Najib Mikati, musulmano sunnita, uomo d’affari tra i milionari della lista Forbes, era stato nominato Primo Ministro il 25 gennaio scorso, con la benedizione di Hezbollah. Al PM, ci sono voluti circa cinque mesi di negoziazioni per formare il suo governo: composto da 30 membri provenienti da Hezbollah, Amal, sostenitori di Walid Jumblatt, e il Movimento di Riforma e Cambiamento di Michel Aoun. La composizione del nuovo governo suggerisce che le divisioni tra gli avversari libanesi sono ormai incolmabili. Se il nuovo gabinetto simpatizza per Iran e Siria, la nuova opposizione, capeggiata dall’Alleanza del 14 marzo è etichettata come pro-occidentale.
Il governo di Mikati si è dovuto confrontare con vari problemi al suo arrivo: dalla corruzione nei dipartimenti governativi all’inadeguatezza dei servizi sanitari e dell’istruzione. Il nuovo governo ha anche ereditato un debito pubblico di 50 miliardi di dollari; esso ha promesso di tagliare le spese, aumentare le rendite e introdurre “riforme strutturali nel sistema di tassazione”. Attualmente, il Paese è in una profonda crisi socio-economica. Anni di controversie politiche hanno bloccato il progresso economico del Paese.
Sessantotto legislatori – su un parlamento di 128 seggi – hanno votato lo scorso 7 luglio per il Gabinetto, dominato da ministri del movimento shi’ita di Hezbollah e dai suoi alleati. I sostenitori dell’ex PM Saad Hariri – che non ha partecipato alla seduta per motivi di sicurezza (è ancora a Parigi a causa delle minacce di morte ricevute) – sono usciti dall’aula di Beirut all’inizio delle votazioni. Commentando il gesto, il portavoce del Parlamento Nabih Berri ha affermato: “È un loro diritto democratico, se questa è la loro scelta”.
I legislatori hanno votato dopo ben tre giorni di dibattito sul programma del nuovo Gabinetto. Il documento del governo di Mikati comprende, infatti, un’ambigua clausola che asserisce che il Libano rispetterà le risoluzioni internazionali “a meno che esse non minaccino la pace e la stabilità”. Questa era la clausola pertinente al Tribunale Speciale per il Libano (Special Tribunal for Lebanon – STL – sostenuto dalle Nazioni Unite), che rappresentava la preoccupazione maggiore per l’opposizione: 14. Il nostro governo rispetta le risoluzioni internazionali, dunque è incline a rivelare ed esporre la verità sul crimine dell’assassinio del martire Primo Ministro Rafik Hariri e dei suoi compagni. Il governo seguirà il progresso del Tribunale Speciale per il Libano che era stato fondato, inizialmente, per raggiungere rettitudine e giustizia, senza politicizzazione o vendetta, e senza alcun impatto negativo sulla stabilità, l’unità e la pace civile del Libano.
Mikati ha affermato che il suo gabinetto continuerà a cooperare con il Tribunale Speciale per il Libano per l’assassinio dell’ex PM Rafiq Hariri. L’opposizione guidata dall’ex premier Saad Hariri – figlio di Rafiq – aveva chiesto al neo PM, infatti, di dichiarare apertamente il suo impegno con il tribunale, davanti al Parlamento.
Il Tribunale Speciale ha confermato – lo scorso 7 luglio – le accuse per l’omicidio dell’ex; una delegazione del tribunale, lo stesso giorno ha incontrato l’accusatore di stato del Libano, Said Mirza, consegnandogli una copia della porzione di accusa libanese e gli avvisi di garanzia. Due dei sospettati per l’omicidio, Mustafa Badreddine (cognato del comandante di Hezbollah, Imad Mughniyeh, assassinato tre anni fa a Damasco) e Salim Ayyash sono membri senior del partito di Hezbollah, sostenuto da Iran e Siria, mentre gli altri due membri di Hezbollah, Hassan Aneissy – anche noto come Hassan Issa – e Assad Sabra hanno giocato un ruolo di supporto chiave nell’esecuzione dell’assassinio.
Sayyed Hassan Nasrallah, leader del gruppo militante di Hezbollah, spalleggiato da Siria e Iran ha tacciato il Tribunale (STL) di cospirare con gli USA e Israele. Egli ha riferito recentemente che il partito non coopererà con il tribunale, ha confermato che i quattro sospettati sono membri di Hezbollah e ha affermato che dubita che essi saranno mai trovati.
Il Tribunale Speciale ha avviato una profonda crisi politica in Libano, portando – nel gennaio scorso – al collasso del governo di Saad Hariri, spalleggiato dall’occidente. Hariri fu ucciso con altre 22 persone con una bomba nelle strade di Beirut. Da allora il Paese ha assistito ad altri assassini politici, una guerra di un mese tra Israele e Hezbollah nel 2006 e a sommosse civili negli ultimi giorni, nelle quali hanno perso la vita almeno 80 persone. La disputa sul coinvolgimento del Libano nel tribunale minaccia un ritorno alla violenza settaria in un Paese che nel 1990 è uscito da una guerra civile durata 15 anni.