Il patibolo iraniano come arma retorica per attaccare chi difende i diritti del popolo palestinese
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Il patibolo iraniano come arma retorica per attaccare chi difende i diritti del popolo palestinese

La strumentalizzazione della morte dello studente e atleta iraniano Sasan Azadvar rappresenta l’ennesimo atto di manipolazione del consenso. Ma davvero i giornalisti pensano che i loro lettori siano così stupidi? Probabilmente sì.

Il patibolo iraniano come arma retorica per attaccare chi difende i diritti del popolo palestinese
Sasan Azadvar
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Lorenzo Lazzeri Modifica articolo

23 Maggio 2026 - 12.01 Culture


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Il post a firma di Mariano Giustino sull’esecuzione del ventunenne Sasan Azadvar, giovane atleta iraniano, mi ha lasciato interdetto. Mi sono chiesto se fosse davvero suo o se parole attribuite a una voce credibile fossero state usate per trasformare una cronaca dolorosa in un’arma politica. Perché, quando il resoconto di un’esecuzione capitale di un ragazzo in Iran diviene il pretesto per attaccare chi, a migliaia di chilometri di distanza, manifesta contro la distruzione sistematica della popolazione palestinese, non abbiamo a che fare con giornalismo di bassa lega. Si tratta di manipolazione del consenso, di voler trasformare ed edulcorare una violazione di diritti umani in altro, provando a zittire chi denuncia la strage che sta accadendo.

Questo è il metodo narrativo: il supplizio viene raccontato nei dettagli con un voyeurismo che rasenta l’osceno e il disgusto viscerale prodotto da quella descrizione viene poi spostato su un altro bersaglio, ovvero chi manifesta a sostegno della Palestina. Il passaggio è improprio, anche perché Palestina e Iran non coincidono né per storia né per assetto politico/religioso. Si tratta di un artificio talmente esagerato da risultare offensivo verso l’intelligenza del lettore. L’intento è quello di far credere che la solidarietà verso i gazawi sia legata al sostegno di una teocrazia illiberale che manda al patibolo giovani atleti e oppositori. Se l’Iran sostiene la causa palestinese, allora chiunque chiede giustizia per la Palestina deve essere un estimatore dell’Iran. In realtà, proprio chi si oppone alla violenza indiscriminata a Gaza ha il dovere etico di condannare il cappio di Isfahan; le due battaglie nascono dallo stesso identico rifiuto per l’oppressione e per l’inumana crudeltà.

Leggi anche:  Israele nega le violenze sessuali contro i detenuti palestinesi e denuncia per diffamazione il New York Times

Il vero nodo gordiano riguarda perché si vogliano inserire i “pro-Palestina” nel necrologio di un ragazzo iraniano. La risposta è nel silenzio che si vuole imporre. Evocare lo spettro del regime iraniano ogni volta che si parla di Gaza è funzionale a nascondere o negare il numero dei morti causati dalle aggressioni israeliane, a partire dalla Striscia fino al conflitto in Cisgiordania, dal Libano alle Alture del Golan.

Il sospetto è che questa indignazione serva a giustificare la guerra di Netanyahu a Gaza e l’attacco di Trump all’Iran, presentati come passaggi obbligati contro il ‘mostro’ orientale. Se il testo è stato davvero scritto da un giornalista professionista siamo davanti al tradimento di una missione: quella di raccontare il mondo per renderlo più libero, di non usare i martiri come pietre contro chi non si allinea alla narrazione dei nuovi tiranni. “Questa è la Repubblica islamica tanto amata dai centri sociali e dai propal in Italia e nel mondo occidentale”, recita il post. Non credo sia necessario aggiungere altro.

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