di Luisa Marini
Lunedì pomeriggio a Siena fa molto caldo, ma alcuni arrivano anche da fuori per seguire uno di quei convegni che, di questi tempi, sono necessari: “Dare peso alle parole: decostruire i linguaggi odiosi, promuovere le parole della democrazia”. Organizzato dai CUG delle Università di Siena e Firenze, l’incontro ha fatto qualcosa di semplice e potente: far riflettere, acquisire consapevolezza, parlare di strategie di contrasto pro-democrazia.
Vera Gheno, nota linguista e attivista, ha chiarito anzitutto la scelta di definire come odioso il linguaggio “d’odio” al fine di connotarlo più chiaramente in relazione alla persona che lo riceve e alla normalizzazione operata da chi lo usa, perché le ingiustizie passano anzitutto dalle parole. Nel suo intervento intitolato “Quando le ingiustizie passano dalle parole” la Gheno parte da una domanda che contiene un’immagine potente: “Quali sono i tavolini su cui si costruisce la lingua e quali sono quelli ignorati?” La risposta è che dipende dal potere che si detiene. Per questo, Donald Trump può affermare che esistano solo il sesso maschile e femminile, mentre sulla rivista Nature, già 11 anni fa, in un articolo della biologa e giornalista scientifica Claire Ainsworth, si affermava come questa idea fosse semplicistica e che esista in realtà uno spettro ben più ampio di genere; Trump diventa fonte autorevole grazie al suo potere, che diventa anche quello di creare con le parole, quando l’idea diffusa è che chi si definisce woke abbia la tendenza a manipolare il linguaggio in maniera innaturale.
La famosa ruota del potere (nella foto) ci mostra come questo diminuisca man mano che ci si sposta verso i margini della ruota: nella società mondiale, ciò che viene percepito come “normale” conquista un giudizio di merito, a scapito di chi è diverso e dunque marginalizzato; chi sta al centro della ruota, invece, “ha più tavolino“. Il concetto di intersezionalità spiega come le diverse forme di disuguaglianza e discriminazione (come genere, etnia, classe sociale, orientamento sessuale e disabilità) non agiscano separatamente, ma si sovrappongano, creando esperienze uniche e complesse di discriminazione.
Le proposte pratiche di Vera Gheno vanno dalla relativizzazione del proprio punto di vista, al comprendere il ruolo delle comunità marginalizzate nei processi di risignificazione; dal fare caso alle proprie parole più che a quelle usate dalle altre persone, alla difesa del ruolo della scuola.
Si va poi “Oltre le parole. Ecologie della violenza digitale tra linguaggi, immagini e algoritmi” con l’intervento online di Silvia Semenzin da Barcellona (giovane sociologa che insegna all’Università della Catalogna ed è ricercatrice sulla misoginia digitale, autrice del recente “Internet non è un posto per femmine”), in cui si confrontano realtà e virtuale e la normalizzazione della violenza di genere in ambito digitale. Si tratta ormai di un fenomeno sistemico, intrecciato e distribuito tra strati eterogenei: verbale, visuale, algoritmico, relazionale. Si va dal linguaggio misogino fatto di attacchi verbali, oggettificazione, rating delle vittime, alle immagini non consensuali e relativa oggettificazione e deepfake, alla sorveglianza digitale, le pratiche maschili collettive omosociali (misoginia organizzata) all’architettura della piattaforma (ad esempio con l’assenza di moderazione). Tale complessità ci sfida – dice la Semenzin – a ripensare le categorie stesse con cui studiamo il rapporto tra linguaggio e violenza.
Si va addirittura “Oltre lo stigma: processi di razzializzazione genderizzata e contronarrazioni possibili” con Zoran Lapov dell’Università di Firenze, il quale parte dal concetto di normalità come norma per spiegare la connessione allo stereotipo, parlare di pensiero al femminile e prospettiva pedagogica, interculturalità che non divide, intersezionalità e prospettiva coloniale, in cui certe riproposte linguistiche producono sofferenze che diventano vere e proprie violenze.
Lapov suggerisce la lettura di alcune scrittrici donne: Anina Ciuciu, Chimamanda Ngozi Adichie, Igiaba Scego, Takoua Ben Mohamed, Randa Ghazy. Infine, mostra un video significativo della psichiatra, scrittrice e attivista femminista egiziana Nawal El Saadawi che parla della democrazia che non può esistere realmente in presenza di dogmi religiosi, imperialismo e capitalismo, poiché questi sistemi si basano sullo sfruttamento anziché sul rispetto della volontà del popolo.
Debora Barletta, attivistadella Rete Nazionale per il Contrasto ai Discorsi e ai Fenomeni dell’odio e attivista di No Hate Speech Movement Italia, nel suo “Riempire il vuoto. Odio giovanile, parole e responsabilità adulte” parte da una definizione di “essere giovani” difficile da trovare perché si tratta del gruppo intersezionale per eccellenza che subisce ingiustizia epistemica. Le definizioni di gioventù vanno da “un periodo di transizione dalla dipendenza dell’infanzia all’indipendenza dell’età adulta”, dunque una categoria fluida, a quella dell’Unione Europea che la definisce “un’età di passaggio da un ambiente protetto al rischio”; ma la narrazione ironica che “la giovinezza è un problema, ma passa” non è accettabile, perché essa è connotata di giorno in giorno sempre più da forme di violenza nuove e distruttive, e alla domanda “come mai?” Barletta risponde partendo dalla pandemia da Covid-19, che non ha avuto un’elaborazione collettiva, ma ha creato molti danni allo sviluppo di bambini e adolescenti, i quali sono stati oltretutto oggetto di campagne pubblicitarie piuttosto aggressive; a questo si aggiunga che i fondi del PNRR sono stati destinati loro solo per un misero 5%, chiara mancanza di volontà politica di aiutarli.
I giovani lamentano che nelle città non ci sono più spazi liberi da vivere, in cui non ci sia una spinta al consumo. L’analisi di Barletta indica la presenza di “vuoti” che significano assenza e privazione, e l’odio si nutre di questi vuoti, elabora emozioni negative (di per sé anche legittime), e si poggia su strutture oppressive. La poesia “L’odio” di Wislawa Szymborska lo descrive benissimo. Molti giovani oggi si esprimono per volontà distruttiva, per rigetto di questo vuoto, e spaventa l’abbassamento dell’età, l’accozzaglia di ideologie a cui dicono di rifarsi, soprattutto il suprematismo di destra, il loro essere incel, la cancellazione del senso. Questo fenomeno è chiamato nichilismo misantropico. Il rimedio prospettato da Barletta ha questi ingredienti: affrontare – noi adulti – i loro vuoti, le loro cause umane; fare prevenzione con la presenza, chiedersi chi sono i giovani di oggi, dare loro spazio. Vietare i social secondo lei non serve, c’è bisogno invece di educazione digitale e ai diritti umani. I giovani hanno già dimostrato che, quando hanno una piattaforma, sanno organizzarsi. Va chiesta dunque un’azione politica concreta a loro favore.
Termina il giro di riflessioni la professoressa Patrizia Marti (docente di Experience Design, Design Thinking e Interazione Uomo-Macchina presso il Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena) con “Le parole mancanti dell’IA: genere, rappresentazione e bias nei modelli linguistici”. Di fronte alla generazione testuale da parte degli LLM – spiega la Marti – ci dobbiamo domandare “Quali sono le parole? Quali mancano?”. Intere categorie di persone risultano invisibili in questo contesto, perché i principali sistemi generativi di Intelligenza Artificiale apprendono i pregiudizi, riproducono stereotipi di genere e bias culturali, li normalizzano e talvolta li amplificano, come evidenziato nel recente rapporto UNESCO “Challenging Systemic Prejudices” (2024).
Se le parole dell’odio rendono esplicita l’esclusione – sottolinea Marti – gli LLM ci mostrano qualcosa di più sottile: come le disuguaglianze, incorporate nelle infrastrutture linguistiche che oggi mediano la produzione di conoscenza, possano diventare invisibili. I bias non rimangono confinati nel testo: le parole diventano immagini e oggetti, le immagini diventano immaginario sociale. Oggi si registra la mancanza delle lingue minoritarie, delle esperienze femminili, delle prospettive non occidentali, della diversità di genere, cultura, competenze tra le persone che sviluppano gli algoritmi. Si torna alla ruota del potere dell’inizio. Per questo, la questione non riguarda solo l’accuratezza tecnica, ma la qualità democratica degli ecosistemi digitali, che richiede una pluralità di voci. La sfida, conclude la Marti, non è soltanto correggere parole sbagliate, ma costruire sistemi capaci di riconoscere ciò che manca; i modelli non comprendono, ma è la mente umana a dare un senso al discorso dell’Intelligenza Artificiale. Solo grazie alla raccolta di dati inclusivi, a audit e governance, a gruppi interdisciplinari in cui siano presenti anche esperti di scienze umane, sottolinea, lo sviluppo delle Intelligenze Artificiali potrà avvenire in modo virtuoso.