Dalla modernità alla tragedia, dalla ricchezza all'Isis: l'angoscia di Erbil
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Dalla modernità alla tragedia, dalla ricchezza all'Isis: l'angoscia di Erbil

Ecco una pagina del diario di un cooperante Focsiv dall'Iraq. In questo scenario già drammarico di guerra si inserisce la condizione tragica di rifugiati e sfollati.

Dalla modernità alla tragedia, dalla ricchezza all'Isis: l'angoscia di Erbil
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23 Agosto 2014 - 18.05


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di Terry Dutto

Filo diretto con l’Iraq. Inizia oggi una stretta corrispondenza da Erbil con Teresio (Terry) Dutto, cooperante Focsiv da poco tempo in Medio Oriente. Una sorta di diario per cercare di capire cosa sta succedendo in quelle terre e le dinamiche di una situazione decisamente critica.
Teresio (Terry) Dutto è cuneese ma abita nei pressi di Roma dal 1992, al secondo rientro dall’Africa.

Sposato, tre figli, vanta una lunga esperienza di volontariato internazionale e si è laureato alla Lumsa con una tesi sulla povertà. Tra le altre cose, dal 2003 è consulente –Ufficio Emergenze Estero di Caritas Italiana con incarichi all’estero nelle località di crisi e nelle emergenze internazionali: Albania,Bosnia, Armenia, Moldova, Ossezia del Sud, Beslan-Russia, Ossezia del Nord, Iran terremoto di Bam, Tsunami in India e Indonesia, con tutto quanto questi incarichi comportavano. Nel 2012 è diventato responsabile del progetto di costruzione di una scuola presso l’orfanotrofio St. Marcellin Village di Harare, Zimbabwe per l’associazione Spagnolli-Bazzoni di Rovereto . Dall’inizio di agosto 2014 coinvolto nella proposta di Focsiv per l’avvio del progetto in Iraq a favore delle minoranze cristiane, yazidi, turcomanne in Kurdistan con base in Erbil.


Ecco la prima “pagina” del suo diario.
Dalla modernità alla tragedia

Erbil é una città moderna, si potrebbe dire modernissima vedendo le numerose torri di cemento svettanti sull’orizzonte della città. Ma da gennaio di quest’anno El Maliki, da primo ministro dell’Iraq qual era, ha chiuso i rubinetti, bloccando il denaro proveniente dal petrolio iracheno. Il governatore del Kurdistan ha dovuto bloccare immensi lavori e attività pubbliche arrivando persino a ridurre drasticamente il personale. Nel giro di pochissimo tempo le immense colate di cemento si sono fermate. Questo scenario visto da vicino crea un senso di impotenza e di angoscia. La disoccupazione è diventata un problema immenso per il Kurdistan già prima della tragedia jiadista dell’Isis.

Ma di questo nessuno dice nulla, anche se risulta evidente parlando con i nuovi disoccupati, spaventati di quello che potrà succedere se la crisi continuerà, dal momento che molti hanno anche cambiato residenza per arrivare nella Erbil moderna, dove la ricchezza era in vorticoso aumento fino alla fine del 2013.
Purtroppo però le istituzioni delle Nazioni Unite non considerano queste realtà di precarietà quotidiana e dunque non sono stati pensati interventi, personale o mezzi per affrontarla, mentre sono previsti invece per profughi e sfollati. Questi fattori socio-economici di disagio sono passati in secondo piano rispetto alla necessità di fornire aiuti al Kurdistan per sostenere i circa due milioni di persone, rifugiati dalla Siria e sfollati dai villaggi e città irakene invase dall’Isis. Gli sfollati hanno dovuto trovare sistemazioni di fortuna in campi attrezzati dall’Unhcr e ora ricevono aiuti internazionali provenienti da ogni parte del mondo. E’ questo l’effetto della comunicazione dei mass media mondiali, dove su tutti i giornali ed i telegiornali, si vedono fotografie e commenti sulle condizioni degli yazidi, dei cattolici, dei turcomanni con tutte le notizie e gli aggiornamenti sullo scontro armato tra i militari dell’esercito iracheno e i pashmerga, animosi e molto attivi componenti dell’esercito del Kurdistan, pagati poco, ma molto orgogliosi di poter difendere la loro terra.

Certamente la situazione dei rifugiati e degli sfollati è tragica. Si vive questa sensazione soprattutto se si va nei campi a parlare con le persone che, dopo il loro esodo, attendono che qualcosa accada. Ci sono bambini tutt’intorno, giovani che si radunano in piccoli gruppi, adulti che restano in attesa delle distribuzioni.

Il presidente, i governatori regionali e i sindaci delle città libere del Kurdistan hanno chiesto alle istituzioni delle Nazioni Unite di coordinare meglio le operazioni e hanno ricevuto di rimando la richiesta di definire le aree da destinare all’allestimento dei campi di raccolta. La decisione presa è stata quella di allestire 14 campi, migliorando le condizioni di quelli che già avevano accolto l’esodo dei rifugiati siriani nel 2012.
Il numero di persone crescente e l’esodo di intere famiglie, senza alcun coordinamento, senza una strategia hanno sconvolto il sistema. I problemi nelle città libere del Kurdistan, in particolare Ermil e Zahko, sono enormi: gli sfollati hanno riempito oltre 600 scuole, stadi, palestre, palazzi in costruzione.

Abbiamo visitato una scuola in Dahuk e possiamo dare una testimonianza su quanto sarà difficile spostare le persone che vivono all’interno degli istituti per permettere l’inizio dell’anno scolastico. Si tratta di spostare centinaia di persone da luoghi sicuri, con luce elettrica e acqua corrente, a campi profughi in cui li attende solo una tenda. Durante la visita ai campi tra Dohuk e Zakho c’è stato un forte vento constante e tempeste di sabbia, e questa è la condizione normale di quella zona montagnosa, che d’inverno diventa una distesa di terra fredda, ghiacciata, con temperature che arrivano sotto lo zero.

Questi spostamenti moltiplicheranno gli effetti definiti “Ptsd – Post Traumatic Stress Disorder” (disturbo da stress post-traumatico) e se non verranno affrontati tempestivamente da personale specializzato, potrebbe provocare un aumento dei suicidi, soprattutto tra i giovani, che non riescono a sopportare la frustrazione che l’inattività nei campi di raccolta impone loro.
Il lato positivo è che nonostante ci si trovi in questa situazione, le persone sanno gestire la situazione dei campi di raccolta, grazie anche al lavoro dei giovani e delle donne. Per questo la proposta di allestire centri ricreativi per giovani e bambini così come di assistenza alle donne presso i campi, deve essere attuata con urgenza. Sono infatti bambini o ragazzi circa il 50% della popolazione mentre le donne formano un buon 30% del totale superando in gran numero gli uomini.

La Focsiv vuole sostenere le iniziative delle grandi istituzioni internazionali. Adesso si tratta di avviare i progetti indicati nel documento che verrà approvato, partendo da persone qualificate. La proposta include l’avvio di corsi di Training of Trainers – Formazione di Formatori, con l’inclusione di personale locale iracheno e l’inserimento di un numero importante di persone che vivono nei campi, che si inseriranno nelle attività.
Questo inserimento permetterà agli operatori della Focsiv di vivere intensamente e da vicino la vita delle persone che hanno perduto ogni cosa, per raccoglierne le paure, le visioni, le speranze, i programmi, per avere una conoscenza sempre più intima della situazione ed essere sempre di più in grado di fornire loro l’”elemento mancante” per ottenere una svolta anche se piccola, ma positiva della qualità della vita.

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