La Birmania nega le accuse: i Rohingya vogliono uno stato islamico indipendente
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La Birmania nega le accuse: i Rohingya vogliono uno stato islamico indipendente

Aung San Suu Kyi nega la repressione e accusa la Turchia di diffondere informazioni false. Ma la gente fugge e sono persone reali

Aung San Suu Kyi e Erdogna
Aung San Suu Kyi e Erdogna
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6 Settembre 2017 - 19.46


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La leader birmana Aung San Suu Kyi respinge le accuse di repressione – qualcuno si è spinto a parlare di genocidio – nei confronti della minoranza musulmana e parla di campagna di disinformazione che alimenta le paure e la crisi dei profughi.

In una telefonata al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, suo principale accusatore, Aung ha affermato che il suo governo sta difendendo “tutti i cittadini” dello stato occidentale del Rakhine. E ha spiegato che il vicepremier turco Mehmet Simsek ha postato foto di Rohingya morti ma non collegati alla crisi in atto. Questa disinformazione, ha ammonito, aiuta a promuovere gli interessi dei “terroristi”: un riferimento all’attentato del 25 agosto rivendicato dai ribelli dell’Esercito Arakan per la salvezza dei Rohingya (Arsa) che ha scatenato il giro di vite e la repressione militare nei confronti di una minoranza comunque da sempre discriminata. A dare manforte alla leader birmana, il Consigliere per la sicurezza nazionale Thaung Tun che ha accusato l’Arsa di volere “uno stato islamico indipendente dalla nostra nazione a forte maggioranza buddhista.

Le forze armate stanno usando il massimo della moderazione nelle operazioni militari contro di loro”, cercando di “salvaguardare i civili innocenti”. Oltre alle accuse da parte internazionale di aver sparato indiscriminatamente contro i civili, resta il fatto che almeno 400 Rohingya sono morti in pochi giorni. Intanto la Turchia prosegue l’aiuto umanitario ai profughi. Dopo una prima spedizione di generi di prima necessita’, Ankara inviera’ altre 10 mila tonnellate nei campi allestiti nelle zone di confine in Bangladesh. Oltre agli aiuti, nei campi profughi arriveranno la moglie di Erdogan, Emine, e il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu. Ma c’e’ anche chi non e’ riuscito ad arrivare in Bangladesh, bloccato nella terra di nessuno tra i due Paesi. E il ministro degli Esteri norvegese Borge Brende ha lanciato un appello ad Aung perche’ permetta alle organizzazioni umanitarie di distribuire aiuti alle popolazioni Rohingya intrappolate. “Le autorita’, con la leadership di Aung San Suu Kyi, – ha detto – hanno la precisa responsabilita’ di proteggere i civili dagli abusi, di fermare la violenza e di garantire accesso umanitario”.

Oggi, intanto, nel Golfo del Bengala si e’ rovesciato un barcone che aveva a bordo una trentina di Rohingya in fuga. Sono morti in cinque.

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