Non tutti dovremmo festeggiare il 2 giugno
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Non tutti dovremmo festeggiare il 2 giugno

Festeggiamo il 2 giugno con la consapevolezza degli enormi passi indietro fatti nella partecipazione democratica. Dal 93% di votanti alle elezioni politiche del 1963 al 63,9% alle ultime del 2022. Ci basta giustificarlo con la dichiarazione che il nostro

Non tutti dovremmo festeggiare il 2 giugno
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Marcello Cecconi Modifica articolo

2 Giugno 2023 - 11.26 Culture


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Chissà perché non si va più in molti a votare. Lasciando perdere le amministrative, complesse da analizzare, alle ultime elezioni politiche, quelle del 2022, hanno partecipato il 63,9% degli aventi diritto. Medito questa situazione, per me sventura etica e sociale prima che politica, proprio alla vigilia del 2 giugno che come ogni anno torna a ricordare che quel giorno di 77 anni fa, qualcuno per noi, preferì la nuova avventura politica e sociale di una forma di organizzazione che da noi nessuno aveva provato compiutamente: la Repubblica.

La scelsero l’89% degli aventi diritto, donne (per la prima volta) e uomini che erano usciti da poco da una guerra civile attorcigliata dentro il guscio di una guerra mondiale che aveva ridotto in macerie l’Italia. La vollero ad ampia maggioranza donne e uomini del Centro-Nord (ampia da compensare i dubbi delle donne e degli uomini del Centro-Sud) in luogo dell’altra forma molto più nota, la Monarchia, che negli ultimi due decenni aveva però lasciato parecchio a desiderare.

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Ruminando pensieri e dati mi sono provato a mettere in fila quelli della partecipazione a tre elezioni politiche della nostra storia repubblicana a trent’anni di distanza, più o meno, l’una dall’altra: 1963/93,0%  –  1992/87,3% – 2022/63,9%. Risalta che nel primo caso la discesa dell’affluenza del -4,7% si sia diluita lentamente rispetto al clamoroso rovescio -23,4% dell’ultimo trentennio.

È facile immaginare quanto raggiungere le cabine elettorali per il referendum del 1946 fosse stato avventuroso, ma anche nel 1963, quando ancora l’inurbamento non era completato e i mezzi di trasporto non erano così di facile accesso, 93 persone su 100 entrarono in una cabina elettorale. C’erano ancora gli ideali di famiglia a guidare, il voto di appartenenza, quello impresso nel dna dalla nascita che obbligava a scegliere fra Don Camillo e Beppone, per dirla alla Guareschi? No, perché se ci postiamo al 1992 quando ormai l’Italia si era risvegliata dal sogno marxista e Beppone e Don Camillo sistemati “in casa di riposo”, sempre 87 persone su 100 entravano nell’urna.

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E allora, io penso che c’era di più del voto di appartenenza e della scelta infernale-paradisiaca fra falce e martello-scudo crociato. C’era la cognizione che quel gesto contava davvero e comunque, che contava per il futuro immediato e più lontano tuo e degli altri. Insomma eri convinto che il tuo singolo voto potessi incidere anche se la tua scelta non era sempre informatissima. Tu ci andavi e basta.

Oggi non basta una maggiore e più facile mobilità, una maggiore e più accessibile istruzione, una maggiore e più accessibile informazione. E se questo non basta, per me non basta nemmeno la tentazione per alcuni di rendere responsabili fattori esterni. Si dà la colpa alla troppa informazione, la infodemia, al sovraccarico di messaggi continuo e invasivo e non sempre verificato o verificabile. Si dà la colpa anche alla pessima abitudine dei politici di sdoppiare il programma elettorale da quello esecutivo, insomma dire una cosa e poi farne un’altra.

In parte sarà così ma io sposto l’attenzione sulla leggerezza individuale che si espande come un virus in un conformismo sempre più ampio in giovani e meno giovani. Leggerezze non pensate come minaccia per la società ma pura indolenza per quando non si vede unimmediato risultato…tanto la pizza la mangio lo stesso, la partita in tv ci sarà sempre, la condivisione di un like con gli amici non me la leva nessuno!!! Il nostro piccolo marketing individuale del tutto e subito.

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E allora, con buono scorno del politologo americano Linset, per me la scarsa partecipazione non è sinonimo di buona salute per una democrazia ma quella di subdola malattia che la conoscenza della storia del passato non dovrebbe rassicurare, nemmeno per la pizza, per la partita e per i like.  E allora, domani, quella festa non potrà essere riconosciuta da tutti noi, a 37 su 100 non gliene frega niente!

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