Chi pensa e parla troppo di se stesso non annuncia il Signore ma spesso parla a vanvera
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Chi pensa e parla troppo di se stesso non annuncia il Signore ma spesso parla a vanvera

L'inizio del Vangelo di Marco è quasi uno scandalo per quanto è scarno, asciutto, essenziale. Di per sé è un grande monito al nostro parlare e parlare, e spesso a vanvera

Chi pensa e parla troppo di se stesso non annuncia il Signore ma spesso parla a vanvera
San Giuovanni Battista
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Rocco D'Ambrosio Modifica articolo

9 Dicembre 2023 - 14.54


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Il Vangelo odierno: Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». 
(Mc 1, 1-8 – II Avvento B).

Sono tempi di “infodemia”, cioè di una velocità elevata nella diffusione di falsità, specie sui social. E prendiamo sempre più coscienza di come non abbiamo molti mezzi per difenderci da malsane diffusioni di notizie, se non il buon senso, lo studio, la ricerca e il confronto con amici esperti. In questo mondo, che ha tante parole e tanti mezzi per diffonderle, l’inizio del Vangelo di Marco è quasi uno scandalo per quanto è scarno, asciutto, essenziale. Di per sé è un grande monito al nostro parlare e parlare, e spesso a vanvera. 

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Nel testo evangelico troviamo poche parole per riprendere una tradizione ebraica millenaria: il profeta è inviato per preparare a eventi salvifici, per raddrizzare sentieri, per riportare la gente a Dio. Non parla di sé; non fa pubblicità al proprio orto; non è autoreferenziale; non ha paura di umiliarsi, anzi desidera abbassarsi perché sia chiaro che: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali”. Sembra quasi che senza umiltà (del profeta) non c’è autentica profezia: chi pensa troppo a se stesso e parla troppo di se stesso alla fine non annuncia il Signore, il “dito” del suo cuore e della sua mente non indica l’Altro ma se stesso, sempre e comunque se stesso; fino a diventare stucchevole e insopportabile, quanto deleterio.

L’autentico profeta prepara la visita di un Altro. La visita per eccellenza: quella del Signore Gesù. Il rischio di essere retorici o moralistici, in materia, è molto alto. Preparare la visita del Signore è un’opera difficile. Qualche volta ci illudiamo che bastano due preghiere e due piccoli sacrifici (o “fioretti”, come si diceva una volta) per essere pronti. E’ giusto così? Non penso proprio. 

Attendere è un lavoro in profondità. E’ una sorta di liberazione da se stesso: bisogna spostare il cuore e la mente, gli occhi e le braccia verso un altro, più grande e più importante di me, nonostante le distrazioni piccole e grandi che abbiamo. Sono queste distrazioni a spostare lo sguardo interiore dall’attesa del Signore all’attesa di cose, progetti, situazioni, incontri. Ad iniziare da ciò che è negativo – ciò che chiamiamo tentazioni – che ci allontana dal Buon Dio in maniera determinante. Ma anche anche ciò che è positivo ci può prendere così tanto da dimenticare il Signore, da metterlo in secondo piano. Pensiamo spesso e tanto alla famiglia, alle nostre relazioni, al lavoro, all’impegno sociale o politico e cosi via. Chiediamoci: come si sarebbe comportato il Battista tra queste distrazioni negative e positive, lui che avevo lo sguardo fisso su “Colui che viene dopo di me ed è più forte di me”?

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Forse è un po’ lunga – e me ne scuso – ma la lettera a Riviere (1907) di Paul Claudel potrebbe aiutarci a riflettere sul fatto che attendere e ricercare il Signore è una cosa seria. E come tutte le cose serie ha anche le sue prove, insieme alle sue gioie. Il linguaggio di Claudel non è molto moderno, ma la sostanza è quella, è sempre quella. Eccola: “Siate mio fratello, siate con me. Venite a Dio che vi chiama. Lo so, è un momento di angoscia terribile, ma occorre farlo. Vi sono tante cose che vi paiono infinitamente dolci o terribilmente desiderabili, a cui dovete rinunciare. E d’altra parte nella religione cattolica vi sono tante cose dure da credere, tante cose umilianti a praticarle, un abbassamento così impietoso delle nostre piccole idee e delle nostre piccole persone! Ma non temete, occorre farlo. Non credete a coloro che vi diranno che la giovinezza è fatta per divertirsi: la giovinezza non è fatta per il piacere, è fatta per l’eroismo. «Prendete coraggio, io ho vinto il mondo». Non credete di essere diminuito, sarete al contrario meravigliosamente aumentato. A mano a mano che avanzerete, le cose vi appariranno più facili, gli ostacoli che erano formidabili vi faranno ora sorridere. Tutti quei grandi nomi, tutti quei poeti, quegli scrittori, quei filosofi la cui ombra ha coperto la nostra giovinezza, ne vedrete a un tratto l’esile persona grottesca ‑ e non affatto la povertà, ma il puro nulla del pensiero anticristiano. C’è un passaggio della vostra lettera che mi fa sorridere. È quello dove dite che temete di trovare nella religione la fine della ricerca e della lotta. Ah, caro amico, il giorno in cui avrete ricevuto Dio in voi, avrete un ospite che non vi lascerà quiete: «Io non sono venuto a portare la pace, ma la spada». Sarà il grande fermento che farà scoppiare tutti i vasi, sarà la lotta, la lotta contro le passioni, la lotta contro le tenebre dello spirito, non quella in cui si è vinti, ma quella in cui si è vincitori”.

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