«Brillante, tenace, imperturbabile, corretta»: così amici e colleghi dipingono Ann M. Donnelly, 57 anni, la giudice federale nominata da Barack Obama che ha ‘fermato’ il presidente Donald Trump nella sua offensiva contro l’immigrazione, facendolo scontrare per la prima volta con i contrappesi della democrazia.
Nata in Michigan, uno degli Stati che ha votato il tycoon, due lauree, sposata e con due figlie, Donnelly ha alle spalle una lunga carriera nella magistratura americana, dove ha lavorato sia come procuratore che come giudice, nel distretto di New York, la città del presidente.
Tra i casi in cui si è distinta, il processo che ha portato alla condanna di Dennis Kozlowski, il chief executive di Tyco condannato nel 2005 per aver sottratto alla società circa 100 milioni di dollari. Ha ricoperto anche l’incarico di responsabile dell’ufficio preposto alle violenze familiari e agli abusi sui minori.
Nel 2015 è stata nominata giudice federale da Obama e confermata dal Senato quasi all’unanimità (95-2), a dimostrazione della stima bipartisan di cui gode. A ‘raccomandarla’, secondo i media americani, è stato il senatore Charles Schumer, amico di famiglia ed ora leader della minoranza democratica al Senato, in prima linea contro il giro di vite di Donald Trump sugli immigrati.
Per ora nessuno le ha mosso accuse di partigianeria o ‘collateralismo’ per la decisione che l’ha proiettata sulla ribalta internazionale. E’ stata lei ad esaminare il ricorso di due iracheni fermati e detenuti all’aeroporto Jfk di New York in base all’ordine esecutivo del presidente, nonostante i loro legami diretti e indiretti con il governo americano.
Con un provvedimento valido su tutto il territorio nazionale, il giudice ha deciso che nessun rifugiato, nessun titolare di visto e nessun viaggiatore proveniente dai sette Paesi islamici banditi può essere rispedito indietro, per evitare «danni irreparabili».
Donnelly non è entrata nel merito di una possibile incostituzionalità dell’ordine esecutivo e ha fissato un’udienza in febbraio. Ora il caso potrebbe arrivare alla Corte suprema.
Argomenti: donald trump