“La nostra è una rivoluzione totalmente pacifica contro un regime che si nutre di povertà e di guerra e che in 9 mesi ha fatto oltre 21.000 vittime tra morti e feriti”. Tawakul Karman, premio Nobel per la pace ed eroina della Primavera Araba, lo ha ribadito con forza ieri a Parigi nel corso di una conferenza stampa organizzata dalla Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) e dal Club della Stampa Araba di Parigi (CPA). “Noi chiediamo alla comunità internazionale di reagire – ha detto Tawakul Karman – e di usare le stesse misure che si sono usate in Egitto e Tunisia, i cui tiranni si sono visti congelare tutti i propri beni. Con quei soldi infatti il regime paga mercenari per massacrare il nostro popolo”. Più tardi Karman ha anche incontrato il ministro degli esteri francese Alain Juppé al quale ha ribadito la sua richiesta ricevendo da quest’ultimo rassicurazioni: “Studieremo questa soluzione nel più breve tempo possibile – ha detto Juppé – ne parleremo nei dettagli lunedì prossimo a Bruxelles”. Giornalista, militante della prima ora per i diritti delle donne e per la libertà di espressione, Tawakul Karman ha giocato un ruolo di primo piano sin dalle prime contestazioni studentesche scoppiate nell’Università di Sanaa nel Gennaio scorso e nelle successive rivolte che da oltre nove mesi chiedono le dimissioni del dittatore Ali Abdallah Saleh, al potere nello Yemen da 33 anni.
Giovani, tribù e pasionarie: una miscela esplosiva per Saleh
“La nostra è una terra ricca – ha proseguito Tawakul Karman – che un dittatore ha impoverito e trasformato in un’immensa proprietà privata. Grazie però alla nostra gioventù, che lotta incessantemente da nove mesi, il popolo yemenita si è risvegliato ed ha riscoperto la propria libertà”. Secondo la Karman la rivoluzione pacifica yemenita ha permesso di riunificare tutte le principali tribù “per decenni sapientemente divise e messe l’una contro l’altra” tanto che si può addirittura parlare della rivoluzione come terreno della “riconciliazione”. Il nemico comune, manco a dirlo, è quello stesso potere corrotto che ha contribuito ad armarle e a tenerle divise per 30 anni. La rivoluzione ha poi per Tawakul Karman anche risvolti prettamente sociali in quanto ha permesso di scardinare abitudini e consuetudini create artificialmente in 30 anni di dittatura. Come esempio, il premio Nobel cita il ruolo che si sono ritagliate le donne nel movimento di rivolta: “Per decenni ci hanno voluto imporre l’immagine di una donna passiva, che resta a casa o che passa dalla casa del padre alla casa del marito concentrandosi nel mentre solo su attività marginali. Ora le donne yemenite sono fiere di partecipare attivamente alla lotta per conquistare la nostra libertà”. E a chi le chiede se non teme una deriva islamica, come accaduto in Tunisia, Karman risponde: “Noi crediamo nei valori della democrazia, dei diritti umani e lottiamo per creare uno stato civile che si basi sulla sovranità popolare e sul principio di cittadinanza”. Questo vale per anche per altri paesi attraversati dalla Primavera Araba: “Le rivolte nel mondo arabo sono rivolte giuste volute dalle società civili e compiute grazie ai giovani. La caduta dei tiranni non rappresenta la fine della rivoluzione ma solo il suo inizio. Per questo noi non dobbiamo temere le derive islamiche. Noi lottiamo solo per un mondo di pace e libero dalla paura”.
La FIDH prepara fascicolo da inviare alla Corte Penale dell’Aia
Intanto la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH), per bocca della sua presidente Souhayr Bekhassen, fa sapere di star preparando un fascicolo da spedire alla Corte Penale Internazionale dell’Aia (CPI) per chiedere l’incriminazione di Saleh per crimini di guerra e crimini contro l’umanità: “In quanto tunisina e donna sono doppiamente fiera di sostenere la lotta di Tawakul Karman e del popolo yemenita – ha detto la Bekhassen – La comunità internazionale deve reagire. Noi chiediamo la creazione di una commissione d’inchiesta indipendente sulle violazioni dei diritti umani e sui massacri compiuti dal regime di Saleh a danno del popolo yemenita”.
Il 21 Ottobre scorso l’ONU ha adottato una risoluzione (2014) per spingere Saleh a firmare il piano formulato dalle monarchie arabe del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), una sorta di road map che prevede una transizione democratica e pacifica del potere. La risoluzione, che prevede le dimissioni di Saleh in cambio della sua immunità, è stata firmata solo dall’opposizione e dal partito del presidente ma non dal presidente stesso che cerca di guadagnare tempo in attesa di concordare con l’opposizione una data per indire le elezioni. Manca poi una firma principale, come ricorda la Bekhassen, “quella dei giovani rivoluzionari che per ora nessuno ha chiamato in causa”. E questo, in un paese in cui la rivolta la stanno facendo proprio i giovani, appare come un stridente paradosso.