allora primo ministro. Il figlio di Hariri, in un’intervista al quotidiano panarabo Asharq al-Awsat del 6 settembre, dichiaradi aver commesso un “errore” nell’accusare la Siria di essere dietro l’omicidio di suo padre. Le indagini di Bellemare si stanno muovendo in una nuova direzione da diversi mesi… Il cappio ha cominciato a stringersi nel maggio 2009, quando il settimanale tedesco Der Spiegel rivela che la commissione d’inchiesta si sta dirigendo verso Hezbollah. Prendendo l’iniziativa, il 22 luglio 2010 il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah annuncia che i membri del suo partito sarebbero stati “ingiustamente” accusati. Questo solleva la questione del sostegno del governo libanese al TSL. Questa questione ha portato alla caduta del gabinetto di unità nazionale di Saad Hariri il 12 gennaio 2011. All’atto dell’assunzione del suo incarico, Daniel Bellemare aveva scoperto un rapporto fornito da un giovane funzionario specializzato dell’ISP, Wissam Eid, su una serie di telefonate effettuate prima e dopo l’attacco. Utilizzando antenne a relè e la geolocalizzazione dei telefoni cellulari, il rapporto di Wissam Eid mostra che alcuni dispositivi hanno seguito il percorso delle sei auto del convoglio di Rafik Hariri pochi minuti prima del suo assassinio. Questi telefoni hanno smesso di trasmettere due minuti prima dell’attacco. Non saranno mai più riattivati. Questa informazione cruciale non era mai stata sfruttata dagli investigatori prima d’ora.

A terribile conferma dell’importanza delle sue scoperte, l’agente Eid viene ucciso il 25 gennaio 2008 nell’esplosione di un’autobomba mentre il suo veicolo passava per Hazmiyé, mentre si recava alla sede della commissione d’inchiesta per ulteriori indagini. Questo attacco rafforza, nel sangue, la certezza degli investigatori di essere su una pista seria.

 

In base al rapporto di Wissam Eid, essi finiscono per identificare diverse reti di contatti telefonici, ognuna designata da un colore dagli investigatori: una rete di 8 telefoni, designata come rete rossa, sarebbe stata quella degli esecutori del 14 febbraio 2005; una rete di 15 telefoni, la rete blu, sarebbe stata utilizzata per monitorare i movimenti di Rafik Hariri diversi mesi prima dell’attacco, con il supporto, di volta in volta, di una rete gialla composta da 13 dispositivi, e di una rete verde composta da 18 telefoni, che, tra l’altro, ha permesso di supervisionare la falsa rivendicazione di responsabilità per l’attacco che è costato la vita a Rafik Hariri. Poche ore dopo questo attentato, una videocassetta viene inviata ad al-Jazeera,. In essa c’è la rivendicazione dell’attentato ad Hariri  da parte di un gruppo fittizio, “Victory and Jihad in Greater Syria”, attraverso un palestinese di nome Abu Adaas. – Pochi giorni dopo, il procuratore della TSL Daniel Bellemare  presenta un primo atto d’accusa, che sarà reso pubblico il 17 agosto 2011. I due principali imputati sono Moustafa Badreddine, descritto come la “mente” dell’attacco dagli investigatori, e Salim Ayache, accusato di essere stato a capo della squadra che ha effettuato l’attacco. Sono entrambi cognati di Imad Moghniye, comandante dell’ala militare di Hezbollah dal 1983 fino al suo assassinio a Damasco nel febbraio 2008. Altri due uomini, Hussein Oneissi e Assad Sabra, sono accusati di aver registrato il falso video di Abu Adass. Nel 2013 viene emesso  un mandato di arresto per quinto imputato, Hassan Merhi. Tutti questi individui, membri di Hezbollah, saranno processati in contumacia. Hezbollah, dal canto suo, si rifiuta di consegnare i sospetti al tribunale, frutto, secondo lui, di una cospirazione “israeloamericana”. Badreddine sarà ucciso in Siria nel 2016. Il processo in contumacia si apre il 16 gennaio 2014 a Leidschendam, un sobborgo dell’Aia, alla presenza, tra gli altri, di Saad Hariri e Jamil Sayyed. “Oggi è un giorno storico e Rafik Hariri e tutti i martiri erano presenti con noi al processo”, dice  Saad Hariri ai giornalisti a margine del processo. “Il corso della giustizia non si fermerà e nessuno può impedirgli di progredire. Il TSL ha aperto le prime pagine della vera giustizia e aprirà la strada alla fine dell’impunità e degli assassini politici”, aggiunge. “Siamo rimasti scioccati nell’apprendere del coinvolgimento di un gruppo libanese nell’assassinio di Rafik Hariri. Chiediamo che sia fatta giustizia, ma non chiediamo vendetta”, dichiara Saad.  “Il popolo libanese ha il diritto a questo processo e a conoscere la verità”, afferma il procuratore Norman Farrel nella sua dichiarazione di apertura”

Il processo è una macchina pesante. Più di 2.200 prove sono state aggiunte al fascicolo e più di 300 testimoni sono stati ascoltati, tra cui, nel 2015, Fouad Siniora, il leader druso Walid Joumblatt e l’ex ministro Marwan Hamadé, anch’egli vittima di un tentativo di omicidio nel 2004. La difesa farà appello all’ex presidente Emile Lahoud e a Jamil Sayyed nel giugno 2018.

 

Il 10 settembre 2018 iniziano  le udienze finali del processo Presente per l’occasione, Saad Hariri esorta a “fare giustizia”, escludendo ancora una volta qualsiasi spirito di vendetta. Il 14 settembre, il principale avvocato delle vittime dell’attentato del 14 febbraio 2005, afferma che Hezbollah era “la mano” di Damasco in Libano. Le udienze finali si sono concluse il 21 settembre, con le arringhe finali dell’accusa e della difesa. La Corte  è poi entrata in delibera.

Il 18 settembre 2019, il TSL ha annunciato di aver emesso un mandato di arresto, trasmesso alle autorità libanesi, per Salim Ayache, accusato di essere responsabile dell’assassinio di Georges Haoui e dei tentativi, non andati a segno, contro Marwan Hamadé e Elias Murr.

“Da quel momento in poi – ricorda Julien Abi Ramaia –  circolano regolarmente voci sulla data del verdetto. Ogni volta il Libano trattiene il respiro. Il 10 luglio, mentre il Libano continua a sprofondare in una grave crisi economica e finanziaria, aggravata dalla pandemia di Covid-19, il TSL annuncia che pronuncerà il suo giudizio il 7 agosto 2020. Ma tre giorni prima di questa data, una doppia esplosione al porto di Beirut ha fatto sprofondare il Libano in uno stato di sprostrazione. Di fronte all’entità della tragedia (oltre 170 morti secondo ll’ultimo bilancio ufficiale, oltre 6.000 feriti e colossali danni materiali al porto e a diversi distretti della capitale), il TSL ha deciso che l’annuncio del verdetto è  rinviato al 18 agosto. Sarà resa in un’aula di tribunale con “parziale partecipazione virtuale” a causa della pandemia di Covid-19.

Già il 14 agosto, il leader di Hizbollah Hassan Nasrallah, in un discorso televisivo che non si sarebbe preoccupato del verdetto del TSL. “Per noi sarà come se la decisione non fosse stata annunciata”, anticipa. “Se i nostri fratelli saranno ingiustamente condannati, come ci aspettiamo, rimarremo convinti della  loro innocenza”, dice  Nasrallah, ricordando che aveva già respinto le decisioni del TSL in passato.

Ma così non la pensano quanti da quindici anni attendono verità e giustizia sull’assassinio dell’uomo che aveva osato sfidare il “macellaio di Damasco”, Bashar al-Assad, in nome di un Libano indipendente, non più alla mercé del padrone siriano e dei suoi sicari libanesi. 

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