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Ucraina, il documento di Cacciari e gli altri sorprende per la fumosità e la montagna di errori

Un documento redatto da numerosi intellettuali, tra cui spicca il nome di Cacciari, che dovrebbe costituire una sorta di piano negoziale per porre fine al conflitto tra Russia e Ucraina

Ucraina, il documento di Cacciari e gli altri sorprende per la fumosità e la montagna di errori

Antonio Rinaldis Modifica articolo

24 Ottobre 2022 - 19.26


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In questi giorni, in contemporanea su alcune testate giornalistiche italiane, è comparso un documento redatto da numerosi intellettuali, tra cui spicca il nome di Cacciari, che dovrebbe costituire una sorta di piano negoziale per porre fine al conflitto tra Russia e Ucraina. Il testo è davvero sorprendente per la fumosità delle proposte, ma soprattutto per la impressionante montagna di errori e imprecisioni di carattere storico e poggia sull’idea che le guerre non si vincono e non si perdono. È la tesi portante del pacifismo astratto e ideologico. Nessuna guerra è risolutiva e tutti perdono, ed è anche un grave errore storico. Tutti quanti sanno, i miei studenti per primi, chi ha vinto e chi ha perso nelle due ultime terribili guerre mondiali e nessuno nutre dei dubbi che gli sconfitti, sia nella Prima che nella Secondo siano stati i tedeschi, che per primi avevano acceso il conflitto. Non si tratta quindi di una “visione manichea”, come si legge, ma di una semplice, elementare constatazione fattuale, storica.  

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Un altro argomento sollevato per indurre ad accelerare le trattative di pace è la minaccia russa dell’uso di armi nucleari. L’incubo dell’atomica è un tema che ricorre spesso e che dovrebbe assecondare le ragioni del pacifismo. Ora, al di là della preoccupazione per la possibilità di un’escalation nucleare, quale vantaggio potrebbe ottenere la Russia con l’uso di un ordigno nucleare? Ci sono molte ragioni per ritenere che l’opzione bomba atomica non sia percorribile, neppure dai Russi, che tra l’altro hanno ripetutamente smentito, persino in uno dei più invasati come Medveded, l’intenzione di utilizzare l’atomica. In primo luogo le sorti della guerra non sarebbero modificate, perché il lancio di una bomba atomica non sposterebbe i rapporti di forza sul campo e avrebbe invece conseguenze devastanti sul posizionamento internazionale della Russia, che sarebbe ulteriormente isolata e perderebbe anche i potenziali alleati, che difficilmente potrebbero seguirla nel delirio atomico, senza contare la reazione della Nato che sarebbe potenzialmente devastante per il popolo russo.

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Appare quindi una minaccia priva di fondamento, come altre, che Putin e il suo gruppo di potere hanno rivolto all’Occidente, perché è ragionevole che nessuno rischierebbe un’apocalisse per la conquista di qualche regione dell’Ucraina. Agitare lo spettro della guerra nucleare sembra quindi un modo per rincorrere la propaganda putiniana, anche senza essere necessariamente amici di Putin, ma risulta piuttosto un errore politico e una gigantesca ingenuità. 

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Dopo l’ampio prologo il manifesto degli intellettuali illustra i 6 punti che dovrebbero portare finalmente alla cessazione delle ostilità e a una pace duratura. Anche in questo caso non mancano errori storici e inesattezze, sorprendenti per la qualità dei firmatari del documento. Al punto 1 si dice che l’Ucraina dovrà essere neutrale, potrà entrare nella Comunità Europea, ma non nella Nato, “secondo l’impegno riconosciuto, anche se solo verbale, degli Usa alla Russia…dopo la caduta del Muro.” Ora chiunque può comprendere che il destino di una Nazione non dovrebbe essere vincolato a un semplice accordo verbale tra uno Stato che non esiste più, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, che non è mai stato ratificato in un Trattato.

Alla fine della guerra fredda Usa e Urss si erano accordate per una divisione dell’Europa, secondo la logica dei blocchi, che aveva giustificato l’invasione della Cecoslovacchia e dell’Ungheria, che avevano cercato una via originale e autonoma al socialismo, al di fuori del controllo sovietico. Quella logica non prevedeva la volontà popolare e il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, che la vicenda ucraina ha riproposto con drammatica evidenza e che ancora oggi, dopo la caduta del muro, non sembrano essere parte della cultura europea. È un caso di vera schizofrenia politica. Sembra che, mentre in Italia, da parte di alcuni si contesta l’imperialismo americano, si è invece assolutamente pronti a riconoscere la legittimità dell’imperialismo russo nei confronti dei Paesi dell’est Europa. 

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Un’altra grave leggerezza, questa volta di carattere geo-politico si registra ai punti 3 e 4, a proposito della regione del Donbass. Gli estensori del documento non devono avere le idee tropo chiare riguardo al perimetro di questa regione, dal momento che al punto 3 scrivono di “un’autonomia delle regioni russofone di Lugansk e Donetsk”, e al punto 4 propongono la definizione dello status amministrativo di altri territori contesi nel Donbass per gestire il melting pot russo ucraino”.  È sufficiente consultare un qualsiasi atlante geografico per scoprire che il Donbass è costituito dagli oblast di Lugansk e Donestsk, e dalla regione russa di Rostov, quindi non si capisce di quali altre regioni si parli nel punto 4. Ma le inesattezze non sono finite, perché parlare di regioni russofone, al di là della discutibile fondatezza storica, non equivale a dire russofile. Infatti non è difficile comprendere che i russofoni sono coloro che parlano il russo, ma non necessariamente amano la Russia. Lasciare correre questa differenza semantica è particolarmente grave, perché genera incomprensioni ed equivoci, lasciando intendere che per il solo fatto che le popolazioni dei due oblast parlino la lingua russa, siano anche favorevoli alla separazione dall’Ucraina. Il punto 4 si conclude con un ulteriore colpo di genio, perché si propone la creazione di una fantomatica società russo-ucraina per lo sfruttamento delle risorse minerarie del Donbass, naturalmente “nel loro reciproco interesse”.   

Anche il punto 2 del documento suscita molte perplessità, per la formula francamente vaga e superficiale con cui si liquida la questione della Crimea, definita in maniera approssimativa come de fatto “tradizionalmente russa e illegalmente donata da Kruscev alla Repubblica Sovietica Ucraina”. 

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Quando si usa l’espressione “de facto” nel gergo giuridico si intende il riconoscimento di qualcosa che esiste nella realtà, ma non è riconosciuto come tale nell’ordinamento “de iure”. Anche in questo caso si tratta di una mistificazione, perché i confini russo-ucraini sono stati definiti e riconosciuti in più circostanze a partire dall’accodo di Belaveza del 1991 che sanciva la disintegrazione dell’Unione Sovietica, fino al Trattato di amicizia russo ucraino del 1997 con cui si riconosceva l’inviolabilità dei confini esistenti, che naturalmente Putin ha violato nel 2014, con l’invasione della Crimea. Sul fatto poi che la Crimea sia de facto russa ci sarebbero ancora molte osservazioni, tra le quali la storia della penisola, che è da sempre invece legata a Kiev e non alla Moscovia, sia per ragioni geografiche, in quanto rappresentava lo sbocco sul mare di Kiev, sia per la prossimità territoriale, essendo la Russia e Mosca molto distanti, appartenenti a un mondo settentrionali, e quindi lontano.  Le ragioni che hanno spinto i Russi a occupare la Crimea sono le stesse che li indussero a dichiarare guerra alla Turchia nel 1853 per riprendere il possesso della penisola, scatenando le reazioni di gran parte delle potenze europee, che si allearono con i Turchi, per spegnere le velleità russe di espansione del Mediterraneo orientale. Come si vede la Storia si ripete, e ciò che merge nuovamente non è tanto la rivendicazione di un diritto infranto, ma la logica conseguenza di un disegno imperiale russo, che ha radici lontane, e che mira all’espansione della Russia nel continente europeo. 

L’operazione di espansione della Russia in Europa è stata possibile con la sconfitta del nazismo e la creazione di stati satellite nell’Europa orientale, ma l’architettura tragica della guerra fredda è franata e quel mondo orientale che i Russi ritenevano di controllare si è rivolto verso ovest, in direzione delle democrazie occidentali, verso quell’Europa che con tutti i suoi difetti rappresenta un modello politico, economico e sociale nettamente più attraente del monolitismo autocratico della Russia putiniana. 

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La pace, in questo contesto, è l’obiettivo comune, ma non è perseguibile sulla base di falsificazioni storiche, di buoni propositi o addirittura sulla scia di paure atomiche. La pace, e la Storia lo insegna, è il momento in cui l’equilibrio tra i contendenti viene spezzato e quindi di fronte a una sconfitta rovinosa, la parte perdente accetta una mediazione, un compromesso, ma fino a quando le forze in campo pensano di ottenere la vittoria militare, parlare di pace è retorica e malafede. Solo il rafforzamento dell’Ucraina e la fine delle illusioni imperiali russe sono le premesse per l’avvio di un serio negoziato per porre fine al conflitto.  

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